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scimmie

Di Laura Porta.

Nei giorni scorsi sono venute alla luce in un laboratorio cinese due piccole scimmie, Zhong Zhong e Hua Hua, perfettamente identiche grazie alla clonazione; inevitabile la preoccupazione che ciò possa toccare prima o poi anche agli esseri umani.

Si tratta di un’importante conquista scientifica, salutata dagli addetti ai lavori come un successo, in quanto clonare i primati (biologicamente più affini agli esseri umani rispetto alle pecore) risulta particolarmente complesso. Sorgono però quesiti e dubbi sull’eticità di questo tipo di sperimentazioni, sui loro limiti e le loro eventuali potenzialità. Secondo Elio Sgreccia, ex presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “il passaggio dalla prima pecora Dolly ad altri animali e ora persino alla scimmia, ovvero a un primate così vicino all’uomo, rappresenta un autentico attentato
al futuro dell’intera umanità”.

A prescindere dalle valutazioni religiose, molti ritengono non etico l’uso indiscriminato degli animali nella ricerca biomedica, come per Kathleen Conlee, della Humane Society degli Stati Uniti: “Ne emerge l’idea che gli animali siano sacrificabili, comodità a nostra disposizione”.

scimmie-miniNon sono quesiti di poco conto, perché sappiamo i rischi a cui la bioetica ci espone quando si mette al servizio di potenze economiche motivate esclusivamente da logiche di profitto. In fondo, le possibilità tecnico-scientifiche della genetica si sono già trasformate in speculazione economica nel campo dell’agricoltura con gli OGM, che hanno portato enormi guadagni a pochi monopolisti, più che benefici all’umanità. Ci vuol poco che anche la clonazione possa diventare “business” con l’aiuto di qualche vorace multinazionale.
Al di là dei dubbi dal punto vista etico, sarebbe necessario sollevare questioni anche sull’effettivo valore scientifico di queste sperimentazioni: sono davvero utili o necessarie alla scienza?

Prospettano benefici per gli esseri umani? Avere strumenti per comprendere il senso scientifico della clonazione può consentire una migliore valutazione etica ed eventualmente scelte politiche più consapevoli. Perché se oggi la clonazione è soltanto un fatto sperimentale e di nicchia, domani potrebbe essere attuata su scala ben più ampia. Ma è davvero utile avere pecore, cavalli, tori o scimmie geneticamente identici?

In realtà, la natura fa di tutto perché ciò non avvenga. I batteri, diversamente dagli organismi complessi, si riproducono con una sorta di clonazione naturale: si duplicano all’infinito in individui identici. Tuttavia, il fenomeno della resistenza agli antibiotici dimostra che riescono comunque a modificarsi, perché glielo consentono due fattori che gli organismi più evoluti non hanno: la rapidità del processo riproduttivo (in pochi giorni si moltiplicano a dismisura) e la capacità di scambiarsi materiale genetico “orizzontalmente”, cioè tra compagni della stessa colonia. Se sopravvivono agli antibiotici, fino al punto di mettere in crisi la nostra medicina, è per la variabilità del loro patrimonio genetico.

Tuttavia il mondo animale si è evoluto fino agli esseri umani proprio grazie all’introduzione in natura di un’altra modalità riproduttiva, ben diversa dalla clonazione: la riproduzione sessuata.

Uno dei vantaggi di questa modalità, biologicamente parlando, è quello di mantenere una linea cellulare, i gameti, che tramandano di generazione in generazione un patrimonio genetico sempre ugualmente giovane. L’altro è quello di consentire, ad ogni fecondazione, il rimescolamento del patrimonio genetico proveniente dai due genitori: è il cosiddetto “crossing over”. Si tratta un po’ come rimescolare le carte tra una partita e l’altra: nessuno giocherebbe con le carte sempre nello stesso ordine, ciò garantisce la variabilità degli individui. La natura ha fatto in modo che gli esseri viventi più evoluti (uomo compreso) non possano essere tutti uguali, come invece avviene nella clonazione. Se fossimo identici, saremmo già estinti: per esempio, saremmo morti per una delle tante pandemie che hanno sconvolto l’umanità. Se fossimo dei cloni non nascerebbe mai un genio: è la variabilità che ha consentito la nascita di Dante, di Beethoven, di Einstein… Se non ci  fosse, egualmente, variabilità nel mondo vegetale, non avremmo potuto migliorare le piante di cui  ci nutriamo, che sono le varianti più ricche selezionate ed incrociate nei secoli dagli agricoltori.

Aggiungerei infine, da psicoanalista, che se fossimo tutti uguali saremmo sopraffatti da un’apatica noia mortale.
Con la clonazione artificiale noi scimmiottiamo un metodo obsoleto, che la natura stessa ha abbandonato, perché biologicamente svantaggioso. E noi, che vantaggio potremmo trarre da questo artificiale passo indietro? La clonazione artificiale sembra avere poco a che vedere con la ricerca dei misteri della natura, si iscrive piuttosto in un ambito scientifico poco ambizioso, forse idoneo al miglioramento delle tecnologie, ma privo di respiro ed orizzonte. Anziché sorprenderci con un avanzamento della nostra conoscenza, la clonazione dei primati risveglia in noi l’inquietudine che qualche “apprendista stregone” possa usarne strumentalmente i risultati a danno dell’umanità, facendosi trascinare dalle due più pericolose ideologie: quella del profitto e quella totalitaristica, votata alla
ripetizione dell’Uno, dello stesso, della “razza pura”, che abolisce la meravigliosa variabilità della natura e delle differenze.

Leggi l’articolo sul Blog Gli Intrusi

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