335 7569647
Seleziona una pagina

Di Laura Porta

Bologna, 11 novembre 2017, Centro di Formazione Permanente, ALIpsi.

Non mi interessa quanti anni hai

Voglio sapere se ancora vuoi rischiare

di sembrare stupido

per amore, per i sogni,

per l’avventura di essere vivo

(Oriah Mountain Dreamer. “The invitation”)

 

Vorrei valorizzare il lavoro teorico sull’atto analitico che è stato svolto in questa sede. Intendo l’atto come una “non rassegnazione” da parte dell’analista nei confronti dell’inesorabile coazione a ripetere del trauma, che si perpetua attraverso il sintomo dell’analizzante, lo intendo come una possibile declinazione del desiderio dell’analista secondo Lacan. Un desiderio che passa attraverso la messa in gioco dell’analista, che è solo, con il suo atto, ma è disposto a rischiare con un intervento senza garanzie, prendendo momentaneamente le distanze dal funzionamento rassicurante e ripetitivo del setting analitico.

Ricostruisco a memoria un contributo di Franco Lolli attraverso una vignetta clinica da lui presentata al Centro di Formazione Permanente a Bologna: un suo paziente, diagnosticato come nevrotico ossessivo, presenta un sintomo di masturbazione compulsiva visualizzando materiale pornografico online; il sintomo, che il paziente lamenta, resiste tenacemente al lavoro analitico. L’analisi si rivela impeccabile sul piano dell’elaborazione significante, risulta però inefficace sul piano della remissione del sintomo, perpetuando così un godimento al di là delle parole e del discorso.

L’atto analitico di Franco Lolli è un’interpretazione fatta di gesto, voce, corpo, sguardo, pensiero, scaturita da un’intuizione improvvisa. Il paziente, in merito al tema della difficile astensione dal suo sintomo, conclude la seduta dicendo: “Sarà dura!”. Aprendo la porta per congedare il paziente l’analista mima un gesto alzando ed abbassando la maniglia esordendo così: “Sarà duro?”. L’analisi era in corso già da diverso tempo, erano state fatte numerose rielaborazioni che mettevano in connessione il sintomo con l’angoscia inconscia di castrazione dell’analizzante, angoscia che si articolava alla sua storia; il lavoro analitico tuttavia non ingenerava cambiamenti. L’atto di Franco Lolli ha un effetto inizialmente spiazzante, ma si rivela successivamente più incisivo di molte interpretazioni ed elaborazioni analitiche di cui l’analizzante, appassionato di psicoanalisi, era prodigo su un piano intellettuale. Questo atto fu un’interpretazione. Aggiungerei, questo atto ha introdotto la dimensione del desiderio dell’analista, ha “messo in gioco” l’analista.

Mettersi in gioco in analisi

Le analisi corrispondono sempre ad una messa in gioco da parte degli analizzanti? Assistiamo sempre più a domande di guarigioni rapide, sull’urgenza, il discorso contemporaneo tende sempre più ad otturare la ricerca del significato inconscio del sintomo, il desiderio soggettivo è sempre più mortificato da programmi sociali che impongono adeguamenti ai programmi anonimi del consumo e della produzione. Sono tempi duri per la psicoanalisi.

Ma non c’è garanzia anche sulle analisi degli analizzanti che intraprendono questo percorso per poter praticare in futuro come analisti, non c’è mai garanzia di una effettiva messa in gioco nel lavoro analitico.

Lacan parla di gioco nel rapporto tra il linguaggio e la parola, entrare nel linguaggio significa essere da sempre presi nel gioco dei significanti. Questa presa anticipa e fonda la possibilità stessa della vita e del suo desiderio:

Questo gioco dei significanti infatti non è inerte, perché in ogni partita particolare è animato da tutta la storia dell’ascendenza degli altri reali implicati nella contemporaneità del soggetto dalla denominazione degli Altri significanti […]. Il soggetto d’altra parte entra nel gioco come morto, ma è come vivente che lo giocherà[1].

Una possibile lettura di questo passaggio fa riferimento alla pratica della psicoanalisi.

