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Sabato 12 novembre dalle ore 9 alle 12,30 la Dott.ssa Laura Porta terrà una conferenza sulla dipendenza da internet a Monza, presso Urban Center Binario 7, Via Filippo Turati 8. L’intervento si svolgerà in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia e in collaborazione con l’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

 

Tutti pazzi per la rete. Dipendenza da internet, come prevenirla, come curarla? Di Laura Porta

Monza, 12/11/2016

 

Decorso classico dipendenza

Siamo abituati a parlare di dipendenze come processi con un decorso ben preciso: c’è un iniziale incontro con la “sostanza” o con l’oggetto che rende dipendenti (cocaina, pornografia, gioco d’azzardo), incontro spesso favorito da un facilitatore, un amico che introduce a questa pratica di consumo o di utilizzo, poi c’è l’utilizzo sempre più continuativo e ripetuto, finchè si arriva alla dipendenza vera e propria, riconoscibile da segni inequivocabili, ovvero la crisi d’astinenza: senza quell’oggetto, quella pratica o quella sostanza insorgono sintomi di malessere acuti, che si placano solo tornando a ripetere l’attività dipendente.

 

Internet si insinua, passivizzandoci

Internet è una forma di dipendenza più subdola, perché si insinua nelle nostre vite attraverso un consumo che si rende necessario per lo svolgimento di molte attività quotidiane che risultano, grazie alla rete, semplificate: dalla risposta alle mail alla messaggistica istantanea, dalla consultazione di notizie all’utilizzo di social network. Fin qui internet riguarda grandi moltitudini di persone, ed ha generato una rivoluzione nel campo della comunicazione e della ricerca di informazioni: con un click è possibile sapere il tempo dall’altra parte del globo, trovare informazioni, parlare con il compagno di scuola, il collega di lavoro, mantenere una relazione a distanza (via skype ovviamente!). I cambiamenti nei mezzi di trasmissione delle informazioni ha subito un’accelerazione che ci ha portato a vivere una velocità di scambio che fino a vent’anni fa era fantascienza.

Ci sono poi utilizzi più specifici che riguardano una minoranza di persone: pornografia, gioco d’azzardo online, giochi online, attività di youtuber, ecc…

Tuttavia possiamo affermare che tutti siamo presi nella rete di internet, in questo caso non siamo noi ad aver fatto l’incontro con ciò che potenzialmente potrebbe renderci dipendenti, ma è l’oggetto della dipendenza ad aver incontrato noi, con il suo avvento nella nuova era tecnologica, nelle nostre case, nei nostri pc e nei nostri telefonini. Il facilitatore in questo caso non è un particolare individuo o un incontro fortuito, è la tecnologia stessa, che ormai abita le nostre esistenze.

Esiste un confine tra l’utilizzo di internet e la dipendenza da esso, tuttavia alcuni studi ci dicono che l’avvento di internet e della consultazione online di notizie e contenuti sta modificando sensibilmente le nostre capacità cognitive.

Carr, effetti su concentrazione, pensiero e comprensione

Nicholas Carr nel suo libro Internet ci rende stupidi? Parte dall’esperienza personale per cui si accorge di non riuscire più a concentrarsi su testi lunghi. L’utilizzo della rete che ha modificato il nostro modo di pensare, memorizzare e comprendere: non è più il pensiero lineare del lettore di carta stampata, capace di una concentrazione persistente sul filo logico di una storia o di un argomento (pensiamo al nostro stato mentale quando siamo immersi nella lettura di un romanzo) ma diventa un pensiero reticolare, dispersivo, predisposto alle continue interruzioni e sempre meno capace di concentrazione, tipico dell’utilizzatore di internet. Quando navighiamo scorriamo pagine e pagine di siti internet senza leggerle, ma cercando informazioni chiave, selezionandole in mezzo ad altri stimoli, come in un compito di ricerca visiva di parole chiave. Questo comporta una perdita della facoltà di immergersi in un testo molto lungo in quanto la navigazione nella rete cambia il compito: il problema principale è la selezione degli stimoli utili, ignorando gli altri. Se veniamo costantemente bombardati da distrazioni e interruzioni, ci adattiamo di conseguenza, rendendo la concentrazione sempre più labile. La nostra memoria è limitata (MBT o di lavoro) e permette di contenere un numero limitato di informazioni (fino a 7 per i neurofisiologi). I dati della MBT per passare alla MLT devono essere ripetuti o ‘emotivamente pregnanti’ (si pensi all’efficacia di una lezione di un insegnante che mette nel suo insegnamento una certa passione o carica emotiva).

