Sabato 17 gennaio la Dott.ssa Laura Porta parteciperà al SEMINARIO INTERDISCIPLINARE “Sul dolore” con un intervento dal titolo: “Il dolore come enigma di senso”. Il convegno si svolge presso il Dipartimento Comunicazione, Filosofia e Spettacolo – Università degli studi Roma Tre, Aula Matassi, Via Ostiense 234-236, Roma. La partecipazione è libera e gratuita, in presenza oppure da remoto ai link:
ven 16 gennaio: https://shorturl.at/8GTrd
sab 17 gennaio: https://shorturl.at/oyowT
Locandina Seminario interdisciplinare sul dolore 1
Di seguito il testo presentato al convegno
Roma, 17-01-2026, Università Roma Tre: “Il dolore come enigma di senso”, Laura Porta
Il dolore ci espone sempre al rischio di perderci, che si tratti di una sofferenza fisica o psichica. È da questa esperienza di smarrimento che può prendere forma l’angoscia. Ogni essere vivente porta con sé la possibilità della sofferenza, perché il dolore è una dimensione universale e ineludibile dell’esistenza, a cui nessuno può dirsi davvero sottratto.
Se da un lato il dolore, nella sua intensità, può favorire una più netta percezione di sé, dall’altro esso ci ricorda che siamo radicalmente privi di garanzie contro la durezza della vita. Tutto ciò che nasce è destinato a dissolversi: è in questa esposizione costitutiva al nulla che si fonda l’universalità della sofferenza. Il solo fatto di essere esposti rende vulnerabili e, proprio per questo, compartecipi di quella forma diffusa e indefinita di sofferenza che chiamiamo angoscia. E tuttavia il dolore può anche rappresentare un tributo all’esistenza, nella misura in cui apre alla possibilità di trasformare l’angoscia in desiderio.
Freud ha chiaramente distinto l’angoscia dalla paura: quest’ultima è sempre rivolta a un oggetto definito e riconoscibile, mentre l’angoscia è legata a ciò che resta indeterminato, a una minaccia interna o a un pericolo imminente ma non chiaramente identificabile. Essa funziona come un segnale dell’Io di fronte a un pericolo potenziale e può assumere forme diverse: reale, quando risponde a una minaccia esterna, o nevrotica, quando è connessa a conflitti interni e desideri rimossi. Il dolore, in questo senso, amplifica l’angoscia, e l’angoscia, a sua volta, intensifica il dolore, in un intreccio in cui corpo e psiche si compenetrano, dando luogo a manifestazioni come l’ansia, l’ossessione, la malinconia.
Il dolore ci mette così in contatto con la precarietà dell’esistenza. Per Carl Gustav Jung, esso non rappresenta un ostacolo da evitare, ma una dimensione essenziale del processo di individuazione e di maturazione interiore. Il dolore si presenta come un segnale che sollecita l’incontro con le parti d’ombra dell’inconscio e ne rende possibile l’integrazione, trasformando le ferite psichiche in consapevolezza. In questa prospettiva, là dove il dolore si manifesta, si apre anche la possibilità di un rinnovamento psichico.
La guarigione, dunque, non passa attraverso l’oblio, ma attraverso l’integrazione del dolore, che può essere trasformato in conoscenza di sé. La psicoanalisi insegna che affrontare il dolore psichico significa accogliere la propria storia e mettersi in ascolto dell’angoscia che da essa prende forma. Resistere senza soccombere al dolore è un compito psichico fondamentale, e l’analisi si configura come un accompagnamento in questo lavoro: un modo per non essere travolti dalle esperienze dolorose, mantenendo un “calore interiore” che le renda pensabili e metabolizzabili.
Nella sua esperienza più immediata, il dolore si configura sempre come una perdita: del corpo, di un legame, di un oggetto su cui era investita l’energia del desiderio. Ogni perdita rende evidente la fragilità di ciò che possediamo e, più radicalmente, di ciò che crediamo di essere.