Nell’esperienza dell’associazione libera che regola il lavoro dell’analizzante, il soggetto non è mai padrone dei pensieri che irrompono nel suo discorso. Anzi, l’indicazione lacaniana consiste proprio nel ribaltare la posizione di padronanza dell’Io per lasciar emergere i significanti di cui il soggetto non è padrone, ma prigioniero. L’associazione libera è un’esperienza di indebolimento del soggetto che, per parlare di sé, non può che parlare dell’Altro (inconscio, Altro famigliare, evento traumatico). In questo senso egli entra sempre nel gioco dei significanti come “morto”, ovvero determinato dall’azione traumatica dell’Altro.

Si entra come morti nel gioco del desiderio, eppure è solo come viventi che si potrà giocare la partita. Si entra come morti nella vita, la vita viene alla vita passando inizialmente dalla sua morte. La morte è decretata dalla presa del simbolico sul vivente. Lacan ribalta così il percorso evolutivo lineare che situa la morte alla fine della vita. Porre la morte all’entrata nel gioco dei significanti significa ribadire la presa alienante del significante sul soggetto.

Lacan insiste nel suo insegnamento su questo punto, entriamo nel gioco della vita come in una tavola già apparecchiata. Siamo seduti in un posto che l’Altro ci ha assegnato in anticipo. Il significante non si limita a rappresentarci nella catena dei significanti, ma ci costringe alla ripetizione.

Eppure, se la temporalità del soggetto è, come ripete Lacan, “al futuro anteriore” è perché il determinismo del significante non è inesorabile, ma sempre aperto all’evento della sua risignificazione retroattiva. La pietrificazione del soggetto al suo significante traumatico non è mai destinata a ripetersi senza scarti, senza discontinuità. Il gioco che il vivente gioca attraverso il proprio desiderio gli permette di riprendere in modo nuovo ciò che lo determina da sempre. È solo la contingenza dell’incontro a rendere possibile la ripresa, il rilancio, lo scarto dalla ripetizione traumatica.

Il soggetto è come sequestrato da uno o più significanti che lo ingabbiano, nell’esperienza dell’analisi il soggetto incontra questo significante, lo snida e lo denuda; incontra il significante al quale la sua vita è rimasta sospesa. La vita umana è costituita dalla presa traumatica di questo significante. Nelle esperienze delle analisi ripetiamo l’incontro con questo trauma. Ma con un problema aggiuntivo e decisivo, come possiamo incontrare per la prima volta – dunque in un modo nuovo – quello che abbiamo già sempre incontrato e che non cessiamo di incontrare e che l’analisi ha consentito di vedere meglio?

Il gioco dell’analisi consiste nell’assumere proprio la ripetizione come chiave della liberazione dalla ripetizione. Torsione della ripetizione che non genera l’eterno ritorno del trauma, ma una vita nuova capace di nominarsi proprio attraverso quel trauma. Nel Seminario XI Lacan sottolinea come un’analisi conduca il soggetto laddove esso possa vedere il significante irriducibile a cui la sua vita è stata assoggettata: “Ciò che è essenziale è che egli veda (…) a quale significante – non-senso, irriducibile, traumatico – egli sia, come soggetto, assoggettato”[2]. Si tratta, in altre parole, dell’incontro con quel significante che, anziché articolarsi con la catena degli altri significanti, ha fissato, pietrificato il soggetto assoggettandolo alla sua ripetizione mortifera. Ma questo è solo il primo movimento della partita dell’analisi. Il secondo, quello decisivo, ci viene restituito da Lacan in un passaggio conclusivo del Seminario XI: al termine dell’analisi, “confrontato con il significante primordiale, il soggetto giunge per la prima volta in posizione di assoggettarvisi”. In questo secondo e terminale movimento e non si tratta solo di incontrare il significante traumatico attraverso il quale la vita morta è entrata nel gioco della vita viva, ma di confrontarsi con questo stesso significante giungendo, “per la prima volta”, ad assoggettarvisi. È in questa versione della passività in attività, o meglio, di un’attività che realizza una forma nuova di passività, la passività non passiva, è In questa prima volta che possiamo davvero assumere quello che sino a quel momento abbiamo solo subito. E decidere di assoggettarsi per non essere più assoggettati.