Il problema della rete è che veniamo assediati da informazioni e da interruzioni (ricezione messaggi, mail, notifiche, ecc. inoltre la pagina web contiene non solo un testo, ma anche suoni e immagini a cui può essere connessa un’altra pagina web tramite link.), ciò fa sì che il sapere consultato su internet ‘galleggia’ e non si consolida, salvo un preciso e potente desiderio. Questo ha delle implicazioni anche sul pensiero, perché un pensiero che manca di approfondimenti e di conoscenze è influenzabile e superficiale.

Differenza tra la vecchia generazione e la nuova: la vecchia ha presente un controambiente (spengo tutto e mi concentro). La nuova è immersa come un pesce nell’acqua, non è consapevole e necessita dell’intervento degli adulti. Dall’invenzione del “World Wide Web” e dalla sua diffusione pubblica nel 1993, il traffico di Internet è raddoppiato in media ogni anno.

Studi sull’ apprendimento di materiale presentato online e in modalità classica mostrano come vi è una maggiore comprensione dei testi nella seconda modalità. Inoltre materiale presentato on line è compreso meglio se la pagina contiene meno distrazioni. Troppi stimoli sovraccaricano il cervello e nella lettura on line sacrifichiamo la funzionalità che rende possibile la lettura approfondita. Decifrare ipertesti aumenta dunque il carico cognitivo diminuendo la capacità di assimilare ciò che si legge.

 

Comprensione attraverso i tre registri

Jacques Lacan ad un certo punto del suo insegnamento, negli anni 70, ha elaborato la teoria dei nodi dove i tre registri Immaginario – Simbolico e Reale nel loro intreccio sono costituitivi dell’esperienza umana. Sarà nell’intreccio tra simbolico e immaginario che si costruisce la propria realtà. In che modo?

Immaginario (stadio dello specchio, identità, buona forma, piano illusorio della realtà che però ci pacifica)

L’immaginario è l’ordine della rappresentazione, ognuno costruisce il proprio modo di stare al mondo in rapporto all’immagine con cui il soggetto si identifica. Quindi l’io si costituisce sulle rappresentazioni immaginarie che lo riguardano e queste rappresentazioni non si producono casualmente ma nel rapporto che il soggetto intrattiene con le figure fondamentali della sua vita, con i suoi “altri”. L’immaginario è la dimensione che procede dalla costituzione dell’immagine del corpo, esso è dunque da intendere a partire dall’immagine. È il registro dello speculare e dell’illusione. Esso si origina a partire dallo stadio dello specchio (L’esperienza dello stadio dello specchio, che Lacan colloca tra i sei e i diciotto mesi, è il momento inaugurale in cui, attraverso l’individuazione della propria immagine riflessa, il bambino percepisce dapprima la propria identità riconoscendosi per la prima volta come unità – anche se virtuale, illusoria – appartenente a sé stesso riconducendola al proprio corpo.

Fin dai sei mesi, il bambino – ancora incapace di padroneggiare i suoi movimenti, ma “tutto abbracciato da un sostegno materno” – si vede, si indica, tende le braccia verso l’immagine e tenta di afferrarla; in altre parole gioca con l’immagine – sua e delle persone che gli stanno accanto – che lo specchio gli restituisce. È quindi possibile constatare una reazione di sorpresa del bambino alla vista della propria immagine nello specchio. Il corpo è sempre stata per il bambino una realtà avvertita intensamente ma non chiaramente delimitata – fino ad allora infatti non si era mai visto se non in modo parcellare – ora invece capisce che quella che vede riflessa nello specchio è la sua immagine.

