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Una riflessione sui legami tra analisti nelle scuole di psicoanalisi: ci sono posture etiche in merito al sapere, al potere e alla verità che dovrebbero essere imprescindibili e indipendenti dal luogo dove si opera. Dovrebbero…

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Sui legami tra analisti[1]

Di Laura Porta

Quando mi è stato chiesto di intervenire sul tema del desiderio in istituzione il mio pensiero è andato subito alle varianti nevrotiche di manifestazione del desiderio che si possono incontrare nelle istituzioni e a come nella mia analisi personale e nelle analisi che conduco ho potuto incontrare in forme molto diverse modalità nevrotiche di vivere il desiderio dell’Altro e per l’Altro nelle istituzioni, modalità che spesso sono una ripetizione di traumi o fantasmi primordiali soggettivi.

In questo senso l’istituzione può divenire teatro di un legame nevrotico con l’Altro.

Per fare un esempio porterò una vignetta clinica di una giovane analizzante che lavora come educatrice in una comunità per disabili psichici e che porta in seduta un frammento di sogno:

Sono in un salone, ci sono i famigliari di mio padre, si tratta di un ricevimento nuziale. Provo disagio nel vederli. A un certo punto sbucano il direttore sanitario e la coordinatrice di dove lavoro. Hanno tutti dei tatuaggi di svastiche sul collo e sulla tempia. Il mio disagio aumenta sempre di più”.

Grazie a questo sogno riesce a cogliere e a dispiegare all’interno di un discorso la modalità repressiva adottata da parte della direzione sul luogo di lavoro nei confronti degli ospiti, modalità che lei e gli altri educatori devono controbilanciare per “ricompensare” i pazienti scompensati. Le crisi d’angoscia dei pazienti sono spesso diretta conseguenza di modalità relazionali capricciose, svalutanti ed oppressive da parte dei suoi superiori. Emerge che a causa di questa modalità di gestione la direzione ha appena ricevuto una denuncia. Una dinamica che le ricorda il funzionamento della sua famiglia e il suo faticoso lavoro per trovare un posto nonostante lo stile repressivo genitoriale. Grazie all’analisi è riuscita a far luce sul silenzioso godimento del suo sintomo di “compensazione” dello stile dittatoriale dell’Altro, modificando la sua posizione passiva e compiacente e mettendosi alla ricerca di un luogo dove fosse possibile lavorare senza dover sopportare masochisticamente il peso della violenza dell’Altro. Ecco un primo livello dell’elaborazione: l’istituzione come luogo dove si possono ripetere, nevroticamente, i propri traumi nel legame con l’Altro. L’analisi come possibilità di svolta dalla ripetizione. L’esito di un’analisi può essere la presa di distanza da istituzioni che non lasciano margini di espressione soggettiva, oppure un’analisi può permettere di interrogarsi su come modificare la propria posizione nei confronti dell’istituzione, così come nel legame con l’Altro. Un’analisi può rendere sensibilmente più soddisfacente il legame con l’istituzione in quanto, una volta attraversati i propri fantasmi, è possibile relazionarsi all’Altro istituzionale in modo nuovo, creativo e generativo. Un’analisi può emancipare dal lamento nevrotico o rivendicativo nei confronti dell’Altro istituzionale e far generare un desiderio associativo nuovo.

A questo punto mi è sorta una domanda: se la psicoanalisi può avere un potere di “bonifica” nelle relazioni di un soggetto con l’istituzione, perché le istituzioni analitiche sono così sintomatiche?

Specifico meglio. Nel 1996 Otto Kernberg, dopo essersi occupato per anni dei problemi della formazione degli psicoanalisti, pubblicò un articolo brillante e provocatorio: “Trenta metodi per distruggere la creatività degli allievi degli istituti di psicoanalisi” http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/kernberg-1.htm, sottolineando come la creatività venisse mortificata se non addirittura azzerata da un clima di dogmatismo, conformismo e soggezione all’autorità che permeava le scuole di psicoanalisi.

A partire da questa considerazione la mia attenzione si è spostata sulle istituzioni di psicoanalisi e sui legami tra analisti.

