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La droga esiste fin dagli albori della storia dell’umanità, l’uomo ha sempre cercato sostanze in grado di alterare il proprio stato di equilibrio psichico, emotivo ed affettivo. La ricerca si è svolta nel mondo della natura, nel mondo animale e, soprattutto nell’era moderna, tramite la produzione chimica.

Ciò ci fa dedurre che da sempre è difficile convivere con se stessi, con le paure, le insicurezze, le delusioni e le difficoltà relazionali che caratterizzano la vita e la nostra esistenza nel mondo. Lo “sballo” ha molteplici funzioni: serve a dimenticare, ad allontanare le paure, a divertirsi, a curarsi, a stare meglio con gli altri, a stare meglio da soli.

Freud sosteneva che la migliore compagna per un maschio fosse la bottiglia: non tradisce, non ha il ciclo mestruale, non è imprevedibile e ogni volta che la si cerca è presente; dopo i primi sorsi inoltre risponde al bevitore in maniera costante donandole sempre uguali e rassicuranti sensazioni del piacevole torpore dell’ubriachezza.Il rapporto con un’altra persona è invece completamente differente, le relazioni, siano esse amicali, amorose, affettive o familiari, avvengono tra esseri umani e, come tali, sono imperfette.Relazionarsi con un oggetto è manifestamente più semplice e la droga, oltre ad essere un oggetto, ha la non trascurabile proprietà chimica di far star bene chi la assume.

Dunque l’uomo ha sempre scovato e introdotto sostanze tossiche nel proprio organismo per vivere meglio, almeno in apparenza. Il danno infatti non è tanto dato dalla sporadica assunzione, quanto dalla dipendenza che si crea tra soggetto e sostanza; tale dipendenza si è però modificata nel corso del tempo: sono cambiate le droghe, è cambiato il modo di utilizzarle. Il tossicodipendente che aveva usufruito dei servizi specifici, della terapia sostitutiva metadonica, spesso sieropositivo, imputato da sentenze giudiziarie di reati legati alla dipendenza piuttosto che allo spaccio e ricoverato nelle comunità di recupero tradizionali è scomparso.

La sostanza sembra aver perso oggi quel ruolo simbolico che contribuiva ad aumentare il fascino maledetto della sua assunzione. È scomparsa la cultura della droga, negli anni ’70- ‘80 infatti drogarsi non corrispondeva esclusivamente al piacere dell’alterazione sensoria e percettiva, anzi, rimandava a un significato e sociale specifico e determinato. Assumere un particolare tipo di droga significava far parte di una classe sociale piuttosto che di un’altra: i colletti bianchi, i personaggi legati allo spettacolo e alla moda dell’alta borghesia sniffavano cocaina, mentre gli eroinomani venivano considerati i reietti, infine, nell’ambito politico e sociale fumare marijuana, era tipicamente di “sinistra”. I costi delle sostanze erano nettamente differenti, la cocaina era scarsamente disponibile sul mercato e costava molto, mentre la cannabis era più facilmente reperibile. Chi raggiungeva una condizione di dipendenza importante, non gestibile, cominciava a spacciare per procurarsi la dose necessaria quotidiana e spesso rientrava nel circolo della giustizia venendo condannato a causa di reati inerenti la sostanza.

Iniettarsi eroina spesso veniva considerata come protesta massima verso la società, un’aulica forma di nichilismo, di isolamento contro tutto e tutti. Molti artisti hanno fatto della loro dipendenza una bandiera di protesta, pensiamo a Basquiat nell’arte pittorica, Lou Reed in quella musicale e Bukowski in quella letteraria, solo per citarne alcuni. L’assunzione di sostanze inoltre veniva scandita da ritmi ben precisi e canoni stabiliti: seduti in cerchio, lontano da centri abitati, ci si scambiavano gli arnesi del mestiere recitando frasi e parole che facevano parte del vocabolario del tossicodipendente, tutto avveniva secondo un rituale dettagliato. I tatuaggi, il “flash” inscritto sulla pelle era quasi un marchio a fuoco che stabiliva l’appartenenza a una tribù, a un gruppo specifico al quale ci si mostrava orgogliosi di appartenere.

Il già citato il nichilismo di alcuni autori, da Jim Carroll a Bukowski, possedeva uno sfondo affascinante: si utilizzavano le sostanze per ampliare i confini della percezione, come sosteneva Huxley e raggiungere l’”infinito” al fine di implementare la propria creatività. Morrison, Belushi, Hendrix, Pastorius, Barret, Joplin e Kurt Cobain, i cosiddetti miti “maledetti”, hanno mescolato la sofferenza emotiva con le sostanze producendo, ognuno nel campo di competenza, meravigliosi risultati artistici.

