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Il corpo estraneo

di Laura Porta

Avere rapporto con il proprio corpo in quanto

 estraneo è sicuramente una possibilità,

 espressa dall’uso del verbo avere.

Il proprio corpo infatti lo si ha,

non lo si è a nessun livello.

(J. Lacan)[1]

 

 

Questa relazione si riferisce ad un lavoro clinico individuale e di gruppo che sto conducendo in ospedale[2] con pazienti che si sottopongono ad un intervento di trapianto d’organo.[3]

 

Corpo vissuto, corpo oggettivato

Il trapianto è un’esperienza che si colloca ai limiti della possibilità di rappresentazione, esso evidenzia ed amplifica il divario tra il corpo vissuto ed il corpo oggettivato. Distinzione tra questi ‘due corpi in uno’ operata dai filosofi contemporanei a partire da Husserl tra Leib e Körper, dove il Leib riguarda il corpo in cui ci riconosciamo, nel quale possiamo dire di abitare, una manifestazione vissuta della vita[4], mentre il Körper si riferisce all’aspetto più estraneo, è il corpo oggettivo, puro corpo fisico, materia anatomica, res extensa, separata da ogni vita capace di pensarsi. Se l’organismo medicalizzato si presta ad essere non solo rappresentato, ma anche oggettivabile e misurabile, il corpo vissuto, il corpo inconscio, non è mai così precisamente esplorabile, esso sfugge allo sguardo dell’osservatore ma sfugge anche a chi vi risiede, chi vi abita. I soggetti che si sono sottoposti ad un intervento di trapianto percepiscono questo scarto in maniera netta: lo scarto incolmabile tra corpo vissuto e corpo medicalizzato, corpo percepito e corpo osservabile. Un esempio clinico che può illustrare questo paradosso è quello dei numerosi pazienti che dicono di percepire il proprio nuovo organo. Secondo la medicina questo è impossibile, perché esso non è innervato e la capsula connettivale che lo circonda è rimasta su quello vecchio. Eppure molti pazienti trapiantati testimoniano di avere questa percezione, contraria ad ogni logica medica. Come nota Derrida[5] non è possibile concepire nessuna esplorazione del corpo vissuto, neppure nel caso ‘puro’ delle mani di un individuo che si toccano fra loro. Il corpo è dunque abitato da un’alterità irraggiungibile, esso è allo stesso tempo interno ed esterno, proprio ed estraneo. La scoperta di questa alterità può derivare anche da un dolore fisico, che ci ricorda che qualcosa, in noi, il nostro corpo, non solo non è ‘noi’ ma è ‘contro di noi’, alterità che gioca contro. Il dente che causa il dolore viene percepito d’improvviso come qualcosa di estraneo, di ostile. “Siamo molto attaccati alla parola ‘proprio’. Crediamo testardamente nella bontà dei benefici della proprietà, e il nostro corpo sembra lì apposta, anche se rivela di continuo zone oscure e ribelli, anche se incessantemente rivendica di essere esterno”[6].

Nel trapianto vediamo convivere e coabitare statuti diversi del corpo: una casa dalla planimetria limpida e dettagliata fin nei suoi meandri più microscopici secondo l’ideale scientifico della medicina, un luogo oscuro di godimenti muti ed indecifrabili secondo l’inconscio. Perché luogo oscuro? Il corpo ‘muto’ è un corpo che non racconta nulla, si comporta come dice De M’Uzan[7], ma questo comportamento non è un appello, non sta ad indicare un significato rimosso, non rappresenta un desiderio inconscio, non vuole essere scoperto né decifrato.

