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Un articolo per celebrare l’approvazione in Italia di una legge sul biotestamento

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Di Laura Porta.

“Dalla morte come luogo della mia

insostituibilità, ovvero della mia

singolarità, mi sento chiamato alla mia

responsabilità”

(J. Derrida)

 

Ciascuno ha il proprio rapporto con la morte, ciascuno diverso; ognuno ha – o non ha – un pensiero e una volontà precisa sulle ultime cure che vorrebbe ricevere prima di morire. Qualcuno è determinato a voler vivere fino all’ultimo istante che gli sarà concesso, anche grazie alla medicina. Altri invece ritengono più dignitoso spegnersi prima, quando i parametri vitali si arresterebbero naturalmente se non supportati dall’ausilio di apparecchiature mediche.

Fino a ieri non era possibile esprimere la propria volontà, scegliere preventivamente come morire nel caso in cui, attaccati alle macchine e privi di conoscenza, la propria preferenza sarebbe stata indubbiamente per il commiato dalla vita terrena.

Fino a ieri morire in ospedale significava per tutti dover “sopportare”, volenti o nolenti, tutte le opzioni che la moderna medicina offre per trattenere artificialmente una vita ormai prossima alla morte.

Fino a ieri sul punto di morte saremmo diventati improvvisamente di nuovo neonati, inermi, indifesi, in totale balia di chi si prendeva cura di noi, medici ed istituzioni. Strana beffa del destino, nascere, crescere, vivere, lottare per poi ritrovarsi ridotti alla totale impotenza tipica degli albori dell’esistenza, senza poter decidere di come trascorrere i propri ultimi istanti.

Oggi c’è stata una svolta. Una legge ha conferito dignità al morire. Possiamo decidere preventivamente la nostra volontà, che verrà rispettata. Possiamo avere un’idea chiara, esprimere una decisione precisa, niente accanimento terapeutico per esempio. E questa volontà verrà considerata, anche se noi saremo altrove – dove, chissà? – e non avremo libertà di espressione.

Si tratta di una svolta importante e commovente, perché ha a che fare in ultima analisi con il progresso della civiltà. Dare dignità a chi non può più decidere e conferire valore alla personale, insindacabile scelta di vivere o morire nelle condizioni estreme del pre-morte è un atto d’amore, nella misura in cui l’amore è il motore principale della civiltà.

C’è ancora molto da fare, sull’eutanasia e sul suicidio assistito per esempio. Ma questo è un primo, piccolo passo. Un primo riconoscimento del fatto che su questioni intime come la vita e la morte nessuno possa dire l’ultima parola, nessuno possa stabilire a priori che cosa sia giusto.

Ognuno ha un proprio rapporto particolare con la morte e con la vita, il cui rispetto conferisce dignità a ogni essere umano. Uno Stato che sia finalmente riuscito a fare un iniziale piccolo passo per legiferare in questo senso è benedetto dal progresso, in termini di civiltà.

Chi non ha idee chiare in merito al proprio fine vita resterà libero di non scegliere, in tal caso la decisione sarà “d’ufficio”, ovvero si procederà come sempre con la vita tenuta in vita dalla medicina. In tal caso saranno altri a decidere, i medici, l’istituzione, i protocolli. Per chi desidera che sia così, o per chi, incerto, preferisce non scegliere, nulla cambierà.

Ma era doveroso, necessario, ormai indispensabile, conferire libertà di scelta a chi ha un’idea chiara, da tempo, su come concludere i propri giorni, e vuole che venga rispettata.

Lunga vita al rispetto della dignità!

 

Leggi l’articolo sul Blog Gli Intrusi

 

 

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