Su un piano più propriamente esistenziale, la ricerca interiore e spirituale può assumere la forma di una ricerca di senso capace di sostenere l’essere umano nel difficile compito di “sopportare e benedire la vita”, per usare l’espressione del filosofo e psicoanalista Romano Màdera. In questa prospettiva, la spiritualità non è una fuga consolatoria dal dolore né la sua negazione, ma un viaggio profondo attraverso l’esperienza della consapevolezza. Essa ci apre a riconoscere la sofferenza come parte essenziale della vita, intrecciata con la sua controparte: la gioia, il semplice e “nudo piacere di vivere”.
La ricerca di senso diventa così una risorsa simbolica ed etica che permette di dare forma, parola e orientamento al dolore, evitando che esso resti un’esperienza muta o distruttiva. Attraverso il confronto con i propri limiti, con la perdita e con la finitezza, l’essere umano può trasformare il dolore in occasione di consapevolezza, di apertura verso gli altri e di responsabilità verso il mondo. In questo senso, la dimensione spirituale offre una via di elaborazione e di trasformazione, rendendo possibile abitare la sofferenza senza esserne annientati e riconoscere, anche nelle fratture dell’esistenza, una possibilità di senso.
Ma come si declina, caso per caso, nel lavoro quotidiano dello psicoanalista, l’attraversamento del dolore e la sua possibile trasformazione in nuove possibilità di vita? Tradurre l’esperienza della relazione terapeutica in una narrazione accessibile a tutti non è un compito semplice. Vi sono ostacoli strutturali, come il segreto professionale e la necessità di rendere irriconoscibili e coerenti storie che, per essere raccontate, devono essere inevitabilmente modificate nei dettagli. Vi sono poi aspetti più sottili e difficilmente comunicabili, come ciò che accade a livello intuitivo, inconscio, relazionale, e che pure rappresenta il cuore vivo del lavoro analitico. Eventi che non sempre possono essere descritti, ma che non per questo sono meno determinanti.
Per rendere più specifico questo discorso, farò riferimento ad alcuni casi tratti dalla letteratura psicoanalitica.
Il primo è il caso di Ifigenia, nome scelto dalla psicoterapeuta Loredana Cirillo per richiamare il tema mitico del sacrificio di sé a favore dei bisogni genitoriali. Ifigenia è una ragazza di sedici anni che, all’apparenza, incarna un ideale di normalità: ottimi risultati scolastici, amicizie, una vita apparentemente “perfetta”. Eppure, soffre di una forte ansia e manifesta un disagio psichico che la porta a chiedere con insistenza di essere ascoltata da una psicologa.
Nel primo incontro con i genitori, questi descrivono la figlia come serena e ben adattata, pur accennando a una storia familiare complessa: il padre non l’ha riconosciuta alla nascita, su pressione della propria madre, e i genitori convivono stabilmente solo da pochi mesi. Tuttavia, il racconto genitoriale appare privo di qualunque elaborazione emotiva: le implicazioni affettive di questa storia vengono minimizzate, come se non avessero lasciato traccia.
Nel colloquio individuale, invece, emerge un quadro molto diverso. Ifigenia dà voce a una rabbia profonda e a un senso di soffocamento legato alle aspettative genitoriali, come l’obbligo di praticare la pallavolo imposto dalla madre, e alla superficialità del legame con entrambi i genitori. Si sente inascoltata, incapace di esprimere i propri bisogni senza il timore di ferire o deludere. Il suo corpo parla laddove le parole faticano a emergere, attraverso segni di autolesionismo. L’angoscia nasce dal conflitto tra il bisogno di separarsi emotivamente dai genitori e la paura di tradire le loro aspettative.
Il lavoro analitico con Ifigenia ha richiesto una grande delicatezza: sostenere l’elaborazione della rabbia e del dolore senza forzare soluzioni rapide né offrire rassicurazioni consolatorie. Si è trattato di accompagnarla nell’integrazione delle esperienze passate e presenti, restituendole il diritto di desiderare, di dire di no, di esistere senza sacrificarsi. Come nel mito da cui prende il nome, il suo percorso di crescita passa attraverso la rottura di schemi antichi e la possibilità di riscrivere la propria storia. Una sofferenza invisibile dall’esterno ha potuto essere trasformata solo nel momento in cui è stata tradotta in parola, diventando una separazione generativa dai genitori.