L’immagine speculare, però, non acquista il senso di un’esperienza vitale se non per la presenza, accanto al bambino, di una persona che percepisce al suo fianco. Prima di soggettivarsi il bambino, ancora assoggettato al volere dell’adulto come “corpo-in frammenti” è sottoposto ad una trasformazione che Lacan individua nello “stadio dello specchio” e che accosta al concetto freudiano di identificazione.

Per umanizzare la vita è necessario che intervenga il desiderio dell’Altro perchè è solo questo desiderio che può rendere la vita umana vivente. Il materno non è solo assenza di differenza, non è solo confusione o soddisfazione immediata dei bisogni, ma svolge il compito essenziale di custodire la particolarità, la singolarità più particolare della vita. La funzione materna è quella che sa particolarizzare le cure, rendendole non anonime (tu sei l’immagine riflessa nello specchio, tu sei Matteo, tu sei il bambino che io amo)

In termini psicoanalitici il desiderio dell’Altro umanizza l’essere vivente. Senza il desiderio dell’Altro, senza un desiderio che particolarizzi il bambino, la sua soggettività è compromessa. Ciò che umanizza l’essere vivente, ciò che lo fa entrare in una logica dello scambio, che lo inserisce nel sembiante e nel senso della collettività, è l’esperienza originaria di essersi sentito riconosciuto da un desiderio che ha la forza di dare consistenza e sostanza all’esistenza individuale.

 

Simbolico (separazione, fort-da, linguaggio, ruoli, posto nel mondo, nome, storia, significante, pensiero, creatività, cambiamento, inconscio, desiderio)

 

Il simbolico è l’ordine del linguaggio. Accediamo all’ordine simbolico fin da piccolissimi grazie alla separazione dal corpo della madre. Questa separazione necessaria, che fa sì che il bambino non sia tutt’uno con il corpo della madre, permette l’accesso all’ordine simbolico (fort-da, linguaggio, psicosi). Il simbolico è la dimensione connessa alla funzione del linguaggio e, più specificamente, a quella del significante. Il simbolico è in rapporto al padre e, in Lacan, al Nome-del-Padre, del padre fondatore della legge e del desiderio. Come? (andirivieni materno, desiderio non tutto chiuso sul bambino, possibilità per il bambino di accedere al proprio desiderio, simbolico predetermina, aliena il soggetto. La psicoanalisi è una scienza del simbolico che permette di decifrare il significato simbolico dei sintomi per accedere al proprio desiderio, per ‘trovare la propria strada’. Il simbolico, come simbolo, è legato alla funzione del significante, che è alla base del cambiamento e della trasformazione soggettiva).

 

Reale (impossibile a dirsi, diverso da realtà, esperienze traumatiche)

E il reale? – Il reale è ciò che resiste, che è impossibile a dirsi e a immaginarsi. Il reale va distinto dalla realtà (rappresentazione del mondo esterno) ordinata dal simbolico e dall’immaginario. Tutti i traumi sono un’esperienza dell’ordine del reale. Mentre l’immaginario e il simbolico sono aperti alla dimensione del possibile, il reale è fuori senso, cioè fuori dalla presa dell’immagine e del simbolo. E l’impossibile da sopportare.