Una possibile rappresentazione di questo doppio statuto del corpo è quella suggerita da P. A. Rovatti con il nastro di Möbius[8]: “il cerchietto di carta che otterremo avrà una strana proprietà: l’interno e l’esterno si mescoleranno. Infatti, se adesso immaginiamo di percorrere la superficie esterna del cerchio ci ritroveremo su quella interna e viceversa, nel caso che partiamo da un punto della superficie interna (…). [Per il corpo non si tratta semplicemente] di non riuscire a distinguere l’interno dall’esterno, piuttosto è un’esperienza di qualcosa di intermittente o di un equilibrio instabile. Come se dovessimo saltare di continuo da una parte e dall’altra, essendo però di continuo da entrambe le parti. Sembra allora preferibile, considerato che abbiamo bisogno di un’immagine, servirci dell’immagine dell’oscillazione”[9]. Dunque poter tenere insieme queste due facce del corpo è una questione di equilibrio, soprattutto quando ci troviamo di fronte all’evenienza di un corpo segnato, un corpo malato, un corpo trapiantato. Equilibrio tra la dimensione inquietante di ciò avviene all’interno e quella pacificante dell’immagine.

Mai come nell’esperienza del trapianto i contrasti e le dialettiche tra queste diverse modalità di esistenza del corpo divengono fondamentali nel processo di elaborazione dell’intervento: corpo oggettivo/corpo vissuto, corpo esterno/corpo intimo, corpo parlante/corpo muto. Il corpo si manifesta come estraneo a se stesso, l’organo malato che necessita di un trapianto viene percepito come altro da sé, nemico, ostile all’integrità del soggetto.

Da una parte c’è un non volerne sapere dei pazienti di ciò che avviene nell’avventuroso percorso del proprio corpo, meglio che il corpo torni a fare silenzio, nella misura in cui la salute è percepita come ‘la vita nel silenzio degli organi’[10], meglio aderire alla proposta medico-tecnica di una semplice faccenda di naturale cambio di pezzi. Atteggiamento difensivo verso un’avversione angosciante per il funzionamento biologico del proprio corpo, angoscia che Lacan descrive molto bene nel Seminario II: “C’é qui un’orribile scoperta, quella della carne che non si vede mai, il fondo delle cose, il rovescio della faccia, del viso, gli spurghi per eccellenza, la carne da cui viene tutto, nel più profondo del mistero, la carne in quanto sofferente, informe, in quanto la sua forma è per se stessa qualcosa che provoca l’angoscia. Visione di angoscia, identificazione di angoscia, ultima rivelazione del tu sei questo – Tu sei questa cosa che è la più lontana da te, la più informe[11]. Siamo di fronte al perturbante del corpo, l’irriconoscibile, l’inquietante[12]. Il corpo biologico viene rimosso o addirittura forcluso, come se fosse una scena primaria. Come poter pensare al funzionamento degli organi o addirittura alla vita di un organo di un altro soggetto all’interno del proprio corpo? Gran parte delle narrazioni autobiografiche dei soggetti che hanno avuto un trapianto di organi si apre con la premessa che è stato necessario un tempo, sempre piuttosto lungo, per elaborare l’intervento, prima del quale è stato impossibile parlarne, un tempo per pensare, il tempo per comprendere[13]. D’altra parte, soprattutto quando i pazienti si trovano in prossimità dell’intervento, sono protagonisti inconsci di un proliferare di immagini e di significanti che si impongono alla loro mente, rappresentazioni che vengono in aiuto ai soggetti per far fronte all’angoscia, essi offrono un corredo simbolico ad un trattamento del corpo ai limiti del dicibile.

Perché ai limiti del dicibile? Quando la malattia grave imperversa sui soggetti a volte ne causa un vacillamento, una perdita dei punti di riferimento, li destabilizza. Freud osservava come la malattia organica possa compromettere la capacità di amare del soggetto colpito, dal momento che la libido dell’ammalato viene ritirata dal mondo esterno per essere investita in qualcosa di più urgente e pressante, causando il noto egoismo delle persone affette da una malattia: “Finché dura la sua sofferenza egli ritira altresì l’interesse libidico dai propri oggetti d’amore, cioè smette di amare […] il malato ritira sull’Io i propri investimenti libidici e li esterna di nuovo fuori di sé dopo la guarigione”[14].