Un altro esempio è offerto dal lavoro dello psicologo giuridico Mauro Grimoldi, che interpreta il reato in età minorile come un sintomo in senso analitico, una vera e propria formazione dell’inconscio: un modo, per quanto distruttivo, di sopportare il dolore. È il caso di Riccardo, adolescente coinvolto in una gang dedita allo spaccio sulla riviera del lago di Garda.
Dagli incontri emerge una storia familiare segnata dal divorzio dei genitori e da una relazione dolorosa con il padre, che vive separato da anni. Il messaggio che il padre gli rimanda con maggiore frequenza è devastante: “Sei un debito”. Riccardo viene così vissuto come un peso, una colpa, un errore, soprattutto nei momenti di trasgressione. Eppure, nonostante tutto, Riccardo ama profondamente il padre, lo stima, lo idealizza, senza sentirsi mai ricambiato. Il padre lo svaluta, entra in competizione con lui, non lo riconosce. Non piacere al proprio padre è sempre fonte di sofferenza; ma non piacere a un padre fortemente amato può diventare una ferita identitaria profonda.
Come osserva Grimoldi, Riccardo finisce per aderire allo sguardo paterno: diventa lui stesso colui che non si piace, che non sa come diventare un uomo all’altezza. La vita gli appare priva di valore, “una merda”, come dice lui stesso, e ogni gesto diventa una prova di adeguatezza. Il reato, lo spaccio, rappresenta allora una soluzione sintomatica: attraverso il denaro e l’indipendenza economica, Riccardo tenta di apparire agli occhi del padre come un figlio degno. Ma, come ogni soluzione sintomatica, anziché colmare la ferita, la riattiva. L’incriminazione e il processo lo riportano al nucleo originario del dolore: sentirsi uno scarto, non all’altezza delle aspettative dell’Altro.
Nella relazione terapeutica, Riccardo può finalmente dare senso ai suoi atti, riconoscere il dolore che li ha generati e trasformarlo in una risorsa per la propria vita adulta. Il riconoscimento ricevuto nell’incontro analitico gli consente di non essere più solo prigioniero del giudizio interiorizzato, ma di costruire un rapporto diverso con sé stesso.
A partire da questo racconto, possiamo comprendere che cosa si intende per dolore sintomatico.
Il dolore sintomatico non è semplicemente una sofferenza “in più” che si aggiunge alla vita di una persona, né un malessere casuale o privo di senso. È una forma di dolore che prende corpo attraverso un comportamento, un atto o un sintomo, quando il soggetto non dispone ancora di parole, riconoscimento o spazi simbolici sufficienti per elaborare una ferita psichica più profonda. Il sintomo diventa così un linguaggio alternativo, una risposta paradossale ma necessaria a un dolore che non ha trovato ascolto.
Nel caso di Riccardo, il nucleo del dolore sintomatico risiede nello sguardo paterno interiorizzato: l’essere vissuto come un “debito”, come un peso, come qualcuno che non vale abbastanza. Questo messaggio, ripetuto e non simbolizzato, diventa parte dell’identità del ragazzo. Riccardo finisce per aderire a quello sguardo, facendolo proprio: non è più solo il padre a svalutarlo, ma è Riccardo stesso a non piacersi, a sentirsi inadeguato, privo di valore. Qui il dolore non è ancora pensabile come tale: è diffuso, totalizzante, e colora l’intera esperienza di sé e del mondo.
Il reato, lo spaccio, si configura allora come una soluzione sintomatica. Non è una semplice trasgressione né una scelta puramente antisociale, ma un tentativo, per quanto distruttivo, di rispondere a quel dolore originario. Attraverso il denaro, il potere e l’indipendenza economica, Riccardo cerca di colmare la ferita narcisistica, di dimostrare al padre — e a sé stesso — di valere qualcosa, di essere finalmente all’altezza. Il sintomo offre un sollievo temporaneo, una sensazione illusoria di riscatto e riconoscimento.