Come scrive Angelo Villa:

“La storia della psicoanalisi è ricca di tensioni e conflitti, da sempre. Sarebbe stupido o ingenuo pretendere che non lo sia. Casomai si rimane sorpresi dalla scarsa indagine analitica questo riguardo. Mi risulta impossibile coniugare le tesi di Jung con quelle di Freud, per esempio. O la concezione del trauma a partire da Rank. Sia come sia, insisto e ribadisco, la questione non sono le rotture. È normale che i rapporti si logorino. Esistono la convivenza, il matrimonio, il divorzio e capita addirittura che, dopo la separazione, delle coppie si rimettano insieme… insomma, non è questo il punto! Il problema è la totale mancanza di una riflessione sulle logiche istituzionali, sugli accadimenti, poi uno vada dove vuole andare. Perché tanto silenzio?  (…) Il problema non sono i tagli, gli strappi, le liti e le riconciliazioni… Ma la pressoché totale latitanza di un lavoro di analisi che interroghi le vicende, le logiche che presiedono alle cosiddette istituzioni psicoanalitiche. (Villa, LETTERa, N. 1, “I legami e l’inconscio” p.106)”.

ALIpsi fu fondata con la precisa intenzione di scardinare meccanismi di potere farraginosi, scommettendo in modo pionieristico e sovversivo per la storia della psicoanalisi sulla possibilità di far esistere un legame nuovo e più fluido tra analisti, al servizio della ricerca del sapere e non di dogmi o di transfert analitici non liquidati.

Il primo convegno nazionale di Alipsi si svolse nel 2011, una tavola rotonda era intitolata: “Perché gli psicoanalisti non riescono a non litigare fra di loro”? Gli atti sono raccolti nel primo numero di LETTERa, la rivista di ALIpsi.

Utilizzerò di seguito alcune riflessioni tratte dagli atti, oltre che un contributo di analisti di altre scuole, per mettere a fuoco alcuni problemi a mio avviso importanti e trasversali, che sembrano costantemente presenti nelle scuole di psicoanalisi ed ostacolano sensibilmente la possibilità di orientare i legami fra analisti verso un autentico desiderio di sapere per la psicoanalisi.

Intanto vorrei fare una premessa: in psicoanalisi c’è un’assenza impressionante di una riflessione sistematica e costante sugli aspetti “patogeni” del funzionamento delle istituzioni analitiche. Forse perché le derive intrinseche sono così pervasive e frequenti da passare sotto negazione da parte degli analisti e delle comunità analitiche, di qualsiasi scuola essi siano.

Per questo le riflessioni legate a questo tema scottante somigliano più a sassi gettati nello stagno che a contributi sistematici ed approfonditi. Anche il mio lavoro sarà di quest’ordine, un tentativo sommario di richiamare l’attenzione, una costruttiva provocazione.

In un primo tempo la mia domanda si è articolata più o meno così, nel modo forse più ingenuo e spontaneo:

Ma com’è possibile che alcune persone, che incontro fuori dal loro setting analitico, possano essere analisti così bravi, misurati, attenti, e contemporaneamente essere così? Insomma, si può davvero essere analitici solo in analisi, o l’atteggiamento analitico dovrebbe necessariamente estendersi a tutti i campi dell’esistenza di un analista? L’analiticità, insomma, è un lavoro, o deve essere uno stile di vita?”.

Una domanda che scaturiva dalla considerazione che gli analisti operano nel setting della seduta avendo ben presenti le dinamiche intrapsichiche, le interpretano e riescono ad analizzarle senza ‘agirle’ nella relazione con il paziente-analizzante. Ma al di fuori della seduta, in ambiti istituzionali in cui devono collaborare fra di loro sembrano a volte dimenticare le leggi e i principi basilari della psicoanalisi, in alcuni casi venendo meno anche all’etica delle relazioni interpersonali, nella peggiore delle ipotesi agendo selvaggiamente i propri impulsi.

Ma qui siamo a un livello molto generico e superficiale della riflessione, sono necessarie delle precisazioni.

Certo, la stanza d’analisi è un luogo “privilegiato”, un laboratorio messo a punto appositamente per facilitare l’emergenza dell’inconscio. Il setting della seduta, le regole di non agire il transfert o il controtransfert, la particolarità della relazione asimmetrica analista-analizzante, il pagamento della seduta, la regola delle libere associazioni, sono funzioni, condizioni, presupposti che valorizzano il lavoro di ricerca e di scoperta dell’inconscio, sospendendo temporaneamente i meccanismi dell’Io che potrebbero interferire nella relazione. Si tratta di un laboratorio di ricerca intorno a un mistero, l’inconscio dell’analizzante, in cui sia l’analista che l’analizzante sono al lavoro. Ed ecco allora una prima considerazione in merito alle discrepanze del portamento dell’analista dentro e fuori la stanza d’analisi: al di fuori di un ambito così esclusivo e “protetto” non è semplice mettere a tacere l’Io, che fa capolino appena può. Anzi, è anche consigliabile che l’Io riprenda a svolgere le sue funzioni fuori, nel mondo, dove a farla da padrone non sono certo solo i simboli e l’etica. È bene che chi svolge la professione di analista sappia muoversi anche nel campo dell’immaginario, sarebbe una follia essere identificati all’analista nella vita quotidiana.