 

Aspetti immaginari della rete (immagini, legami virtuali-liquidi, pensiero in superficie, rassicurazione superficiale)

La rete pullula di immaginario, se per immaginario intendiamo l’aspetto più illusorio e accattivante della realtà. La postazione continua di immagini proprie, fotografie e ritratti sui social network, fenomeno molto diffuso soprattutto tra i giovanissimi, con una ricerca affannosa dei ‘mi piace’. In questo senso l’immagine su internet svolge la funzione di un riconoscimento sociale, di rafforzamento dello stadio dello specchio. Se lo stadio dello specchio è identificabile in una fase precisa della vita umana, l’essere umano resta inesorabilmente alienato al riconoscimento dell’Altro per tutto il resto della sua vita, un riconoscimento che ogni volta consolida e rafforza la sua identità. Ecco la cattura allora del potere della propria immagine riconosciuta dagli altri, che può subire eccessi o turbolenze a partire da una fragilità strutturale (adolescenti, fragilità narcisistiche, disturbi psichici).

L’uso potente di immagini nelle pagine web disturba l’attività simbolica di studio, approfondimento, comprensione. Internet suggerisce l’impressione di un sapere illimitato, sempre disponibile, che non occorre memorizzare.

Aspetti simbolici della rete (linguaggio impoverito, retaggio passivizzazione televisiva, disturbi apprendimento, pensiero impoverito, rapporto con desiderio inconscio, accesso al sapere più rapodo)

C’è un’influenza nella modificazione del linguaggio, che si trasforma e diviene gradualmente sempre più coinciso, breve, per rispondere alle esigenze della messaggistica istantanea. Le frasi sono sempre più abbreviate, il linguaggio impoverito. Assistiamo nella clinica a una crescente difficoltà a prendere la parola su se stessi, a raccontare di sé e del proprio malessere.

Le relazioni di amicizia che si sviluppano esclusivamente su internet subiscono il furto del corpo, sono legami basati sulla pura convinzione immaginaria di affinità dovute a interessi comuni, non possono svilupparsi in un approfondimento che implica un impegno reciproco. Se il simbolico, come afferma Lacan, è strettamente legato al desiderio inconscio e alla possibilità di cambiamento, possiamo dedurre che l’impoverimento della struttura simbolica del linguaggio e delle relazioni va determinando una diminuzione della capacità di pensiero, un rapporto sempre più problematico con il proprio desiderio inconscio (molti giovani lamentano una mancanza di desiderio, un’apatia), una frammentazione dei legami che divengono sempre più ‘liquidi’. D’altra parte internet permette un accesso al sapere molto più rapido di un tempo.

 

Aspetti reali della rete (bullismo, revenge porn, privacy)

Cyber bullismo, revenge porn, violazione della privacy: il corpo e la propria intimità irrompe sulla scena del mondo virtuale in cui tutto è possibile, tutto è creabile e distruggibile. Quando sulla scena irrompe l’aspetto più scabroso o intimo della propria esistenza, ecco che assistiamo alla precipitazione del castello virtuale della rete, il luogo dove apparentemente tutto è possibile e le azioni sono prive di conseguenze.

 

Dipendenza

 

La dipendenza da internet

Il bambino cresciuto a partire dagli anni Settanta in questo nostro ‘ambiente elettrico’ è un bambino i sui genitori lo hanno messo davanti al televisore a 2 anni per farlo stare tranquillo, e quando entrerà all’asilo avrà già guardato la tv per circa 4000 ore (McLuhan). Il mondo adulto, anch’esso catturato in questo meccanismo, sembra non tenere sufficientemente in conto gli effetti di questa sovraesposizione al video, in primo luogo alla televisione.

Se i dibattiti su questo tema ruotano intorno al tipo ed alla qualità dei programmi, non bisogna dimenticare il carattere pervasivo e penetrante dell’immagine nella televisione. Non dobbiamo poi stupirci del fatto che i nuovi adolescenti siano così ossessionati dal loro look e dalla loro immagine.