Tuttavia, come accade spesso nel dolore sintomatico, la soluzione non guarisce la ferita, ma la ripete. L’incriminazione e il processo riportano Riccardo esattamente al punto di partenza: sentirsi uno scarto, un fallimento, qualcuno che non merita. Il sintomo, invece di risolvere il dolore, lo mette in scena, lo rende visibile, lo riattualizza.
Il dolore sintomatico, dunque, è nel caso di Riccardo un dolore che si esprime attraverso i suoi agiti, perché non ha ancora trovato un luogo psichico in cui essere riconosciuto e trasformato. È una sofferenza che chiede di essere decifrata, non punita né semplicemente eliminata. Nella relazione terapeutica, Riccardo può finalmente attribuire un senso ai propri comportamenti, riconoscere il legame tra i suoi agiti e la ferita affettiva che li ha generati. In questo passaggio, il dolore smette di essere distruttivo e può diventare una risorsa per la vita adulta: non più un destino da subire, ma un’esperienza da comprendere e trasformare.
In questo senso, il lavoro analitico non mira a cancellare il dolore, ma a trasformarlo da agito a parola, da ripetizione inconsapevole a possibilità di scelta. È lì che il dolore, finalmente riconosciuto, può perdere la sua forza devastante e aprire a un rapporto più libero e vitale con sé stessi.
Galit Atlas, psicoanalista e scrittrice statunitense, nel libro I traumi sul lettino, racconta molte storie di pazienti segnati da dolori profondi. Tra questi vi sono i traumi transgenerazionali, in cui eventi storici estremi, come l’Olocausto, continuano a produrre sofferenza muta attraverso le generazioni. Anche chi non ha vissuto direttamente la violenza può portarne gli effetti nel corpo e nella psiche, sotto forma di angoscia, senso di colpa, vuoto identitario.
Atlas racconta anche traumi legati a perdite improvvise, vere e proprie emorragie libidiche capaci di arrestare la vita di intere famiglie. È il caso di Jon, ultimo di cinque fratelli, che a pochi mesi di vita perde la sorella maggiore in un incidente. Da quel momento, tutto si ferma. Il senso di colpa dei sopravvissuti è indicibile. Anni dopo, diventando padre, Jon crolla psichicamente: emerge l’idea di non meritare la vitalità della paternità. La sua infanzia è un buco nero, priva di ricordi, fino allo scatenamento sintomatico che gli consente finalmente di chiedere aiuto. In analisi, Jon può finalmente “essere tenuto in braccio”, metaforicamente parlando, in un luogo psichico in cui non viene lasciato cadere ancora una volta.
È anche di questo che si tratta nella relazione analitica: offrire uno spazio in cui il trauma non si ripeta, ma possa essere simbolizzato.
Particolarmente complessa è l’eredità del suicidio in famiglia. Come può continuare a vivere chi resta? Per figli e nipoti, il suicidio di un genitore o di un nonno può diventare una sorta di maledizione silenziosa, una spinta oscura all’autodistruzione. Atlas racconta la storia di Leonardo, segnato dal suicidio del nonno, vissuto come un mistero irrisolto e minaccioso. Attraverso il lavoro analitico, il ricordo rimosso può essere ricostruito, perché — come scrive Atlas — “quando la nostra mente ricorda, il nostro corpo è libero di dimenticare”.
Se il silenzio è il principale alleato patogeno del trauma, capace di trasmettere fantasmi attraverso le generazioni, la parola, l’ascolto e il discorso analitico diventano allora vere e proprie medicine. L’analista è anche un decifratore simbolico dei resti irriducibili del trauma: frammenti di discorsi mai detti, ma incisi nel corpo e nella vita di chi soffre.
La sopravvivenza stessa della psicoanalisi è legata al rilancio del piano simbolico: alla possibilità di considerare l’esistenza come un testo già scritto, sì, ma riscrivibile creativamente attraverso il linguaggio. Quando il dolore psichico acquisisce senso, diventa più affrontabile, più sopportabile.