 

Al di là dello specchio

Queste esperienze di sofferenza sono eventi che si producono in una dimensione che si potrebbe definire ‘al di là dello specchio’.

Lo stadio dello specchio, teorizzata da J. Lacan, è quel momento, nella prima infanzia di un soggetto, che struttura la sua immagine narcisistica grazie al fatto che qualcuno gli permette di riconoscersi, gli rimanda la dimensione di un’unità corporea, che definisce e valorizza quell’insieme confuso ed angoscioso di sensazioni che il neonato vive prima di possedere questa identità. Nello specchio sensazioni e pulsioni trovano un’unità rassicurante, ideale, grazie allo sguardo di chi fa sì che il bambino si riconosca. Lo stadio dello specchio è il punto in cui interno ed esterno si annodano, esso ha due funzioni: quella di conferire una forma immaginaria al corpo del soggetto, che viene percepito come separato dagli altri corpi (e non più fuso con il corpo materno o con l’ambiente esterno), e quella di rivestirlo di un’immagine pacificante, che offre una copertura alla scabrosità, alla turbolenza del reale del corpo.

Tuttavia “la tesi che Lacan sviluppa nel Seminario X dedicato all’angoscia è che la rete significante non è in grado di ricoprire tutto il corpo reale del soggetto e che l’angoscia segnala che qualcosa del corpo pulsionale può fare la sua apparizione perturbando la cornice stabilizzante dell’immagine speculare (…) ciò che angoscia è l’impossibilità di includere nel recinto ben definito di quell’immagine l’oggetto pulsionale, ovvero un oggetto che non può essere sussunto in nessuna immagine, l’oggetto che Lacan nomina come oggetto piccolo (a)”[15].

Nell’esperienza della malattia grave, come nel trapianto, questa unità narcisistica e questa identificazione pacificante subiscono una scossa, un affronto, causando angoscia. Qualcosa di perturbante avviene nel corpo, qualcosa di difficile o impossibile a dirsi.

La letteratura psicoanalitica dimostra che la possibilità per un soggetto di sopportare un vacillamento della propria identità narcisistica nel corso della sua vita è legata ad un buon attraversamento dello stadio dello specchio. Grazie alla tenuta di questa esperienza precoce di riconoscimento, per quanto illusoria, è possibile sopportare i vacillamenti a cui l’immagine narcisistica può andare incontro nel corso della vita[16].

L’esperienza della malattia grave e del trapianto minano la rassicurante illusione fallica di completezza del corpo, ne complicano l’immagine corporea, in questo senso essa è un’esperienza al di là dello specchio.

Al di là lo possiamo intendere sia in senso eccedente che in opposizione. Essa eccede lo stadio dello specchio in quanto, trattandosi di un’esperienza non del tutto rappresentabile espone il soggetto all’angoscia ed allo smarrimento del non senso, necessita di un lavoro in più per essere simbolizzata. Se dallo specchio e da tutte le esperienze di riconoscimento emerge un ‘Io’, da un’esperienza come il trapianto emerge un vacillamento dell’Io del soggetto; ‘quale Io?’ si domanda Nancy[17] nel suo celebre saggio L’intruso, che dà una testimonianza della sua esperienza di trapianto. Nella malattia grave l’esistenza si manifesta come nuda vita, nelle storie cliniche di questi pazienti emerge un’interrogazione, a volte una scissione fra la vita e il senso: accanto ad un decorso medico eccellente e ad interventi perfettamente riusciti questi pazienti chiedono aiuto perché nonostante tutto l’angoscia irrompe nelle loro vite disorientandole, privando le loro esistenze del loro valore, amplificando il senso di solitudine. Siamo nella nevrosi.

