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Di Laura Porta

Testo dell’intervento al Convegno “Arte e psiche”, 20 ottobre 2018, Palazzo Barberini, Roma.

Parlare di trauma in questo luogo significa far dialogare arte e psicoanalisi su un tema complesso e stratificato. La psicoanalisi ha dato contributi importanti sul trauma psichico, ma anche contradditori e problematici, perché il disagio psichico causato dal trauma ha aspetti riconoscibili ma anche indicibili ed inquietanti. Arte e psicoanalisi insieme oggi si affiancano per coglierne meglio gli aspetti più misteriosi ed indecifrabili.

Occorre intanto fare un chiarimento, la parola trauma viene utilizzata sia per fare riferimento a un evento sovrastante, che paralizza e pietrifica il soggetto, sia per indicare un evento di grande impatto, di certo sconvolgente ma necessario per lo sviluppo evolutivo. Si parla per esempio del trauma della nascita, così come del trauma di un abbandono nella primissima infanzia.

È tuttavia necessario fare una distinzione fra i traumi come passaggi obbligati per il processo di crescita di un soggetto, i traumi cosiddetti “evolutivi”, che comportano dei tagli o delle separazioni ma hanno un potenziale evolutivo irrinunciabile perché permettono alla persona di crescere e di sganciarsi da situazioni di dipendenza e di passività e traumi che hanno un impatto schiacciante, involutivo, distruttivo sul soggetto, generando la frammentazione del sé.

È impossibile stabilire a priori che cosa fa trauma, di fronte ad eventi catastrofici, naturali e relazionali, le persone reagiscono in modi diversi, con il termine “resilienza” si fa riferimento alle risorse di un soggetto per fronteggiare le avversità che si incontrano nella vita. Il grado di resilienza è diverso per ognuno, ognuno ha una singolare capacità di sopportazione degli eventi traumatici.

Ma esiste una particolare sfera di traumi che gravano in modo pesante sullo sviluppo psichico di un soggetto. Spesso nelle storie di chi soffre di gravi disturbi psicopatologici ritroviamo dei traumi. Mi riferisco ai traumi subiti in età infantile, in particolar modo se inferti precocemente ad opera di un famigliare, come i maltrattamenti o gli abusi.

Perché questi traumi agiscono a una tale profondità da lasciare dei segni indelebili nell’equilibrio psichico, causando un livello di dolore e di frammentazione i cui segni restano, in molti casi, per tutto il corso della vita?

Perché nei traumi relazionali, negli abusi sessuali, nei maltrattamenti, negli abbandoni in età infantile ciò che viene minata alla base è la fiducia nell’Altro, oltre che la percezione di integrità della propria psiche, schiacciando il soggetto all’esperienza di un’impotenza senza possibilità di appello.

Pensiamo all’abuso sessuale di un bambino da parte di un famigliare. Il danno avviene almeno su tre livelli, fisico, psichico ed emotivo. C’è un aspetto soverchiante sul piano fisico del trauma, perché al bambino viene imposto un approccio fisico, quello sessuale, che non ha niente a che vedere con l’unico linguaggio che conosce e può sopportare, quello della tenerezza. Il bambino non è ancora giunto alla maturità sessuale, il suo approccio al contatto fisico con l’adulto è connotato dalla tenerezza come espressione specifica dell’accudimento. L’irruzione del linguaggio sessuale di un adulto, che gli impone di rispondere in una lingua a lui sconosciuta, è già di per sé un trauma. Confrontato all’irruzione di una molestia il bambino si accorge immediatamente che qualcosa non va, che un velo si sta squarciando, percepisce con precisione che l’adulto lo sta tradendo.

Qui subentra il piano psichico della catastrofe, perché il bambino non può sopportare, a livello psichico, che colui che dovrebbe proteggerlo e accudirlo lo sta danneggiando. Perciò mette in atto dei meccanismi psichici per proteggersi da questo evento. Anzitutto la rimozione, la dimenticanza, l’oblio dei fatti, in quanto incompatibili con il legame affettivo esistente. Una parte della coscienza non può sopportare ciò che è accaduto, non può integrarlo psichicamente. Ciò significa che il soggetto non riesce a dare un senso a quello che è successo, non riesce a integrare gli elementi scissi. Come può, la persona che più dovrebbe amare il bambino e proteggerlo, essere anche il suo carnefice? Questa contraddizione, sempre intrinseca nell’abuso in ambito famigliare, è all’origine dell’impensabilità psichica. L’altro meccanismo di difesa è la dissociazione.