Resta però una questione aperta: non tutti gli orientamenti psicoanalitici concepiscono l’analisi come un percorso terapeutico in senso stretto, finalizzato a ricucire gli strappi, lenire il dolore, accogliere la sofferenza. È proprio su questo punto che si giocano le differenze etiche più profonde nel modo di intendere la cura.
Perché non tutti gli orientamenti della psicoanalisi ritengono necessario che l’analista sia “benevolo e soccorrevole”? All’origine di questo interrogativo vi è una delle più profonde controversie della storia della psicoanalisi: quella tra Sigmund Freud e Sándor Ferenczi. Non si trattò soltanto di un confronto teorico, ma di uno scontro clinico ed etico sul modo di intendere il trauma, la sessualità infantile e la relazione analitica, che sfociò in una frattura personale e istituzionale.
Nel corso della sua elaborazione teorica, Freud aveva progressivamente ridimensionato il peso del trauma reale, fino a escluderlo come principale causa eziologica della sofferenza psichica, privilegiando invece la dimensione del fantasma e del desiderio inconscio. Ferenczi, al contrario, continuò a sostenere con decisione il ruolo centrale dei traumi relazionali gravi, in particolare dell’abuso sessuale infantile, come determinanti primari di molte forme di psicopatologia.
Allievo stimato e profondamente legato a Freud, Ferenczi mise in discussione questa revisione teorica sulla base della propria esperienza clinica. Già nel 1929, in una lettera indirizzata al maestro, osservava come la psicoanalisi tendesse a sopravvalutare la rielaborazione intrapsichica del trauma su un piano prevalentemente fantasmatico, finendo così per minimizzare la realtà traumatica dell’esperienza vissuta.
Il contrasto divenne insanabile e sfociò nella rottura definitiva in occasione del congresso del 1932, quando Freud sollecitò Ferenczi a non presentare né pubblicare il saggio Confusione delle lingue. In questo testo, Ferenczi poneva al centro la realtà dell’abuso sessuale infantile e il suo ruolo determinante nello sviluppo della sofferenza psichica.
La divergenza tra i due ruotava attorno a una domanda cruciale: il trauma sessuale infantile ha origine nella fantasia o nella realtà? Nella fase matura del suo pensiero, Freud privilegiò il modello del fantasma, sottolineando l’esistenza di una sessualità infantile strutturale e relegando l’evento reale in secondo piano rispetto alla realtà psichica del trauma. Ferenczi, invece, riaffermò con forza la realtà dell’abuso e i suoi effetti patogeni, ponendo al centro il tradimento dell’adulto e la negazione dell’esperienza del bambino.
In Confusione delle lingue, Ferenczi accusava implicitamente la psicoanalisi di non credere al paziente e metteva in guardia dal rischio che l’analista potesse diventare una nuova figura traumatizzante, qualora ripetesse il disconoscimento dell’esperienza subita. Questo scritto segnò un punto di non ritorno nel rapporto con Freud, che interpretò le posizioni dell’allievo non come un dissenso teorico legittimo, ma come il segno di una presunta instabilità personale.
L’attribuzione di una fragilità mentale a Ferenczi non fu soltanto una presa di posizione teorica, ma una vera e propria violazione dell’etica della relazione. Freud trasformò il dissenso in patologia, esercitando un potere interpretativo che annullò l’altro come interlocutore, riproducendo quella stessa negazione traumatica che Ferenczi cercava di portare alla parola. Mentre Ferenczi si esponeva pubblicamente, mettendo in discussione un pilastro dell’autorità teorica del maestro, Freud utilizzava la propria posizione di potere per delegittimarlo, evitando il confronto sul piano argomentativo.