Al di là lo possiamo intendere anche in opposizione allo stadio dello specchio, laddove esso in precedenza non si è mai installato. Siamo nella psicosi. Allo psicotico, potremmo dire, mancherebbe la possibilità dell’esperienza dell’estraneo, egli soffre di una “mancanza di dialettica interiore”, del fatto che gli è impedita “l’esperienza dell’estraneità”[18]. Egli dunque si fa carico di una difficoltà supplementare nel riannodare la sua immagine narcisistica quando essa viene profondamente minata dalla presenza dell’estraneo o dell’estraneità, sia esso la malattia, l’organo ricevuto o l’altro sesso. Gli effetti di questa destabilizzazione spaziano dallo scompenso melanconico al delirio, in tutti i casi essi sarebbero evitabili con una diagnosi preliminare accurata e specifica, per evitare fenomeni di rigetto causati da un’impossibilità psichica del soggetto a sopportare questa dimensione irrappresentabile, forclusa dell’alterità.

 

La cura

Dopo un primo tempo in cui la figura dello psicoanalista in ospedale si presta ad una sorta di pronto soccorso dell’anima, c’è un secondo tempo in cui l’angoscia e la depressione si placano, questo è il momento in cui affiorano le rappresentazioni immaginarie e simboliche del trapianto, con tutte le implicazioni che esse hanno nella propria storia, nei vissuti e nei ricordi.

Da questi racconti emerge come, quando le cose vanno bene, gli organi trapiantati divengono oggetti pulsionali, in quanto tali investiti libidicamente: come oggetti pulsionali essi possono essere integrati nell’immagine narcisistica del corpo a partire da una loro iniziale estraneità. L’immagine del corpo e i nuovi organi cercano una via, nell’inconscio, per riannodare insieme senso, vissuto e fantasmi. Questo è il lavoro in più, lo sforzo supplementare che occorre fare da parte di questi pazienti: un reinvestimento libidico e narcisistico sul proprio corpo che, a causa della malattia e dell’intervento, si ripresenta in frammenti, in pezzi staccati fra loro. Quell’investimento libidico che viene sottratto al mondo esterno per essere temporaneamente investito sul proprio corpo e sulle sue rappresentazioni fantasmatiche.

Così Mina, che non ha mai potuto avere figli, dice che il suo nuovo rene lo ‘porta in grembo come il suo bambino’, un maschio per la precisione, come il sesso dell’anonimo donatore, di cui è riuscita a carpire l’identità dai discorsi dei medici in corsia.

Luna porta al gruppo un romanzo che l’aveva sostenuta durante l’intervento di trapianto e ce ne legge un passaggio: “Il seme nuovo è fiducioso, si radica nel profondo. Occorre fargli posto”. Lei, nel periodo dell’intervento, pensava a far posto al nuovo organo che avrebbe ricevuto. Oggi rileggendo questo passaggio si rende conto che si trattava di una fantasia di fecondazione.

Il filosofo e biologo Francisco J. Varela durante i primi giorni del trapianto affermava: “ [avverto] il fegato come una piccola sfera, come se fossi incinto (mi ricordo l’immagine del cuore del mio ultimo figlio che batte ancora nel ventre di sua madre): è tinto di un dolore lieve, è assolutamente presente[19].

Questi sono esempi e casi di trapianti ben riusciti, ben metabolizzati psichicamente. Quando le cose vanno male, invece, gli organi trapiantati prendono forme e vite proprie, assumono tratti inquietanti e persecutori, si perpetuano come corpi estranei.

