Al link l’articolo su mbnews.it, riportato di seguito: https://www.mbnews.it/2026/09/imatinib-leucemia-mieloide-cronica-gambacorti-passerini-san-gerardo-monza/

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Una serie di esperimenti, la convinzione di alcuni ricercatori che fosse possibile colpire la malattia nel suo meccanismo più profondo. E una storia scientifica che oggi, a distanza di oltre venticinque anni, sembra quasi avere la struttura di un romanzo.
Fino alla fine degli anni Novanta, la leucemia mieloide cronica era una malattia con prospettive terapeutiche molto più limitate di oggi. A cambiare radicalmente il quadro fu l’arrivo dell’imatinib, un farmaco capace di colpire uno dei meccanismi alla base della malattia. Il Professor Carlo Gambacorti-Passerini fu tra i ricercatori protagonisti di quella svolta, contribuendo allo sviluppo preclinico e clinico della molecola.
È questa la storia che Gambacorti-Passerini racconta in “La speranza oltre la siepe. La vera storia dell’imatinib e della leucemia mieloide cronica”, pubblicato da Àncora Editrice e presentato venerdì 18 settembre all’IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, dove Gambacorti-Passerini dirige la Struttura complessa di Ematologia. Accanto all’autore sono intervenuti il presidente della Fondazione Claudio Cogliati , Laura Porta, psicoanalista, giornalista, docente IRPA e socio fondatore di Jonas, Milena Provenzi, medico psichiatra, e Francesco Onida, direttore della S.C. di Oncoematologia dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco.

La sua carriera è segnata dall’incontro tra due mestieri che, per lui, non sono mai stati realmente distinti, quello del medico e quello del ricercatore. “Ho sempre concepito il fare il medico e il fare il ricercatore come una cosa sola. Il medico si accorge che ci sono fenomeni che non capisce: li osserva e si domanda perché esistano. È una questione di curiosità, ma anche della missione del medico, che non è soltanto assistere i propri pazienti, ma cercare di offrire loro qualcosa di meglio”.
La malattia che ha cambiato volto
L’arrivo degli inibitori delle tirosin-chinasi, farmaci mirati che bloccano enzimi coinvolti nella crescita delle cellule tumorali, a partire dall’imatinib all’inizio degli anni Duemila, ha trasformato la leucemia mieloide cronica da una malattia spesso rapidamente fatale a una patologia che, per molti pazienti che rispondono alla terapia, può essere controllata a lungo con un’aspettativa di vita vicina a quella della popolazione generale.
Tra i ricercatori protagonisti di questa trasformazione c’è proprio Gambacorti-Passerini. Alla fine degli anni Novanta, insieme al suo gruppo, contribuì a dimostrare in laboratorio che bloccando il bersaglio molecolare della leucemia era possibile arrestare la crescita delle cellule malate. Uno dei passaggi che aprirono la strada all’imatinib e alla successiva sperimentazione sui pazienti
“Quando faccio lezione — commenta Francesco Onida riguardo la portata di quella svolta— e parlo della leucemia mieloide cronica è una delle lezioni più belle, perché racconto come questa malattia sia cambiata grazie alla ricerca. L’imatinib ha rappresentato il modello della terapia target che ha poi guidato la ricerca nei diversi settori dell’oncoematologia”.

Eppure, racconta Gambacorti-Passerini, all’inizio la fiducia in quella molecola era tutt’altro che condivisa: “Quando abbiamo iniziato a studiare questo farmaco nell’uomo, alcuni colleghi mi guardavano quasi sorpresi: sembrava che io sapessi già che avrebbe funzionato. I primi esperimenti mi avevano convinto. Mi dissi: se non funziona questo, non funziona neanche l’acqua santa. In questa vicenda non ho mai pensato di lasciar perdere”.
Non soltanto la storia di un farmaco
Nel libro, però, la scoperta scientifica è soltanto una parte della storia. Ci sono burocrazia, rivalità, interessi economici, rapporti con l’industria farmaceutica, resistenze accademiche e decisioni che possono accelerare o frenare una sperimentazione.
È proprio qui che assume significato la “siepe” del titolo. “La siepe può essere la malattia – osserva Laura Porta – ma può essere anche tutto il sistema che ruota attorno alla ricerca: burocrazia, interessi di parte, invidia, narcisismo. La speranza non è ingenua: conosce l’esistenza della siepe e decide comunque di continuare”.

“La siepe non è soltanto un ostacolo: è ciò che rende possibile immaginare qualcosa di nuovo e di diverso — aggiunge Milena Provenzi —. È a partire da ciò che non si vede che può nascere la possibilità di andare oltre, anche nel modo di curare i pazienti”.
“Le persone cambiano, i concetti rimangono”
Non è casuale, allora, che Gambacorti-Passerini abbia deciso di mettere ordine in quegli appunti proprio ora, alla fine della propria carriera professionale: “È il momento di guardarsi indietro e chiedersi che cosa possa essere utile raccontare di quello che si è fatto e soprattutto che cosa trasmettere ai giovani medici. Le persone cambiano, i muri cadono, le cose materiali scompaiono. Un concetto, invece, può resistere al tempo. Ora penso sia giusto lasciare spazio ai giovani senza diventare ombre ingombranti. Il tempo passa. La cosa importante è che siano i concetti ad andare avanti”.