Infine, bisogna sottolineare il fatto che i contenuti dei programmi non hanno una finzione specifica: né educativa, né di ampliamento della cultura e della conoscenza, né informativa: sappiamo quanto l’informazione televisiva sia a volte palesemente orientata. L’unica vera funzione dei programmi televisivi è quella di far sì che la televisione stessa venga accesa e che vi rimanga il più a lungo possibile. Qual è il suo scopo? Cancellare ogni individualità, ogni particolarità, ogni opinione personale, ogni intimità. La ricezione passiva e l’impossibilità di interagire con la televisore mette il soggetto in una condizione di inermità e di impotenza rispetto a ciò che gli viene propinato. Questo può avere il potere di appiattire il suo senso critico, a maggior ragione se abbiamo a che fare con soggetti fragili in tal senso, come i bambini o i ragazzi.

In sintesi, è possibile affermare che l’effetto della televisione sui giovani di oggi sia quello di annullare la loro identità personale. Questo avviene con gradualità, ovviamente, ma se ci domandiamo il perché dei disturbi della lettura e della scrittura sempre più diffusi, dovremmo chiederci quanto questi bambini sono stati introdotti alla lettura o alla parola, al dialogo ed al racconto, e quanto invece sono stati parcheggiati davanti al televisore. L’immagine televisiva è giunta loro in modo pervasivo, ha inondato la loro immaginazione e la loro creatività, ha otturato la loro capacità di ascolto.

Insomma, la televisione opera, seppur in maniera differente a seconda dell’età e della classe sociale: impedendo che il tempo libero sia utilizzato in modi più proficui (tempo per leggere, per giocare, ma anche per stare soli e meditare), limitando il dialogo con i genitori, avendo effetti negativi sul livello di apprendimento degli studenti (riducendo ogni capacità di immaginazione e creativa), inducendo a comportamenti passivi e meno personali poiché ripetitivi di quanto osservato sul teleschermo.

Quando si può parlare di dipendenza da internet?

Le forme di dipendenza da internet si possono suddividere a seconda dell’ambito d’interesse dell’utente, e cioè dal contenuto stesso che l’utente si trova a scegliere con maggior frequenza, fino al manifestarsi di una vera e propria dipendenza, o dal tempo trascorso online.

Nel primo caso, denominato di dipendenza specifica, l’utente è attratto da un contenuto particolare (pornografia, aste online, gioco d’azzardo), che attrae la sua attenzione in modo incontrollato ed a volte morboso, nel secondo caso, detto di dipendenza generalizzata, l’utente trascorre lunghi periodi online, (chattando, controllando la propria mail) senza motivi precisi.

In adolescenza le dipendenze più diffuse sono relative ai giochi di ruolo, ai social networks e all’instant messanging, poi, procedendo con l’età anche al gioco d’azzardo ed alla ricerca di siti pornografici.

Vi sono tre categorie di fattori predisponenti all’insorgere di una dipendenza da Internet

  • Psicopatologie predisponenti, ovvero condizioni di disagio psichico che possono favorire l’utilizzo della rete come tentativo di compensazione, di riduzione dell’ansia, in sintesi come tentativo di soluzione ad un disagio preesistente. Un ragazzo gravemente inibito o isolato può trovare conforto dal fatto che in rete può instaurare velocemente delle relazioni, senza troppe difficoltà emotive. Questa condizione di sollievo può tuttavia fare di internet l’unico luogo di relazione con il mondo esterno: il giovane si segrega immergendosi nel mondo di internet.
  • Comportamenti a rischio, cioè comportamenti che possono insorgere in persone che, pur non mostrando disturbi psicopatologici, si mettono nella condizione di cadere in una forma di dipendenza. Per esempio ragazze che si innamorano online e sviluppano una dipendenza da internet, oppure giovani che, frequentando siti di gioco online, non riescono più a mettere un limite alla loro compulsività nel gioco. Si instaura un circolo vizioso lento e crescente, capace di rendere il giovane vittima dei suoi stessi bisogni. Il bisogno di incontrare i propri coetanei, di soddisfare le proprie curiosità, di mettere alla prova se stesso e gli altri, incontra un partner nella bellezza e l’utilità di internet, e rosicchia pian piano porzioni di socialità, di vita reale, di tempo libero, di interessi, arrivando al limite della dipendenza patologica. Il giovane va così incontro ad una alienazione affettiva e sociale sempre maggiore.
  • Potenzialità psicopatologiche nella rete stessa.