Resta tuttavia un problema di etica su questioni “imprescindibili”, ovvero che non dovrebbero riguardare solo ciò che avviene dentro la stanza d’analisi che sintetizzerei così: come un analista si pone nei confronti del sapere, del potere e della verità. Il venir meno a un’etica nei confronti del sapere, del potere e della verità ha delle ripercussioni importanti anche in termini di legami e di funzionamento delle istituzioni analitiche.

Nella consapevolezza di lanciare solo un piccolo sasso nello stagno cercherò di analizzare punto per punto queste tre dimensioni in cui si muove l’analista nell’ambito della cura e le relative ripercussioni del venir meno di questi principi nel funzionamento istituzionale.

Nell’ambito del sapere Lacan raccomandava che l’analista occupasse la posizione del soggetto supposto sapere ma, come acutamente osserva Franco Lolli (LETTERa, n. 1, “I legami e l’inconscio”, pp. 66-67):

 

“Il soggetto supposto sapere è la forma che inaugura la serie trasformativa. In essa, lo psicoanalista è ritenuto depositario di uno straordinario dono: il sapere sul soggetto analizzante. È una supposizione, si affretta a precisare Lacan; infatti, ‘la questione non è quel che sa [l’analista, N.d.A.] ma la funzione di quel che sa nella psicoanalisi’[2]. Il che vuol dire che ciò che conta è la capacità dell’analista di occupare una particolare posizione nel transfert, quella che consente al desiderio di sapere dell’analizzante di germogliare. La funzione dell’analista è, spiega ancora Lacan, quella dell’agalma; egli, cioè, incarna l’oggetto prezioso che attiva e concentra su di sè le passioni e le seduzioni dell’amore, consapevole che, puntualizza Lacan, egli, come Socrate si presta a essere il bersaglio di un messaggio rivolto ad altri. (…)

Ma questa non è che la condizione perché un lavoro analitico si metta in moto: quando questo sarà ben avviato, “tocca a lui [Lacan si riferisce all’analista N.d.A.], perdere l’agalma. L’analista, dunque, deve perdere l’agalma. Egli deve essere disposto a farsi degradare. (…) L’analista si fa scarto, resto, oggetto. (…) Si tratta, come è facile intuire, di un cambiamento di statuto radicale. Perdere l’agalma significa rinunciare allo charme, al fascino immaginario che l’essere il destinatario della supposizione di sapere può generare. Significa collocarsi all’estremità opposta della brillantezza agalmatica e presentarsi come puro oggetto di scarto. E se, allora, il sapere non è più tutto sull’analista, bisogna che l’analizzante lo vada a cercare altrove.

Il transfert sull’istituzione analitica può attivarsi così; il che presuppone, bisogna ricordare, che l’analizzante in questione abbia fatto esperienza di questa “mutazione transferale”. In tal caso, il transfert analitico risulterà al servizio del transfert istituzionale; ne costituirà lo sfondo, la premessa giusta perché il futuro aderente all’istituzione si trovi nella possibilità di fare scelte indipendenti da eventuali ‘debiti di amore transferale”.

Un passaggio che ho trovato molto chiaro e preciso. Perché un analizzante investa nell’istituzione il suo desiderio di sapere occorre che l’analista operi un movimento di de-agalmatizzazione, si sganci dalla sua posizione di soggetto supposto sapere. Questo passaggio non può avvenire subito, all’inizio il paziente ha bisogno di questa illusione, ma avverrà in un momento successivo, quando l’analizzante avrà fatto della ricerca del sapere su di sé l’oggetto del suo desiderio. A quel punto l’analista potrà uscire di scena, mostrarsi come mancante, barrato. Questa operazione faciliterà all’analizzante il movimento di ricerca del sapere sull’istituzione.