La psicoanalisi ci insegna che l’Ideale narcisistico dell’Io è un’illusione, illusione fondamentale, senza la quale non ci sarebbe identità. Lacan arriva ad affermare che la follia è credersi un Io, “Io è un altro”[20], con le parole di Rimbaud, sottolineando come l’irrigidimento dell’identità che preclude la possibilità di far spazio all’alterità sia altrettanto pericolosa della frammentazione identitaria. Tuttavia è necessario ristabilire un equilibrio quando l’identità vacilla, come nel caso in cui ci troviamo di fronte a queste turbolenze del reale del corpo. L’integrazione fra gli oggetti pulsionali e l’immagine narcisistica dell’Io avviene grazie al luogo dello sguardo dell’Altro, che rimanda al soggetto la sua immagine speculare. Questo Altro maiuscolo potrebbe essere la madre, il padre, lo psicoanalista, il gruppo terapeutico, qualcosa che funzioni come specchio per un soggetto, che svolge una funzione di risposta. L’esperienza di un’analisi portata a termine è un’esperienza di oscillazione di questa identità, che non necessita più di essere così rigidamente sostenuta in quanto può accettare l’eterogeneità, l’apertura, la non identità fra campo pulsionale e campo narcisistico. Occorre però un percorso per giungere a questa verità, brutalmente incontrata da chi affronta un trapianto.

 

Per questo i soggetti che sono in prossimità di un trapianto devono appoggiarsi a rappresentazioni, a simboli, a costruzioni fantasmatiche, al sostegno narcisistico dello psicoanalista e del dispositivo terapeutico, come in questo caso il lavoro individuale o di gruppo. Tutto ciò non esaurisce mai l’indicibile ed il rimosso del corpo, ma ne aggira la dimensione più angosciante, delimitandola, riannodando i fili di un percorso di soggettivazione complesso. Si tratta, sicuramente, di un preliminare ad un percorso analitico, ma anche di un’opportunità per un soggetto di aprire un’elaborazione della sua esistenza e del suo desiderio. Le immagini ed i significanti che vengono prodotti sono appigli, ma anche evoluzioni simboliche, come nel caso di Sara, che non ha mai pensato al trapianto, né prima né durante né dopo. Ha preferito pensarlo come un intervento qualunque, senza soffermarsi sui dettagli. Una riparazione chirurgica, come si ripara una macchina. Tuttavia dopo il trapianto ha iniziato, apparentemente senza motivo, ad occuparsi di volontariato. Oggi, dopo 15 anni, ha un ruolo di responsabilità in un’importante associazione che opera nel sociale. Nel suo caso un debito è rimasto sospeso a livello inconscio, un debito verso la società per il dono ricevuto. Questa elaborazione è stata possibile grazie ad un percorso analitico svolto successivamente al lavoro preliminare in ospedale.

 

Offrire, donare

L’organo trapiantato si presta ad essere letto metaforicamente: è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, oggetto transizionale[21], feto, seme, dono. In quanto dono non risponde però alla logica dello scambio: non c’è possibilità di ricambiare il favore. Le regole internazionali che vietano a ricevente e donatore di conoscere le reciproche identità sono rigidissime. Dunque un debito resta sospeso, solo il chirurgo fa da terzo a questo scambio impossibile, è l’unico che conosce l’identità dei due termini dello scambio, è a lui che a volte vanno i commossi ringraziamenti dei pazienti, ma non sempre egli è consapevole di essere un tramite, un terzo elemento della relazione, inoltre egli non prende in considerazione il pullulare di rappresentazioni immaginarie che gravitano intorno a questo scambio. Così il dono diventa offerta, se nel dono c’è un’aspettativa di reciprocità, come avviene negli scambi sociali più comunemente intesi, nell’offerta c’è l’anonimato del donatore che decide di dare per una giusta causa, per un ideale, che non prevede un ritorno immediato di un riconoscimento. Un bene offerto può solo essere accettato dal ricevente, anche se a qualcuno questo non basta, resta sospeso un debito simbolico, un ringraziamento che spesso si compie attraverso un impegno nel sociale, nella collettività, nella comunità, che diviene luogo di restituzione del debito, di ringraziamento simbolico per il bene ricevuto. Non sono pochi i pazienti trapiantati che decidono di impegnarsi in opere di volontariato.