Solo grazie alla ripresa singolare di questa prima volta si può aprire una discontinuità nel fitto omogeneo della ripetizione traumatica. Si tratta di essere quello che sono sempre stato, ma in modo assolutamente nuovo, per la prima volta. Si tratta di andare a fondo del significato traumatico del sintomo per farsene qualcosa, per servirsene. Solo così la ripetizione che ho sempre subito può trasfigurarsi in una decisione inedita. La decisione per il gioco del desiderio e non per l’essere prigionieri di una ripetizione. È sempre la possibilità del gioco, stare al gioco infatti, la vera vittoria del gioco.

 

Dispositivi analitici

In psicoanalisi abbiamo dei dispositivi consolidati per “giocare” la partita dell’inconscio: la regola delle libere associazioni, l’interpretazione dei sogni, l’analisi dei lapsus e dei motti di spirito, ecc. Una tecnica sconosciuta in ambito lacaniano è il gioco della sabbia, di cui vorrei proporre un breve approfondimento.

Non fu propriamente Carl Gustav Jung ad introdurre questa pratica, ma una sua allieva, Dora Kalff, che incuriosita dal “Gioco del mondo” che Margaret Lowenfeld utilizzava in psicoanalisi infantile (1925), volle sperimentarla con gli adulti, divulgandone i risultati a partire dagli anni ’60.

Il gioco della sabbia è una tecnica proiettiva. L’attrezzatura, già presente nello studio dello psicoanalista e a disposizione di chi voglia utilizzarlo come strumento espressivo aggiuntivo o alternativo alla parola, comprende una scatola di zinco di dimensioni rettangolari contenente sabbia oltre che un gran numero di oggetti sia naturali come sassi, terre colorate, vegetali, conchiglie, sia rappresentazioni in miniatura di tutto quello che si può osservare nel mondo come alberi, case, animali, uomini, oggetti. Il gioco consiste nel realizzare liberamente una composizione.

La sabbia si adatta ai processi proiettivi perché non è strutturata, è un materiale tridimensionale che, mescolato con l’acqua, diviene plastico e di consistenza variabile.

Non si tratta di un uso diagnostico, ma puramente espressivo. È un’alternativa all’espressione attraverso la parola, soprattutto in fasi dell’analisi in cui si attraversano momenti in cui si evidenzia che non sempre la parola riesce a dire tutto, non sempre riesce a far fronte al godimento ripetitivo del sintomo. Proporre in seduta il gioco della sabbia è anche tener conto di questo. Dove la parola si arresta, il discorso si interrompe, oppure dove il discorso procede troppo fluido e indisturbato, senza minimamente lasciarsi scalfire dall’intervento dell’Altro, ecco il gioco come introduzione di una dimensione altra.

La frequenza a cui si può ricorrere al gioco della sabbia nel corso di un’analisi è variabile, un paziente che non lo desideri può non ricorrervi mai. Non c’è dunque un uso dogmatico del gioco.

Incontrare lo spazio vuoto di un contenitore contenente sabbia provoca al paziente un senso di spaesamento, paragonabile all’esperienza iniziale di cercare di associare liberamente abbandonando il proprio corpo sul lettino, senza poter avere il controllo del volto dell’analista posizionato alle proprie spalle: anche la regola delle libere associazioni produce spaesamento.

In fondo il gioco della sabbia è un S1 che permette al paziente di mettere a fuoco un primo significante da articolare nel suo discorso in modo nuovo, da una nuova prospettiva, indebolita e allo stesso tempo arricchita rispetto alla rigida ripetitività del discorso cosciente. Attraverso la creazione che il paziente realizzerà con il gioco emergerà una forma inedita, una costruzione spaesante, un nuovo possibile percorso. La modalità in cui si manifesta il gioco è una manifestazione dell’inconscio, così come lo sono il disegno libero, il sogno e le libere associazioni.

Il gioco della sabbia è fatto di corpo, manipolazione, sguardo (il prodotto finale realizzato nel paziente viene fotografato ed eventualmente ripreso in un secondo tempo del percorso analitico), voce e, solo successivamente, senso e pensiero. Viene infatti chiesto al paziente di dare un nome alla realizzazione effettuata. Il “nome” è già un S2, successivo alla prima produzione, del tutto imprevedibile e inaspettata.

La produzione di un S1 su un piano non logico, non del significato, ma di una manipolazione che rimanda piuttosto alla regressione e all’inconscio, può aprire prospettive imprevedibili all’interno di un’analisi, paragonabili all’emergenza di significanti inediti dal sogno.