Associo questo movimento dell’analista a una possibile interpretazione della parabola del buon Samaritano.

Un viandante viene malmenato, derubato e abbandonato sul bordo della strada. Passa un sacerdote, che va oltre. Passa un levita, che va oltre. Passa un Samaritano che lo soccorre, lo accompagna alla più vicina locanda, lascia all’oste dei soldi e gli chiede di occuparsi di lui. Salderà al suo ritorno l’eventuale debito sospeso.

Il Samaritano non resta ad attendere la riconoscenza dell’uomo soccorso, ma gli lascia un debito simbolico. Dice all’oste: “Ripasserò a saldare il mio debito”. Non chiede al viandante di risarcirlo. Il debito simbolico è ciò che sta alla base di ogni legame sociale. Colui che ha ricevuto donerà ad altri, per la psicoanalisi dovrebbe essere così. Dovrebbe essere così anche da parte dei genitori nei confronti dei figli… Il Samaritano vede la persona in difficoltà e la soccorre, ma infine lo affida ad un altro, poi salderà il conto. Non ritiene necessario fermarsi a ricevere il ringraziamento, siamo nella contingenza dell’incontro. È proprio perché non si ferma che permette al soggetto di ‘saldare il suo debito’ con qualcun altro, ovvero di trasmettere qualcosa dell’esperienza fatta nel suo incontro. In questo senso la psicoanalisi può essere un fondamento del legame sociale.

Invece, ciò a cui assistiamo nelle istituzioni analitiche è questo:

(Franco Lolli, in LETTERa, “I legami e l’inconscio”n. 1, pp. 69-72)

“Ogni analista di un certo rilievo, in questa prospettiva, incassa il transfert di un certo numero di persone e le mette al lavoro all’interno di un territorio assimilabile a una parrocchia, nel migliore dei casi è una diocesi, di cui egli si autonomina vescovo. Legami spontanei tra analisti-vescovi si stabiliscono intorno alla figura di un analista-cardinale. Gli analisti-cardinali, ognuno con la propria quota di potere transferale da far valere, decidono di legarsi tra loro intorno alla figura di un analista-papa, colui che è riconosciuto come il possessore del dogma, il garante della causa analitica. (…) “Una tale massa primaria è costituita da un certo numero di individui che hanno messo un unico medesimo oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati gli uni con gli altri nel loro Io”[3]. (…)

Non sono ammessi legami che non contemplino la totale fedeltà al proprio riferimento transferale. Prova ne è il fatto che quando vicende associative producono sconquassi nell’equilibrio della comunità, senza alcuna sorpresa, ognuno mette al primo posto e fa valere la propria reale appartenenza, seguendo le vicissitudini del proprio analista. Si impone da sé una sorta di coerenza transferale che annulla il tanto proclamato investimento libidico sull’istituzione. (…)

[Ma] un’istituzione è agalmatica nella misura in cui è in grado di produrre un sapere che non sia ridotto all’indottrinamento da parte di alcuni, quando, cioè, non coincide con l’esuberanza intellettuale o con la personalità di spicco dei suoi membri, ma le supera; quando può fare a meno del capo, quando i legami che genera si svincolano del modello identificatorio all’ideale.

[ALIpsi è stata fondata nella speranza] della possibilità di un legame diverso. Un legame che possa superare quello che Freud ha indicato come attivo nella Chiesa e nell’Esercito.

Un legame forte in un’istituzione leggera, si potrebbe dire. Il rifiuto della gerarchia, il non riconoscimento di ruoli istituzionali di potere, la centralità dell’assemblea, il pluralismo delle letture del testo psicoanalitico, la proliferazione di gruppi di studio, l’accoglienza di giovani membri e simpatizzanti al loro interno e altro ancora sono procedure e modalità di funzionamento pensate per impedire l’eventuale installazione dei membri in posizioni privilegiate e immaginariamente caricate. Spetta a ognuno di noi dar prova di questa possibilità”.

 

Nell’ambito della verità possiamo evidenziare un problema che Stefano Carta e Piercarlo Devescovi definiscono “dell’identificazione narcisistica alla teoria”[4]. Questa condizione può portare un analista ad assumere atteggiamenti difensivi nei confronti di altre teorie o metodi, considerando il proprio modello non come “probabilmente euristicamente preferibile”, ma addirittura come un’interpretazione della realtà “giusta e vera”.