Oggi il cambiamento è radicale: l’uso delle sostanze appare inscindibile rispetto al godimento chimico del corpo, al fine di implementare le prestazioni e al miglioramento del divertimento, siamo lontani dal mondo della sperimentazione artistica tramite la droga.

Penso che possa essere utile riassumere in tre punti le tipologie di assunzione moderna delle sostanze. Questi tre modi di assunzione della sostanza riconducono a grandi linee a ciò che frequentemente assimiliamo dai telegiornali, vediamo ogni sera nei locali alla moda piuttosto che negli ambienti lavorativi.

–  Il godimento chimico del corpo: molte droghe si assumono perché ci si sente bene, fanno “stare bene”, non fanno pensare, annullano gli effetti sgradevoli dell’ansia. L’effetto ansiolitico di marijuana, hashish, eroina e alcol è molto più potente di quello dei farmaci tranquillanti come benzodiazepine o neurolettici, le sostanze inoltre possiedono una rapidità d’azione maggiore e quindi un effetto immediato. Accade spesso che, a fronte di sofferenze emotive, affettive, o comunque scarsamente riducibili ad un piano di razionale comprensione, si ricorra a un paio di bicchieri che aiutano a rilassarsi e a conciliare il riposo. La marijuana è una sostanza tipicamente inibente i meccanismi neuronali e può essere un buon ansiolitico, la cocaina invece, ovviamente eccitante, è un ottimo antidepressivo.

–  Implementare le prestazioni: nell’ultimo decennio una delle sostanze più utilizzate è stata la cocaina, la droga prestazionale per eccellenza. Questa polvere aumenta il battito cardiaco, diminuisce la fame e la sonnolenza, fa acquistare lucidità (almeno all’inizio) e dona al soggetto una sensazione di onnipotenza e di invincibilità. Molti la utilizzano per lavorare, per migliorare le proprie performances sessuali con la ragazza di turno piuttosto che con prostitute, per stare svegli al sabato sera o per trovare la voglia di uscire a cena con gli amici dopo una dura giornata di lavoro. Sembra che il soggetto ricorra alla cocaina al fine di adattarsi sempre meglio alle esigenze sociali di felicità e di ottime prestazioni.

– Migliorare il divertimento: le sostanze vengono infine assunte con il banale scopo di divertirsi, divertirsi di più, divertirsi senza non basta, sembra non essere sufficiente. Sono frequenti discoteche che prevedono all’ingresso insalatiere ricche di pastiglie colorate che ampliano la percezione acustica e stordiscono unite alla musica elettronica assordante. Sesso a base amfetaminica, le “paste” concedono un surplus di godimento al corpo, annullano le inibizioni procurando un effetto empatogeno. il soggetto si percepisce maggiormente attratto dai suoi simili e illusoriamente stringe relazioni nel locale, pervaso da sensazioni di benessere e tranquillità, relazioni che senza l’aiuto dell’ecstasy non avrebbe assolutamente il coraggio di affrontare, finito l’effetto però non si è ottenuto che poco più di un paio di ore di divertimento. Questa tipologia annulla ogni relazione sociale in favore spesso di un godimento del singolo, che si è fisicamente unito a un gruppo numeroso di persone, ma desolatamente solo nel piacere chimico offerto dalla droga.

Le tre tipologie “moderne” di utilizzo delle sostanze non sono altro che la conseguenza dei repentini cambiamenti sociali: la grande disponibilità sul mercato di sostanze stupefacenti e la inevitabile diminuzione di costo, unitamente alla sempre maggiore conoscenza dei principi chimici e degli effetti psicotropi delle molecole grazie all’informazione scientifica da parte dei media (internet, trasmissioni televisive dedicate) hanno indotto una dimestichezza e maneggevolezza delle sostanze permettendone anche un consumo trasversale attraverso le differenti classi socio economiche. Per trasversale intendo che cessa l’approccio euristico, meditativo, nichilistico in favore di un piacere chimico che influisce sulla prestazione e regola il divertimento.

Non esistono più le droghe di classe: tutti assumono tutto, ragazzi “griffati” dalla testa ai piedi fumano marijuana, giovani dei centri sociali sniffano cocaina, muratori utilizzano eroina, magari però solo durante il weekend. È il periodo dell’oggetto droga: è oramai evidente che non c’è più la motivazione prioritaria della trasgressione, non c’e piu nulla da trasgredire, cioè però divertirsi, c’è da godere. Un motivo del godimento contemporaneo verso l’oggetto droga è quello dell’incapacità della tolleranza, del dolore appunto, rispetto alla relazione con l’altro. L’altro che si incontra è un altro imperfetto, mancante, che mette a nudo i propri difetti e quelli del soggetto; possiamo affermare che ogni relazione umana, quindi carica di emotività, genera uno stato angoscioso proprio perché instaurata tra due elementi imperfetti.