La dissociazione è un’assenza di connessione, una sorta di rifugio mentale, in cui per esempio le emozioni sono dissociate da ciò che sta accadendo; vive una dissociazione per esempio chi non riesce a provare dolore di fronte a un evento grave e significativo come il lutto di una persona cara. Dissociazione è anche quando il soggetto fa l’esperienza di uscire dal proprio corpo e vedersi dal di fuori. Si tratta di una sorta di distorsione della realtà, che non è un’allucinazione, non è un delirio, non fa parte necessariamente della sintomatologia della psicosi, ma è un meccanismo di difesa dal dolore generato dal trauma. Il soggetto che si dissocia non riesce a concentrarsi, non riesce a mantenere delle relazioni sociali stabili, ha delle difficoltà a lavorare, a mantenere delle relazioni sentimentali significative, e si sente come “spaccato in due”. Nel suo Diario Clinico, lo psicoanalista Sandòr Ferenczi, pioniere della ricerca sul trauma, racconta di un bambino che, mentre viene picchiato dal padre, immagina di essere un geco sul muro che, guardando dall’alto la scena, vede se stesso mentre viene picchiato, facendo l’esperienza di vedersi dall’esterno ed assistere alla testata del letto che si muove e al padre che lo picchia, senza sentire niente e senza provare dolore.

Spesso nella storia di chi soffre di anoressia troviamo un trauma infantile. Molte anoressiche riferiscono l’esperienza dell’insensibilità del proprio corpo, sia riguardo alle zone erogene che ai bisogni fisiologici come la fame. Oppure si percepiscono grasse pur essendo di una magrezza scheletrica, vivendo una forte dissociazione tra la realtà percepita e quella effettiva.

Le dinamiche e le conseguenze della traumatizzazione interpersonale grave, come nei casi di precoce maltrattamento, deprivazione o abuso vero e proprio, vengono delineate in psicoanalisi come frammentazione della psiche, o altrimenti dette dissociazioni. Esse possono portare a processi di identificazione con l’aggressore, che consiste nell’introiettare non solo l’aggressività del persecutore ma anche il suo senso di colpa. L’identificazione con una parte di sé vittima e una aggressore del proprio corpo è ciò che porta alla ripetizione traumatica.  La vittima è stata toccata dal male nel profondo, e questa esperienza estrema ha incrinato lo specchio della sintonizzazione e del riconoscimento di sè, così che l’immagine riflessa dallo sguardo dell’altro sarà un’immagine frammentata, distorta, marchiata dal trauma.

Ce lo mostra bene Shirin Neshat nella sua opera viva e dinamica, che ci introduce al trauma dalla parte di chi lo ha subito, una visione del mondo attanagliata dall’angosciosa attesa, da un desiderio di librarsi nell’immensità della natura, nel mare infinito, ostacolato dal terribile scontro con la ripetizione dell’esperienza traumatica, nel sogno e nella realtà, tanto che la realtà può somigliare a un sogno d’angoscia a causa del ritorno impietoso di flashback e visioni deformate e deformanti, in un tempo che sembra essere eternamente fermo.

La vittima di un trauma, in balia di sentimenti di vergogna e di autoaccusa, fatica a tenersi insieme attraverso un narcisismo costituente, si perde nel collasso delle impalcature rappresentazionali e nel tracollo dei significati.

Questa catastrofe psichica si traduce nello smarrimento della direzione della vita, che non riesce a seguire le tracce di un desiderio sepolto, soggettivamente perduto. Il trauma mina il nucleo relazionale primario dell’essere umano, causando un profondo disorientamento esistenziale e la percezione di una solitudine assoluta.

L’opera di Shirin Neshat ci introduce al livello emotivo di devastazione operata dal trauma.