Scrivono Stefano Carta e Piercarlo Devescovi:

“Questo investimento narcisistico sulla teoria può far sì che l’analista giunga ad interpretare il modello altrui attraverso il proprio modello, per cui, dotato di raffinatissime lenti gialle, sosterrà in buona fede che l’interlocutore ha, ovviamente, l’itterizia. Le inferenze self-serving, che producono ragionamenti e prove tautologiche e circolari, sono piuttosto rare nella scienza in generale, ma onnipresenti nei ragionamenti dell’uomo comune, e sono volte non ad analizzare sistematicamente ed onestamente i propri oggetti, ma a proteggere il proprio universo affettivo-cognitivo e mantenere sia l’illusione del controllo della propria esperienza, che un livello di autostima stabile. Talvolta, dietro raffinate discussioni, gli analisti ragionano in questo modo: nel modo dell’uomo comune”.

La prima osservazione riguarda il fatto che questa posizione è insostenibile sia a livello logico (perché è ovvio che un’analisi di questo tipo porti a conclusioni tautologiche) che storico-filosofico, laddove è oramai impossibile, almeno in ambito non religioso, di sognare che esista una conoscenza “vera”. Una diretta conseguenza è quella di produrre attacchi contro “gli Altri”, utilizzando la propria teoria e il metodo come “veri”. Particolarmente rischioso, tra l’altro, se questo atteggiamento dovesse riprodursi in ambito della seduta d’analisi, in quanto anziché adattare la teoria alla processualità psichica dei pazienti stessi, anziché lasciarsi “sorprendere” dalla singolarità di ogni analizzante, si tenderebbe ad applicare una teoria sul “caso”.

Ciò può produrre due effetti: 1) assumere implicitamente (talvolta esplicitamente) il ruolo del profeta e del detentore del Sapere; 2) creare adepti che, da pazienti, qualora desiderassero diventare essi stessi analisti, correrebbero il rischio di diventare a loro volta cloni dei loro analisti.

L’aspetto rischioso di questa situazione non riguarda solo il paziente-clone, il quale, divenuto analista a sua volta, entrerà a far parte dell’istituzione analitica e trasferirà a quel livello una discussione apparentemente razionale e aperta, ma in realtà difensiva e radicalmente antifalsificazionista. In realtà, questo aspetto coinvolge profondamente l’analista stesso, il quale, in virtù della sua posizione di potere nella relazione analitica, passerà buona parte della sua vita adulta nel l’illusione di avere “ragione”, mancando quindi la possibilità di apprendere da esperienze e pensieri nuovi. Resterà, in altri termini, intrappolato nella sfera delle illusioni regressive e immaginarie di essere depositario della verità.

Una diretta conseguenza di questi problemi è la creazione di teorizzazioni autoconvalidantesi, sia su un piano epistemologico che su un piano sociale, per cui solo nelle discipline analitiche si è sentito dire infinite volte “Non è uno psicoanalista”, mentre è raro sentire qualcuno dire “non è un chimico, o un astrofisico”. Infatti, la funzione delle teorie analitiche, che più di ogni altra attività conoscitiva umana sono il prodotto di una inevitabile autoconfessione a causa del fatto che nessuno può parlare di una psicologia che non sia la sua, tende a servire due padroni: uno, esplicito, di carattere elegantemente e generosamente conoscitivo. Un altro, invece, implicito fondato sull’identificazione narcisistica difensiva alla teoria. Infatti, nel caso della psicologia, e soprattutto delle discipline analitiche, la tendenza a reagire in modo piccato, irritato, supponente, espulsivo alla posizione altrui è sospettosamente un po’ troppo diffusa. Purtroppo, mi pare che questo atteggiamento assomigli a quello del fondamentalismo religioso, anche quando chi difende il proprio punto di vista sta trattando di contenuti in sé assolutamente laici.