Indipendentemente dal giovane e dal suo stato mentale e psicologico o dalla sua condizione di vita, questi fattori giocano la propria influenza. È internet stesso, con le sue caratteristiche peculiari che si associano ad emozioni e sentimenti umani, a generare dipendenza. La rete stessa ha cioè delle potenzialità psicopatologiche. Esempio internet può indurre sentimenti di onnipotenza (posso commettere piccoli atti di bullismo restando impunito. Se offendo un mio compagno di classe sotto falso nome non ne pagherò le conseguenze), posso sopraffare il tempo e le distanze (posso spacciarmi per una persona più grande, posso comunicare con una persona che vive dall’altra parte del mondo), posso cambiare la mia identità o nasconderla nei rapporti virtuali. Internet permette la possibilità di instaurare facilmente relazioni e provare emozioni che, seppur virtuali, sono vissute come allettanti perché senza ruoli, né vincoli, né obblighi. Internet offre la possibilità di cambiare sesso, età, identità, professione, di mutare il proprio profilo a piacimento, come un attore. Internet permette di riscuotere popolarità attraverso la pubblicazione di proprie foto, video. Internet soddisfa l’esigenza del giovane di constatare la propria capacità di riscuotere successo nel gruppo dei pari e quella di essere ricercato, votato, apprezzato. I ‘mi piace’ su FB vengono attesi come vere e proprie considerazioni di stima e riconoscimento.

Come in ogni dipendenza che è da venire il giovane crede di poter assolutamente controllare il proprio comportamento, in questo caso la propria permanenza in Rete. Giustifica la propria dipendenza con la necessità  di svolgere i propri compiti o di condurre le proprie relazioni online. Egli mente a se stesso sul fatto che si tratta già di un’esigenza irrinunciabile.

I dati statistici indicano come nell’ultimo decennio l’utilizzo di internet ha avuto un’accelerazione. In particolare è cambiato anche il modo di utilizzarlo: non più solo per l’invio e la ricezione di posta e per la ricerca di informazioni, ma è in forte aumento l’utilizzo della messaggistica istantanea e dei videogiochi online. Inoltre internet, per bambini ed adolescenti, sta diventando un mezzo sempre più importante per socializzare. Si evidenzia inoltre la crescita del fenomeno del cyberbullismo, secondo la Europe’s Information Society. L’Italia, fra i paesi europei, si colloca all’ultimo posto per quanto riguarda la percentuale di genitori che controlla l’utilizzo di internet da parte dei propri figli di età compresa fra i 6 e i 17 anni, con una percentuale del 45% a fronte del 93% dei Paesi Bassi o del 94% della Finlandia.

Riconoscere la dipendenza da internet

Prima fase

Attenzione ossessiva e controllo di tutto ciò che concerne internet: ricezione di messaggi, notifiche su fb, e tutto ciò che concerne gli ‘avvenimenti’ relativi ai social o siti frequentati (messa in vendita di un articolo, verifica se ci sia connessione, se il pc funzioni, ecc). controllo ripetuto della propria casella di posta, del proprio profilo su FB o su altri social, anche decine fino a centinaia di volte al giorno. A ciò si aggiunge la ricerca incessante di nuovi strumenti tecnologici sempre più moderni ed efficaci, con un aumento progressivo del tempo impiegato a ‘chattare’, inviare o ricevere contenuti online da altri utenti (musica, filmati, immagini, dialoghi…), a scaricare dalla rete, a visionare video o filmati, a giocare online.

Seconda fase

C’è un graduale prolungamento del tempo trascorso online, con una conseguente crescente agitazione, malessere e apatia durante i momenti in cui si è scollegati dalla Rete o distanti dal computer. Si tratta di una condizione paragonabile all’astinenza in soggetti tossicodipendenti.