Il bambino non ha la possibilità di valutare ciò che sta succedendo come un adulto, e a questo si aggiunge la solitudine. Solitudine dovuta al fatto che spesso, quando il bambino grida aiuto raccontando ciò che gli è successo, l’adulto non gli crede. Ma la cosa agghiacciante è che, quando è uno degli stessi genitori a produrre trauma, all’interno della cerchia familiare la vita continua a scorrere come se niente fosse successo. E quindi è comprensibile come il bambino viva una confusione rispetto a ciò che gli sta succedendo. Lo scorrere della vita normale devasta emotivamente il bambino, una devastazione sul piano del sentimento, sul piano dell’amore. Questo tipo di devastazione emotiva è determinante, perché fa sì che il bambino si percepisca come un oggetto senza valore. Proprio per questo motivo, sentendo di non valere niente, cerca di fare di più. E l’adulto continua traumatizzarlo. L’abuso è una modalità ancora più insidiosa della violenza, perché c’è tutta la modalità affettiva ricattatoria da parte dell’adulto, che gli chiede: “Fallo per me, fallo perché mi vuoi bene”.

Il bambino da una parte deve sopportare la reiterazione del trauma, dall’altra il fatto di non essere creduto da nessuno. Vive una solitudine assordante e un senso di impotenza indicibili.

Occorre a questo punto aprire una parentesi sul piano neurofisiologico. Quando ci troviamo di fronte a un ostacolo, un evento improvviso e catastrofico, il sistema neurologico che interviene può essere il sistema ortosimpatico, che ha come neurotrasmettitore l’adrenalina. L’adrenalina serve per aumentare il battito cardiaco, aumenta la sudorazione, il livello di attenzione, conferisce una prontezza ad agire per difendersi, è il cosiddetto sistema della lotta e della fuga. Quando si attiva il sistema ortosimpatico siamo pronti ad agire o a scappare. Ma c’è un secondo sistema, cosiddetto dell’immobilizzazione, che è esattamente l’opposto. È il sistema parasimpatico, il neurotrasmettitore che agisce è l’acetilcolina, che è un anestetizzante, diminuisce la pressione arteriosa, diminuisce il ritmo cardiaco, diminuisce il ritmo respiratorio fino a provocare quasi uno stato di morte apparente. Quindi abbiamo due modalità anatomiche che hanno la stessa finalità, ovvero quella di far fronteggiare al soggetto una situazione pericolosa in cui rischia di essere sopraffatto, due modi per sopravvivere alla violenza, da un lato scappando o combattendo e dall’altro immobilizzandosi.

Tra l’altro, le recenti ricerche sulla memoria hanno dimostrato che i traumi che si subiscono prima dei tre o quattro anni di vita non vengono memorizzati, anzi si ricorda solo l’emozione, l’angoscia, l’orrore, che non può essere ricollegata a ciò che è avvenuto.

Quindi certi traumi vanno incontro a un’impensabilità anatomica, sia in termini di reazioni difensive che di ricostruzione cognitiva della memoria.

Per tornare all’esempio dell’abuso, i bambini usano soprattutto il meccanismo di difesa dell’immobilizzazione, perché ovviamente ribellandosi a un adulto soccomberebbero. Tuttavia la loro immobilità alimenta nell’adulto il pensiero che se il bambino si immobilizza significa che va bene ciò che stanno facendo. Se il bambino non si oppone allora va bene. In realtà il bambino si isola in questa morte apparente per sentire meno la violenza.

L’unico modo che un bambino ha per sopravvivere all’angoscia è chiedere aiuto, ma come può chiedere aiuto ai genitori se sono loro a traumatizzarlo?

Il ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni restituisce poesia e bellezza a una figura ripetutamente e tragicamente travolta dall’esperienza del trauma. L’abuso del padre, le torture inflitte per la confessione della sua partecipazione all’omicidio del padre insieme ai fratelli, la sentenza di morte e la sua esecuzione violentemente spettacolarizzata. Come un agnello sacrificale, viene ritratta nella sua delicata purezza, che amplifica la nostra percezione di orrore verso l’insistenza malevola e ripetuta dei suoi persecutori, famigliari prima e sociali poi. Come a significare che chi ha subito un trauma resta un soggetto sperduto e di una fragilità disarmante, anche nel caso in cui riesca a raccogliere il coraggio di ribellarsi al suo carnefice.