C’è un’attesa che precede l’arrivo del nuovo organo, contraddistinta da una condizione più o meno grave di sofferenza fisica, tale per cui nell’organo atteso vengono riposte le speranze per la sopravvivenza. La particolarità assunta da quest’attesa sta nel fatto che la propria vita comporta la morte di qualcun altro: per vivere occorre sopravvivere a qualcun altro. Così afferma Rita: “Essere in attesa è la cosa più brutta che può esserci, la cosa peggiore che ti può succedere, perché psicologicamente ti uccide. Nel senso: io che vado in chiesa a pregare che cosa devo augurarmi, che muoia uno per farmi guarire?”. Problematica dei sopravvissuti di ogni genere, che si pongono la domanda del perché sono stati scelti: “Perché io?”, accompagnato da un senso di colpa a volte difficile da gestire. Nel versante più melanconico può invece svilupparsi un senso di colpa per essere sopravvissuto al donatore, che può degenerare in sentimenti di indegnità fino a condurre il soggetto ad agiti autolesivi o suicidari.

L’attesa comporta anche il timore di non riuscire ad arrivare in tempo all’appuntamento con il trapianto, gioco sottile e complesso che instaura un’aspettativa di vita contro la morte, una speranza angosciosa di “fregare” la morte – per utilizzare una colorita espressione di un paziente – che si presta a fantasie di onnipotenza e di negazione della propria esistenza mortale.

L’organo ricevuto, in quanto dono ed in quanto metafora si presta anche a letture fantasmatiche, sintomatiche.

Sul versante mistico, ossessivo, il dono può annodarsi alla costruzione fantasmatica di metafora dell’amore disinteressato, amore divino, sacrificio dell’uomo per un altro uomo. Si crea immaginariamente un legame di riconoscenza assoluta per il donatore che, come Gesu Cristo, come un angelo, ha sacrificato la sua vita per continuare a vivere nel ricevente. Alcuni soggetti raccontano di recarsi regolarmente al cimitero a deporre fiori sulla tomba di uno sconosciuto, altri vanno in un bosco e fanno offerte allo spirito del donatore deceduto. Recentemente una canzone è stata presentata a Sanremo Social dal titolo Vivo con te, essa celebra la riconoscenza quotidiana (“il suo respiro mi risuona”) di una paziente che ha ricevuto un trapianto per il suo donatore. Le regole sull’anonimato del donatore si sono dovute imporre per evitare derive immaginarie a questo punto comprensibili.

Sul versante più isterico assistiamo invece a fantasie di fecondazione, che a volte hanno singolari evoluzioni immaginarie rispetto all’organo che diviene oggetto (a), organo-fallo, oggetto perduto che causa il desiderio, organo che renderebbe ‘completo’ un corpo danneggiato. Interessante a tale proposito un fenomeno che si verificava con maggiore frequenza un ventennio fa, per cui alcuni soggetti affermavano di aver modificato le proprie abitudini e preferenze dopo il trapianto, attribuendo ciò ad una manifestazione dello ‘spirito’ del donatore, che sarebbe continuato a vivere dentro di loro. Si trattava, perlopiù, di cambiamenti riguardo a preferenze alimentari, musicali, di divertimento. Questo fenomeno si produceva con maggiore frequenza in quegli Stati e in quel periodo (dagli anni ’70 agli anni ‘80) in cui non erano ancora state ben definite le regole che imponevano l’anonimato del donatore, in tal modo i pazienti riuscivano a mettersi in contatto con la famiglia del donatore, venendo a conoscenza di dettagli della sua vita da cui scaturivano le conseguenti costruzioni immaginarie[22],[23].

C’è infine la donazione da vivente, che di solito avviene tra consanguinei, che mette in atto dinamiche complesse di debito e di riconoscimento che possono divenire incandescenti e controproducenti se lasciate a se stesse.

Queste sono solo alcune possibili evoluzioni fantasmatiche, le più tipiche si potrebbe dire, che in un primo tempo hanno la funzione di delimitare un oggetto pulsionale altrimenti ingombrante e di difficile gestione psichica. Questi fantasmi possono spegnersi e defluire spontaneamente poco tempo dopo l’intervento oppure animarsi sintomaticamente in soggetti già predisposti alla nevrosi, traducendosi in ossessioni, rituali o pensieri fissi, che possono essere risolti con un lavoro analitico.