Questo tipo di atteggiamento polarizzato e religioso ha per decenni infettato le comunità analitiche, producendo scissioni, apòstasi, scomuniche, insulti, capri espiatori ed anatemi. Ha insomma prodotto una situazione la cui complessità sarebbe evidente non ad un analista, ma anche a chiunque si trovasse a passare nei pressi per caso. Bisogna dire che questa situazione prodotta dall’effetto iatrogeno dell’appartenenza ad una posizione analitica mi pare si stia lentamente sciogliendo, probabilmente per la lenta pervasività storica del clima epistemologico per cui si è dovuto rinunciare a qualunque pretesa di enunciare asserti veri e certi. Nonostante ciò, le comunità analitiche non hanno ancora sviluppato una seria riflessione autocritica sull’ odore di incenso e la puzza di roghi che ancora oggi si possono percepire quando ci si confronta su posizioni diverse. Talvolta, infatti, anziché ascoltarle con attenzione, ovvero operare contra naturam guidati dalla dialettica falsificazionista (per la quale la domanda dovrebbe sempre essere: “Che cos’è che io non capisco?”), la tendenza storica è stata quella di formare e rinchiudersi dentro comunità di simili che si daranno certamente ragione, ovvero che svolgeranno la funzione di corroborare e convalidare consensualmente posizioni teoriche e metodologiche i cui aspetti critici sono stati sdegnosamente espulsi. Purtroppo, come detto più sopra, questo stato di cose in realtà non riguarda affatto teorie e metodi, ma ha a che vedere con l’illusorio soddisfacimento del desiderio arcaico di sentirsi onnipotentemente rispecchiati e convalidati dalla comunità. Questo, naturalmente, vale sia quando si abbia davvero “ragione” (ovvero quando si sostengono posizioni ragionevoli e coerenti, e quindi sottoposte sistematicamente alla presenza di posizioni “altre”), sia quando le posizioni non sembrano avere fondamento o ragionevolezza, o quando finiscano con l’assomigliare ad esclusiviste petizioni di principio.

In questi casi, insomma, l’aspetto iatrogeno della professione analitica è quello di ritrovarsi inconsapevolmente a difendere una religione, senza nemmeno essere davvero attrezzati a farlo bene e, soprattutto, ad ammettere di farlo.

Un secondo aspetto che ha storicamente caratterizzato la vita e le istituzioni analitiche e che ricade nella categoria della validazione consensuale che stiamo discutendo riguarda l’uso tautologico e circolare delle proprie teorie che, quando applicate da analisti, possono produrre risposte sbalorditive. La più pericolosa di tutte è simile a quella di un noto, intelligente, stimatissimo collega freudiano che, in una conferenza nella quale si trattava del rapporto Freud-Jung, intervenne per ricordare a tutti che, alla fine, Jung era psicotico. Ovviamente, questo esempio, potrebbe essere replicato in senso inverso e da molteplici angolature.

La domanda è: come è possibile che una mente brillante possa produrre un pensiero così rozzo? Com’è possibile che non ci si accorga che così facendo, si eviti di entrare nel merito di una discussione? Che si usi la propria idea per esautorare radicalmente la credibilità dell’Altro (in questo caso, infatti “psicotico” avrebbe voluto indicare “privo di senso, da riportare alla (mia) ragione”, contraddicendo le stesse idee molto articolate sulla psicosi sostenute dal collega quando non applicate all’ “avversario”)? Che così facendo si incarni dal punto di vista scientifico la peggior tradizione fondamentalistica e, indossato l’abito talàre dell’inquisitore, ci si occupi di preparare l’internato psichiatrico nella Siberia culturale dei dissidenti? Perché insomma, non si è mai sentito uno storico dell’arte soffermarsi sull’omosessualità o la taccagneria di Michelangelo, quando eventualmente si discute del cromatismo del tondo Doni? Insomma, perché gli analisti possono essere così stupidi e violenti, pur essendo analisti? Forse perché credono in quello che dicono, credono che ciò che dicono sia la verità, e, attraverso essa stanno difendendo la loro identità? Per questo ci “credono troppo”?”

 

Scrive Mauro Milanaccio:

(Mauro Milanaccio, in LETTERa, “I legami e l’inconscio” n. 1, pp. 24-31).

“Noi lacaniani facciamo fatica a leggere altri psicoanalisti, anche i grandi della psicoanalisi sono letti poco. (…) Ecco allora l’empasse e la sfida a cui siamo chiamati: essere lacaniani al di là della figura di Lacan, cimentarci con l’opera di Lacan senza cadere nella trappola immaginaria di crederla assoluta. (…)