Al cuore di questa disputa vi sono due concezioni radicalmente diverse della cura del trauma da abuso infantile. Freud privilegiava neutralità, astinenza, distanza emotiva e interpretazione come strumenti fondamentali; Ferenczi, invece, proponeva un’elasticità della tecnica, una partecipazione affettiva dell’analista, il riconoscimento dei propri errori e una particolare attenzione alla ripetizione del trauma all’interno della relazione terapeutica. Freud temeva che l’analista perdesse il proprio ruolo simbolico, ciò che Lacan definirà il “soggetto supposto sapere”; Ferenczi temeva, al contrario, che la neutralità potesse trasformarsi in un’indifferenza traumatica.
Questo episodio mostra come anche all’interno delle scuole di psicoanalisi, nate per lo studio e la cura del dolore psichico, possano svilupparsi dinamiche relazionali che, anziché alleviarlo, finiscono per intensificarlo. Si tratta di una forma di ostracismo che attraversa la storia della psicoanalisi fin dalle sue origini e che ha contribuito nel tempo a consolidare posizioni ideologiche rigide nella concezione e nel trattamento del trauma e della sofferenza psichica.
Come sottolineava Lacan, l’analista è un soggetto supposto sapere: l’analizzante gli attribuisce un sapere su di sé, ed è proprio questa supposizione a rendere possibile il transfert. Ciò non implica, tuttavia, che l’analista detenga la verità ultima sul dolore del paziente. Il nucleo della sofferenza di ciascuno è infatti irriducibilmente singolare, intimo, e non sempre pienamente traducibile in parole.
Il compito dell’analista non è dunque quello di svelare una verità definitiva sull’altro, ma di accompagnare e testimoniare un percorso, sostenendo il processo attraverso cui il soggetto può avvicinarsi alla propria verità, senza che essa venga mai imposta dall’esterno.
Esistono dolori che affondano le loro radici in ferite profonde e traumatiche, talvolta risalenti alla primissima infanzia o a epoche così remote da non poter essere direttamente ricordate. Sono sofferenze che non sempre possono essere guarite e che, anche quando vengono in parte alleviate, restano impresse come una lettera incisa sulla nuca.
Per descrivere la condizione umana, Jacques Lacan ha più volte evocato l’antica leggenda dello schiavo-messaggero, che portava scritto sulla nuca rasata il messaggio da recapitare senza poterne leggere il contenuto. Questa metafora suggerisce che ciascuno di noi porta con sé le sentenze, le speranze, le paure, i desideri e le ferite di chi ci ha preceduto, senza poterne avere una comprensione immediata. Ognuno porta inciso sulla propria nuca il destino che l’Altro gli ha assegnato, ma non possiede, da solo, gli strumenti per decifrarlo.
È qui che si colloca il lavoro analitico. Senza una disciplina che si assuma il compito di leggere, tradurre e dare parola a quella lettera inscritta dall’Altro, non vi sarebbe spazio per la psicoanalisi. La sua scommessa non è cancellare i segni del dolore, ma trasformare i simboli che ci hanno marchiati in possibilità nuove e generative di vita.
La vicinanza concettuale tra angoscia nevrotica e desiderio rimosso ha condotto alcuni pionieri della psicoanalisi a valorizzare un approccio alla cura capace di tollerare il tempo dell’angoscia, senza una sollecitudine immediata a lenirla o neutralizzarla. Sostare nel dolore, senza rifugiarsi in soluzioni rapide e preconfezionate, può diventare un tempo necessario per comprendere le radici della propria sofferenza. Resta tuttavia aperto il dibattito se la psicoanalisi abbia finalità eminentemente terapeutiche o se sia, più radicalmente, un percorso di conoscenza di sé: una tensione che attraversa la sua storia e che talvolta assume tratti ideologici.
A mio avviso, il punto essenziale è un altro: essere con il paziente. Accompagnare l’analizzante nell’attraversamento del dolore, facendogli sentire una presenza umana autentica. Come scrive Eugen Bleuler nel suo fondamentale Manuale di psichiatria del 1916, gli strumenti psichici più importanti nella cura sono “imbarazzanti per la [loro] semplicità: la pazienza, la calma, e la benevolenza interiore verso i pazienti, tre qualità che devono essere inesauribili”.