Vediamo così che un intervento che la medicina propone come ‘standard’, attraverso dei protocolli che ne scandiscono precisamente le tappe e le evoluzioni tecno-biologiche, che si avvale di una presunta naturalità nel passaggio da organo a organo, è tutt’altro che ‘naturale’. Prima sul piano biologico, l’organo ricevuto è riconosciuto dall’organismo come corpo estraneo, così che i pazienti devono sottoporsi ad una rigorosa terapia immunosoppressiva per poter tollerare l’intruso. L’organo ricevuto, ben lungi dall’essere naturale diviene farmaco, che salva la vita mentre la mortifica. Poi sul piano inconscio: ciascuno, più o meno consapevolmente, elabora e metabolizza questo organo ricevuto secondo le sue risorse, la sua tenuta narcisistica, le sue capacità di simbolizzazione. Questo ha delle implicazioni su un piano soggettivo che vanno al di là del mero intervento tecnico sul corpo. La psicoanalisi, grazie al suo ascolto dei soggetti uno per uno, apporta una possibilità inedita di elaborare l’indicibile. Essa conferisce inoltre la possibilità di soggettivare la propria storia ed il proprio futuro, ridando significato e valore a vita e malattia. In questa prospettiva la malattia può divenire l’errore necessario alla soggettivazione della vita.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo 1975-1976. Astrolabio, Roma 2006, p. 146.

[2] Lavoro condotto presso l’Azienda Ospedaliera “G. Salvini”, di Garbagnate Milanese, con la supervisione del Dott. Ambrogio Cozzi. IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata) è tra i finanziatori del progetto.

[3] Il trapianto è un intervento di chirurgia che prevede la trasposizione di un tessuto o di un organo da una regione all’altra dello stesso organismo (trapianto autologo), oppure da un organismo a un altro (trapianto omologo). Nel caso del trapianto omologo si individuano due fasi: il prelievo dell’organo da un soggetto detto donatore, e il successivo trapianto o innesto dello stesso su di un soggetto detto ricevente. Si possono trapiantare organi (rene, fegato, cuore, polmone), tessuti (cornee, sangue, osso, cartilagini, valvola cardiaca, vasi sanguigni, cute), o insiemi complessi (mano, faccia). Il donatore può, per alcuni tipi di organo, essere una persona vivente. Dal punto di vista clinico il trapianto è l’unica possibilità di cura per un vasto gruppo di malattie degenerative, talora ad evoluzione acuta, in cui la terapia sostitutiva non è sempre possibile. Il principale problema clinico correlato al trapianto è quello del rigetto; solo grazie alla Ciclosporina, farmaco antirigetto che fu introdotto intorno al 1978, i trapianti sono resi possibili. Questo farmaco, inducendo immunosoppressione, impedisce il rigetto, cioè l’aggressione dell’organo “nuovo” da parte del sistema immunitario del ricevente.

[4] M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica. Raffaello Cortina, Milano 2010, p. 103.

[5] J. Derrida, Le toucher, Jean-Luc Nancy. Galilée, Paris 2000, pp. 183-208.

[6] P.A. Rovatti, La follia, in poche parole. Bompiani, Milano 2000, p. 58.

[7] M. De M’Uzan, Corpi che tacciono, in Psiche, rivista psicoanalitica, 03/2003, ‘Corpi e controcorpi’, Il Saggiatore, Milano 2003, p. 75.

[8] Immagine presa a prestito dalla topologia, facilmente realizzabile ritagliando una strisciolina di carta ed incollandone i bordi estremi in modo da ottenere un cerchio, però con l’avvertenza di aver effettuato la rotazione di uno dei due bordi di 180° nel momento in cui lo colleghiamo all’altro.

[9] P.A. Rovatti, op. cit, pp. 52,53.