Come possiamo aiutare chi ha subito un trauma?

La prima cosa da fare è essere gentili. È una banalità assoluta, ma occorre conquistarsi la fiducia dell’analizzante, aiutarlo nella ricostruzione di quanto accaduto, in questo dobbiamo superare l’indicazione di presunta neutralità di Freud, è importante domandare, farsi raccontare, nel limite di quanto può essere tollerato. È importante anche che il soggetto impari a dare un nome alle sue emozioni. I pazienti traumatizzati sono soli e per di più si sentono in colpa. Il discorso che si ripetono, fino all’ossessione, è: “Lui mi abusava e io ci stavo e non ho detto nulla”.

Ma la responsabilità di un abuso su un bambino è sempre dell’adulto. Non è mai di un bambino.

In questo l’analista deve essere in grado delineare una linea netta, aiutare l’analizzante a superare la confusione in merito al suo senso di colpa e di responsabilità. Inoltre l’analista deve “esserci”, deve saper sopportare il dolore, la solitudine, non deve sottrarsi, ma saper accompagnare il soggetto. Ciò non significa mantenere il paziente in una posizione di vittima che si crogiola nel suo lamento, ma aiutarlo a riconoscere l’impatto del trauma nei suoi attuali sintomi.

A partire da questo tipo di relazione, premurosa e soccorrevole, nascono le premesse della possibilità di trascendenza, della possibilità di superare il trauma, di andare oltre. Perché i traumi, benchè permangano come tracce indelebili, possono essere un bagaglio prezioso affinchè il soggetto possa riuscire a farsene qualcosa di ciò che l’Altro ha fatto di lui.

Inoltre un processo importante di superamento del trauma è il perdono. Perdono di se stessi come risoluzione dei sensi di colpa. Perdono del proprio senso di inadeguatezza, della svalutazione di sé tipica di chi è stato trattato come un oggetto dal suo Altro. E perdono dell’Altro, come capacità di lasciarlo andare, di non trattenere con sé la narrazione ideativa e rimuginante legata alla rabbia e al risentimento, non ripetere reiterando l’esperienza traumatica come vittima o come carnefice.

Affinchè il perdono divenga possibile è necessaria una relazione terapeutica con l’analista che abbia il carattere di un incontro umano significativo. Ferenczi nel Diario Clinico osava persino parlare di “amore”. Una base sicura affinchè il trauma possa essere non solo ricordato, ma eventualmente ripetuto e rielaborato all’interno di un contenitore psichico, emotivo e relazionale capace di integrare l’orrore e l’impensabilità. Quando una persona ha subito un trauma tenderà a rivivere il trauma all’interno del rapporto analitico, l’analista dovrà essere pronto ad accoglierlo, a saper condurre la cura.

Oggi ci troviamo in un ambito, quello dell’arte, che ci introduce per eccellenza alla creatività come processo di sublimazione e come potente mezzo di cura. Mettere a fuoco il tema del trauma significa proporre anche le possibili vie d’uscita, a livello psichico, che un soggetto può trovare nel momento in cui è confrontato alla sua immensità travolgente, una possibile via d’uscita è la creatività.

Perché un analista sia all’altezza di ascoltare una persona traumatizzata occorre anche che egli sia in grado di giocare, nel senso winnicottiano del termine. Occorre che egli per primo non abbia perso di vista la dimensione creativa e generativa dell’incontro, che introduca il soggetto e lo accompagni alla dimensione del gioco come capacità di trascendenza e di superamento dei propri limiti temporali e spaziali. Lo spazio di parola della seduta può essere uno spazio creativo. Alcuni terapeuti utilizzano la tecnica del gioco della sabbia come strumento per non dimenticare la dimensione della creatività e dell’invenzione come necessarie. Lo spazio della seduta può divenire così spazio di creazione del nuovo, per trascendere la realtà schiacciante ed immutabile del trauma, per accompagnare il soggetto a non soccombere, ma a farsene qualcosa di ciò che l’Altro ha fatto di lui.

 

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