L’essere umano è imperfetto e l’unione di due identità imperfette non può che generare imperfezione, tale imperfezione deve essere gestita e virgola soprattutto tollerata nella relazione. Essere “in relazione con” implica necessariamente la possibilità del “no” dell’altra persona, amico o partner che sia e spesso i rifiuti, le umiliazioni, la discordanza di opinioni creano disagio, talvolta non sono nemmeno giustificate in maniera razionale dall’altro. La sostanza dona invece un doppio vantaggio: non crea alcuna aspettativa verso la potenziale frustrazione dell’incognita della risposta nella relazione con l’altro e, allo stesso tempo, regala un piacere corporeo difficilmente ottenibile tramite metodi naturali come lo sport, la meditazione o l’attività sessuale. La sostanza ci tranquillizza, evita le numerose domande che inconsciamente ognuno di noi si pone: “cosa sono io per l’altro”, “che posto occupo io del desiderio dell’altro”, “come mi vuole?”.

È presto detto quindi quanto le sostanze psicotrope, che si legano cioè in maniera elettiva alle cellule del sistema nervoso producendo sintomi psichici, influenzino quantitativamente e qualitativamente ogni tipo di attività mentale. Il tossicodipendente non è più dunque quello dei film che avevano caratterizzato la nostra infanzia e di cui ci parlavano i professori alle scuole medie, oggi sono scomparse le crisi di astinenza con i crampi allo stomaco, il vomito, i furti per procurarsi la sostanza, l’emarginazione dalla società. Il “tossico” moderno difficilmente arriva a farsi curare, è ben integrato nel tessuto sociale, invece colui che giunge alla necessità di una cura residenziale piuttosto che ambulatoriale presso i servizi per le dipendenze è una persona malata psichicamente.

Da un approccio talvolta superficiale e occasionale, legato ad amicizie o a situazioni particolari come la frequentazione delle discoteche o dei rave party, si giunge ad un utilizzo quotidiano fino a una vera e propria dipendenza, l’uso giornaliero congela il pensiero e ovatta ogni tipo di emozione. Si arriva quindi a un ritiro sociale importante e a uno stato di abulia (mancanza di volontà o indolenza), anedonia (incapacità a provare piacere), astenia (deficit di forza e stato di stanchezza costante) che li conduce a perdere il lavoro, le relazioni affettive e sessuali; si ritrovano così chiusi in casa e in solitudine, molto lontani dal divertimento della discoteca e dai bar alla moda. Nella letteratura medica viene messo in evidenza che gli effetti provocati dalle sostanze conducono a danni cerebrali.

Ma non tutti coloro che fanno sporadico uso di droghe diventano dipendenti. Gli altri, quelli “sani” invece riescono a dosare il consumo di stupefacenti, ma soprattutto continuano a condurre una vita normale, senza arrivare al ricovero nelle comunità o alla ricerca di una terapia ambulatoriale.

Un altro sintomo importante della nostra epoca è la depressione, e guarda caso, ogni telegiornale, ogni quotidiano e ogni autorevole rivista del settore, ha decretato che una delle droghe più consumate in assoluto è la cocaina. La melanconia viene così “curata” dalla cocaina, con la polvere bianca si vince la tristezza, si riesce ad uscire di casa e a lavorare, ad avere rapporti sessuali, generando così l’illusione che più se ne consuma meglio si sta, e che probabilmente si può risolvere, o quantomeno rimandare, ogni problema, ma appunto è una mera illusione.

Ogni sostanza conduce all’alterazione degli stati di coscienza, gli abusi di sostanze possono indurre sintomi molto simili a quelli delle patologie psichiatriche, per arrivare però a una diagnosi di patologia psichiatrica derivante dall’abuso servono anni di prolungata e ininterrotta assunzione.

La famosa leggenda dei soggetti che si ammalano o impazziscono dopo che gli hanno messo la pastiglia di ecstasy nel bicchiere è, appunto, una leggenda: non è sufficiente una singola assunzione di sostanza per compromettere per sempre l’equilibrio psichico di una persona. Tuttavia, l’incontro con la droga può slatentizzare, può portare alla luce uno stato psicopatologico che fino a quel momento era rimasto silente o si era manifestato solo parzialmente.

 

Per concludere, occorre fare una distinzione importante tra le dipendenze patologiche, che spesso mascherano un disturbo psichico, e chi fa uso saltuario di sostanze per finalità aggregative, prestazionali o di divertimento. Se per le prime occorre attivare cure e interventi mirati, le seconde sono sintomo di una società sempre in corsa che mira alla prestazione, al successo e al divertimento a tutti i costi. Per curare il secondo tipo di dipendenze sarebbe necessaria una messa in questione dei valori che permeano la nostra società, in un certo senso siamo tutti in piccola parte responsabili del fenomeno dilagante dell’uso di sostanze tra i giovani.

Laura Porta

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