[10] R. Leriche, La chirurgie de la douleur, Masson & Cie, Paris 1940.

[11] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, Einaudi, Torino 1991, p. 199.

[13] Si vedano a questo proposito tre significative testimonianze autobiografiche di trapianto d’organo di J.-L. Nancy L’intruso, Cronopio, Napoli 2008; F.J. Varela, Distanze intime. Frammenti per una fenomenologia del trapianto d’organi, in Psiche, rivista psicoanalitica, 03/2003, ‘Corpi e controcorpi’, Il Saggiatore, Milano 2003; U. Riccarelli, Ricucire la vita Piemme, Milano 2011 e Le scarpe appese al cuore, Oscar Mondadori, Milano 2007.

[14] S. Freud, Introduzione al narcisismo, in Opere, Vol 7, Bollati Boringhieri, Torino 1995, p. 452.

[15] M. Recalcati, op. cit., pp. 116-117.

[16] Si veda a questo proposito l’illuminante lavoro di Françoise Dolto, in particolare in L’immagine inconscia del corpo, Bompiani, Milano 2001.

[17] J.-L. Nancy, L’intruso, Cronopio, Napoli 2000, p. 13.

[18] F. Basaglia, Scritti (1953-1968), Vol. 1, Einaudi, Torino 1981, p. 306.

[19] F.J. Varela, Distanze intime. Frammenti per una fenomenologia del trapianto d’organi, in Psiche, rivista psicoanalitica, 03/2003, ‘Corpi e controcorpi’, Il Saggiatore, Milano 2003, p. 147.

[20] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, Einaudi, Torino 1991, p. 10.

[21] Sulla lettura dell’organo trapiantato come oggetto transizionale si veda un breve riferimento di Lacan in Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino 2007, pp. 341-345].

 

[22] Esiste una letteratura americana (si veda il testo di P. Pearsall, Il codice del cuore, Rizzoli, Milano 1998), che ha ispirato film e romanzi, che sostiene ed appoggia la costruzione fantasmatica dello ‘spirito del donatore’ asserendo la possibilità che il soggetto del donatore possa in qualche modo continuare a vivere nelle sue fibre, nei suoi tessuti, nei suoi organi, come se questi portassero l’impronta o la memoria di una soggettività ben distinta, influenzando così il soggetto ricevente con la sua presunta impronta. Si tratta di un quesito millenario e mai risolto, che si interroga su dove possa risiedere il soggetto, in quale recondito anfratto del suo corpo? Cartesio aveva ipotizzato che il punto di raccordo tra il soggetto e il suo corpo potesse risiedere nella ghiandola pineale, ad oggi il quesito è rimasto insoluto. Il trapianto risveglia queste domande originarie e cruciali, prestandosi ad invenzioni, costruzioni,  metafore deliranti che possono in qualche modo supplire all’irrappresentabile del corpo in frammenti.

 

[23] In un breve riferimento ai trapianti Lacan afferma: “I trapianti d’organo procedono ormai con un’andatura galoppante, sicuramente sorprendente, e atta a sorprendere la mente con interrogativi come: sino a che punto è necessario? Sino a dove vi acconsentiremo? La miniera, la risorsa di tali possibilità stupefacenti forse permetterà presto il mantenimento artificiale di alcuni soggetti in uno stato di cui non potremo più dire se si tratta di vita o se si tratta di morte. (…) Che facciamo quando prendiamo un organo da un soggetto in questo stato? Non sentite emergere nel reale qualcosa che risveglia in termini del tutto nuovi la questione dell’essenzialità della persona e di ciò a cui si riconduce? Su tutto questo problema, che può eventualmente dar adito a questioni giuridiche, non si mancherà di sollecitare le autorità dottrinali affinché stimino sin dove possa spingersi, nella pratica questa volta, la questione se il soggetto sia un’anima oppure un corpo”. [In J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino 2007, pp. 343, 344.].

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