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Venerdì 3 febbraio 2017 alle 21 la Dott.ssa Laura Porta presenterà il libro di Annie Leclerc “Della Paedophilia e altri sentimenti”. Intervengono Ambrogio Cozzi, psicoanalista ALIpsi e Lea Melandri, saggista, scrittrice e giornalista. Presso Scuola Philo, Via Piranesi 12, Milano

A partire da una riflessione sulla radice linguistica della parola pedofilia, questo libro svela una verità sconcertante. Pedo-philia, dal greco, significa “amore per l’infanzia”. C’è infatti una prossimità, una continuità, tra l’amore casto per l’infanzia, così fondamentale per lo sviluppo psichico di un bambino, e l’oltrepassamento di quella barriera sottile, seppure evidente, che fa commettere agli adulti atti di pedofilia.

Il male e il bene, la cura amorevole e l’orrore dell’abuso, l’accudimento e la distruzione non sono realtà separate, agli antipodi. Essi vivono in prossimità, lo sconfinamento dell’uno nell’altro è più frequente e probabile di quanto si pensi.

Quando pensiamo a un pedofilo l’associazione più frequente va ai fatti di cronaca nera, realtà tanto sconcertanti quanto distanti dalla nostra quotidianità. L’immagine che ci appare è quella di un individuo strano, che suscita inquietudine, magari che indossa l’impermeabile e che attende trepidante ai cancelli della scuola l’uscita dei bambini, per assaporarne la presenza, la vista. Ci appare un individuo violento, perverso, estraneo.

Annie Leclerc ci sveglia da questa immagine distante e stereotipata, ci parla dei pedofili come di ‘lupi melliflui’, spesso appartenenti allo stesso nucleo famigliare dei bambini. In ultima analisi ci avverte sul fatto che la pedofilia, come il male, è una tentazione che sta dentro ognuno di noi.

Sbattere il mostro in prima pagina, portarlo alla luce della cronaca nera dei giornali, non significa comprendere il problema. Può essere utile, piuttosto, comprendere dov’è il confine tra la tenera benevolenza verso un bambino e l’invasione molesta del suo corpo e della sua sessualità ed essere avvertiti sul fatto che questo limite è labile e facilmente oltrepassabile.

Che dire, per esempio, di un immaginario pedofilo che dilaga nel mondo della pubblicità e della moda? Il modello dell’indossatrice anoressica, con sembianze ancora infantili, non è forse un messaggio che valorizza il corpo infantile come oggetto del desiderio? Che dire di una moda che valorizza il sembiante adolescenziale come più desiderabile rispetto a quello adulto? E che dire di chi segue queste mode senza interrogarsi minimamente sulla loro origine, il loro significato e le loro implicazioni?

La psicoanalisi ha trattato ampiamente la questione del tabù dell’incesto, considerandolo un fondamento della civiltà ed analizzando tutte le varianti psichiche derivanti dalla violazione fantasmatica, di questo tabù. Ha inoltre fatto luce su come questo tabù rappresenti anche una grande tentazione, a livello inconscio, degli esseri umani, soprattutto da parte dei bambini verso i genitori, e mettendo a punto l’impianto teorico del Complesso di Edipo.

C’è tuttavia poco, a livello di produzione teorica in psicoanalisi, sull’indagine di ciò che accade quando la violazione del tabù viene compiuta, ad opera degli adulti. Che cosa avviene quando l’incesto viene consumato? Come scrive Annie Leclerc, la portata di un evento così traumatico è tale da ammutolire, da rendere afoni. “La mia lingua s’ingarbuglia, perdo le parole”. Sappiamo dall’esperienza clinica come il trauma di un abuso generi sintomi di una portata incalcolabile per la sofferenza di un soggetto.

La violazione del corpo di un bambino è un trauma a tutti gli effetti. Chi lo ha subito ne porterà le cicatrici nell’anima per tutto il resto della vita. A questo trauma si aggiunge, spesso, l’impossibilità di dire, perché esso si accompagna alla vergogna, al senso di colpa, all’impossibilità di accusare qualcuno che dovrebbe garantire amore e protezione al bambino.

Allora questo libro ha un doppio valore: il primo è quello di far luce sul problema complesso della pedofilia, per nulla banalizzabile come un evento raro e fortuito che accade solo in circostanze avverse e distanti dal nostro mondo. Il secondo è quello di dar voce a chi la voce l’ha persa, ad ex bambini a cui “la lingua è stata strappata”. Con una liricità poetica, una conoscenza lucida e avvertita del problema, Annie Leclerc prova a mettere in parola l’indicibile, senza strepitii e senza clamore, svelando una verità tanto scomoda quanto necessaria per comprendere gli intricati percorsi che a volte deve compiere, suo malgrado, la sofferenza umana.

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