Sul lato dell’analista se effetto di un’analisi è di dar vita al nuovo, all’inedito, anche l’analista dovrebbe esporsi ad accoglierlo, altrimenti che cosa c’è di nuovo? Sarebbe tutto già scritto e non c’è posto per quell’incontro con il reale che può così, almeno per un attimo, cessare di non scriversi e farsi contingenza[5]. Sul lato dell’analista è centrale la posizione di ascolto liberamente fluttuante assunta fino alla sua radicalità: non per ricondurre la contingenza, la singolarità alla teoria ma all’opposto per aprire a ciò che non è ancora stato pensato e mettere la teoria alla prova della clinica. Qui ritroviamo il valore dell’uno per uno, della singolarità di ogni domandante e ancora più radicalmente della singolarità di ogni seduta: la psicoanalisi richiede un ascolto disposto all’incontro con l’evento inatteso al punto che ogni seduta è la prima. Riprendo un passo di Elvio Fachinelli, che su questo punto si rivela lungimirante. Dice Fachinelli: “Sono del parere che se nell’analisi non c’è sorpresa, e in ciascuno dei due interlocutori, non c’è analisi affatto. C’è soltanto il ritrovamento di qualcosa che è già stato trovato, niente di nuovo”.[6] (…)

Nella formazione degli analisti e nella trasmissione della psicoanalisi, il nuovo è ancora più difficile da introdurre. Si apre una sfida permanente, una sfida impossibile, ed è proprio per questo che freudianamente vale la pena assumerla: promuovere, inventare, una forma di legame tra soggetto e istituzione capace di tenere in tensione solitudine e collettivo. La solitudine di ciascuno nell’analisi e nella clinica e il desiderio di accomunarci, di mettere in comune. (…) Proviamo ad assumere anche rispetto al sapere da formalizzare la posizione dell’analizzante, poiché non c’è formazione senza stupore”.

Nell’ambito del potere possiamo evidenziare alcune derive:

C’è la possibilità che l’analista, chiuso ermeticamente nel suo studio professionale con un paziente che “dipende” da lui, si illuda di esercitare un potere sul paziente stesso. Un aspetto cruciale di questo rischio riguarda, per esempio, la situazione in cui l’analista interpreta come “resistenza” un’opposizione del paziente. Per sgomberare il campo da una psicoanalisi postfreudiana particolarmente accanita sul fronte dell’analisi delle resistenze Lacan è arrivato provocatoriamente ad affermare: “Non c’è resistenza che dell’analista”. Ma le criticità dei rapporti di potere non sono purtroppo da considerarsi liquidati qui.

Scrive Angelo Villa:

(Angelo Villa, in LETTERa, n. 1, “I legami e l’inconscio”, pp. 96-108).

“Succede insomma spesso che l’analista fatichi anche solo a immaginare che l’analizzante non sia un suo portavoce, non giochi per una causa di cui, lui, l’analista rappresenta l’identificazione. In cambio l’analizzante godrà dei relativi benefici. Niente è gratis, occorre semplicemente prestare attenzione a talune fortune analitiche e rendersene conto… Siamo nell’ovvietà!

Ora, chi misura il peso di queste azioni, pressioni? O anche dei silenzi… Basta, infatti, che un analista sia pienamente identificato all’istituzione cui appartiene e che, questa stessa istituzione, sia magmaticamente associata alla sua figura, chiusa su se stessa perché il gioco funzioni.

(…)

Inutile dire come sia il transfert, un infantilismo detestabile nel giudizio di Freud (…). Amore che si indirizza il sapere, sosteneva Lacan. Forse, sarebbe opportuno portarvi una correzione, amore che si indirizza al potere, che si sposa ambiguamente con esso.

(…) Il “bravo” analizzante è uno che lavora in seduta, ma, altresì, studia, fuori. Parla, interviene, scrive con il linguaggio che è quello dell’istituzione cui partecipa l’analista. È la doppia logica dell’uno: da una parte l’analista, per il tramite della sua domanda, mira oscuramente a riprodurre dell’identico nell’analizzante, cioè a farne uno, simile a lui, con buona pace del culto della differenza, dall’altra, qui è in parallelo la comunità analitica che tende all’uno come la “oumma musulmana”, ben più della Chiesa Cattolica o dell’esercito.

(…) Non stupiscono poi le conseguenze che ne derivano e finiscono per permeare l’insieme della realtà gruppale a differenti livelli. Analisi e lavoro teorico incluso.

Ciò che propongo dunque è la crescita e lo sviluppo di una cultura dell’istituzione e per l’istituzione psicoanalitica come barra alla assolutizzazione totalizzante del rimando al transfert.

(…) La necessità di introdurre una pratica costante di analisi all’interno dell’istituzione psicoanalitica tra transfert e istituzione, tra l’ossessione dell’identità e dell’appartenenza e la vivacità del cosiddetto transfert di lavoro”.