Il gioco assume la funzione di uno spazio transizionale nella relazione con l’analista, più regressivo della parola ma a volte, essendo così intriso di corpo, sguardo, può raggiungere strati più profondi e creativi dell’esperienza, come nel sogno.

Il gioco è così esercizio del desiderio, possibile solo grazie alla contingenza particolare dell’incontro con un analista, grazie al quale diviene possibile significare nuovamente l’esperienza traumatica. Un gioco che ci permette, come afferma Lacan, di giocare la nostra partita “da vivi” pur iniziandola da morti.

La creazione insita nel gioco può essere una risorsa per sbloccare momenti di impasse dell’analisi, uno strumento di rivelazione di strati dell’inconscio non sempre dicibili attraverso la parola. Ma il gioco come via conoscitiva alternativa alla parola è temuto in ambito psicoanalitico per almeno due ragioni:

  • Il timore degli agiti: “Qual è la differenza tra un’azione che è il risultato di un’elaborazione e di una decisione e l’”acting” che è il prodotto della mozione? Ascolto sempre gli analisti parlare di acting e dico loro: che ne fate dell’azione? Il vostro paziente ha a disposizione delle azioni? Tutto ciò che fa lo ritenete acting? Gli psicoanalisti sono in genere imbarazzati perché, di fatto, in psicoanalisi non esiste una teoria dell’azione. La psicoanalisi si è chiusa nell’idea dell’elaborazione del pensiero e in tal modo ha evacuato il problema dell’atto”. (A. Green, “La mia interpretazione della psicoanalisi”. Psicoanalisi e metodo, ed. Cortina, 2005, p. 19). [Leggi “atto” al posto di “azione” e “agito” al posto di “acting”].
  • Il timore della regressione “negativa”, in altri termini dello scompenso del paziente: “Gli analisti hanno trovato necessario postulare che, più normalmente, vi sono delle situazioni pregenitali buone a cui l’individuo può ritornare quando si trova in difficoltà in uno stadio successivo. Questo è un fenomeno sano. È nata così l’idea di due tipi di regressione relativi allo sviluppo istintuale: il ritorno ad una situazione precoce di fallimento ed il ritorno ad una situazione precoce di successo”. (D. W. Winnicott, “Dalla pediatria alla psicoanalisi”, ed. Martinalli, 1975, p. 336)

Nella conduzione di una cura lacaniana il gioco della sabbia, come gli atti, sono praticabili solo a partire da un attento lavoro preliminare di diagnosi strutturale. Aprire in modo unilaterale e forzato la dimensione del gioco e del desiderio con un paziente psicotico mette a rischio la sua precipitazione in un vortice di angoscia di frammentazione. In psicoanalisi junghiana la decisione del gioco è lasciata liberamente al paziente, dunque il problema non si pone. Diverso è il problema quando si tratta di “imporre” un atto.

Il gioco, in tutte le forme che la psicoanalisi ha inventato per preservare uno spazio creativo e inventivo di parola, rappresenta un baluardo importantissimo per preservare uno spazio di desiderio, per rilanciare il lavoro analitico verso possibili percorsi nuovi di significantizzazione del proprio trauma originario.

L’atto analitico, nella sua dimensione creativa, è un’espressione del desiderio dell’analista. Difficile regolarlo, può avere effetti sorprendenti nello sviluppo di un’analisi, ma può anche cadere nel vuoto, oppure, se effettuato in un ambito di fragilità strutturale può essere vissuto persecutoriamente come un agito. Ciò a cui esso mira è preservare la dimensione del desiderio dell’analista, che non si rassegna alla coazione a ripetere del sintomo nevrotico dell’analizzante, sempre uguale a se stesso, ma rilancia la posta in gioco.

Il gioco della sabbia, come esperienza creativa e di simbolizzazione, si propone come una forma espressiva preliminare alla parola, paragonabile all’attività onirica o alla libera associazione. Come qualunque tecnica esso può essere utilizzato in modo difensivo e risultare dunque inefficace ai fini del “gioco del desiderio”, tuttavia può essere  una modalità di sblocco in analisi che girano a vuoto su significanti che si ripetono uguali a se stessi o che incontrano difficoltà ad accedere alla dimensione invisibile ed enigmatica dell’Altro.

[1] J. Lacan, “Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi”, in Scritti, vol. II, p. 548.

[2] J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 271

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close