Si tratterebbe dunque di instaurare un rapporto non dogmatico con il sapere, di conservare una capacità di stupirsi di fronte al mistero di ogni analizzante, di liberarsi dall’illusione-tentazione di possedere la verità, di sganciarsi dalle tentazioni di esercitare un potere. Sapere, potere e verità possono annodarsi in modo così stretto fra di loro da rendere molto difficile sbrogliare la matassa.

Districare questi fili implica una posizione rigorosa e non semplice, i rischi di deragliamento sono sempre dietro l’angolo, solo grazie a un’analisi personale approfondita e costante è possibile mantenere un fondamentale impegno di carattere etico nei confronti dell’Altro. Il lavoro analitico è fondato su una seria, rigorosa, ininterrotta disposizione etica, la quale non può valere nello studio professionale ed essere sospesa in altri ambiti di vita.

 

L’importanza del transfert di lavoro

Vorrei fare un esempio di funzionamento di gruppo grazie al transfert di lavoro.

In un documentario divulgato nei giorni scorsi nelle sale cinematografiche sul lavoro degli scienziati del CERN a Ginevra (Il senso della bellezza – arte e scienza al CERN, di Valerio Jalongo) fisici e matematici narrano il loro lavoro di esecuzione di migliaia di esperimenti sull’accelerazione delle particelle per dedurre teorie nuove sul mistero del funzionamento dei cosiddetti atomi, sull’energia, sugli infiniti mondi microscopici e macroscopici che ancora ci sfuggono. Per giungere a nuove scoperte sanno che i tempi possono essere molto dilatati, possono trascorrere anche 30 anni prima di giungere alla messa a punto di una nuova teoria, di una nuova formula. Essi restano sospesi a questo spirito di ricerca, senza fretta di precipitarsi su una nuova verità. Sono una comunità multietnica di scienziati, un esempio di convivenza pacifica ai fini della ricerca. Essi paragonano il loro lavoro a quello del costruttore di una cattedrale, ciascuno sarà autore di una piccola guglia, di una statua, di una vetrata. Nessuno potrà vantare di aver costruito da solo la cattedrale. Ma il lavoro finale, tra anni e anni, sarà la cattedrale. Ciò che ho potuto intravedere dalle loro interviste era un’autentica passione per la ricerca in uno spirito di collaborazione.

Anziché perdersi in lotte e rivalità, scontri tra saperi e poteri contrapposti, brame di riconoscimenti e frustrazioni, una possibile via d’uscita per una comunità autenticamente creativa potrebbe essere un transfert di lavoro orientato al sapere.

Ma di che sapere si tratta? Si tratta di un sapere analiticamente orientato, ovvero un saper di non sapere, una dotta ignoranza. L’unica che possa accogliere la propria limitatezza come necessaria al movimento di un sapere ancora non saputo e non definitivamente raggiungibile. È un sapere molto particolare, che non potrà mai installarsi come conoscenza conclusiva, né confondersi con un’erudizione acquisita. È un sapere in divenire, sempre pronto ad essere messo in discussione, che si tratta di interrogare e di far emergere nel singolo caso. Il movimento di ricerca è, di per sé vivificante. Stimola al ragionamento, richiede approfondimenti, mantiene alto il livello di attenzione; induce a porsi domande. La triangolazione che si produce grazie al sapere in questo modo impedisce che la specularità, la reciprocità, le dinamiche nevrotiche immaginarie infestino le relazioni tra colleghi, ingorgandole di sentimenti che rischierebbero di ‘bruciarle’.

 

 [1] Testo dell’intervento di Laura Porta dal titolo “L’istituzione come teatro dell’inconscio soggettivo. L’importanza del transfert di lavoro”. Napoli, 2 dicembre 2017, laboratorio teorico clinico permanente “Psicoanalisi e istituzione”, ALIpsi.

[2] Proposta del 9 ottobre 1967 (prima versione), in “La psicoanalisi”, n. 15, Astrolabio, Roma 1994.

[3] Freud, Lutto e melanconia, in Opere, Vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino, 2006.

[4] Rivista di psicologia analitica, “La Malattia della Cura”, Vol. 95/2017, n. 43. Pp-9-20.

[5] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora., Einaudi, Torino, 1983, pp. 92 e 145.

[6] E. Fachinelli, Intorno al ’68: un’antologia di testi, p. 219.

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