Anche i genitori, con le dovute cautele, possono diagnosticare una dipendenza da internet, non per rinfacciargliela ma per aiutarlo a parlare e a chiedere aiuto. Ecco i comportamenti che possono rivelare una dipendenza:

  • Quando è collegato a internet il giovane manifesta palesemente un senso di euforia e di benessere, mostrando di essere interamente assorbito, al punto da lasciarsi andare a esclamazioni e/o imprecazioni ad alta voce, incurante dei presenti, come se fosse solo
  • Sembra non essere in grado di staccarsi da internet da solo. Infatti, se nessun adulto interviene, egli può restare connesso per molte ore, pur accorgendosi che è tardi e che è connesso da molto tempo. Se invitato a sconnettersi manifesta reazioni di insofferenza, se costretto a sconnettersi dà sfogo a reazioni di sofferenza ed aggressività evidenti
  • Nel caso gli sia impossibile connettersi manifesta apatia, irritabilità, stanchezza, depressione, malessere psicologico generale, distrazione ed assenza, come se non avesse realmente ‘staccato la spina’
  • Viene trascurata ogni altra attività e dovere, come quello scolastico, a volte arriva a risentirne l’igiene personale e la cura di sé
  • Passa sempre più tempo in rete e vorrebbe passarne sempre di più, la permanenza in internet si prolunga nelle ore notturne fino a causare fenomeni di jet lag.

 

Cinque tipi specifici di dipendenza da Internet

Dipendenza cyber-relazionale

Ovvero dipendenza dai social networks (Facebook, Badoo, Myspace, Tumblr, ecc..), con forte coinvolgimento in relazioni online. Gli amici virtuali divengono più importanti degli amici reali, che vengono trascurati ed abbandonati, fino ad arrivare a sostituirsi anche ai rapporti famigliari

Net gaming

Dipendenza da giochi in rete, che comprende una vasta categoria di comportamenti: il gioco d’azzardo patologico, i videogiochi, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo (compravendita oggetti su Ebay). Tutto questo porta a spendere ed a perdere cospicue somme di denaro, con abbandono di altre attività relazionali (sport, scuola, vita di relazione, ecc).

Dipendenza cyber-sessuale

Dipendenza da pornografia online: scaricamento ed utilizzo di materiale pornografico, fino allo scioglimento di precedenti relazioni sentimentali ed isolamento dal rapporto con i coetanei e con l’altro sesso.

Sovraccarico cognitivo

Fruizione di internet per i suoi contenuti informativi, dovuto alla ricchezza di dati disponibili sulla rete. Archiviazione di documenti scaricati dalla rete, con incapacità a distogliersi dalla rete che lo rimanda sempre a nuovi contenuti

Gioco al computer

Se eccessivamente prolungato anche il gioco (online e offline) può divenire compulsivo.

Ciò che accomuna queste cinque dipendenze è la dinamica sottostante: da un’iniziale esplorazione del mezzo si arriva ad una compulsione, con iperattivazione psicofisica fino ad arrivare a trascurare le attività quotidiane.

L’anonimato, la facilità di attivare legami in qualunque momento, l’assenza di giudizio, la possibilità di riscuotere successo grazie ad un personaggio con caratteristiche inventate, rendono internet un mezzo che non dà limite all’impulso: di conoscere, di esporsi, di riscuotere popolarità. Tutto questo arriva al limite della scenetta di gruppi di ragazzi che si ritrovano su una panchina senza parlare, ciascuno assorbito nel proprio smartphone.

Possiamo parlare di dipendenza quando l’utilizzo di internet sfugge al controllo del giovane e diventa il centro della sua esistenza.

La sindrome da disconnessione

A differenza degli adulti, i giovani cosiddetti ‘nativi digitali’ fanno molta fatica a concepire la loro vita senza Rete. E, attenzione, non si tratta di disadattamento, ma piuttosto di iperadattamento in una vita che obbliga all’uso sempre maggiore della tecnologia. Da questa prospettiva disadattato è il mondo adulto, che ha incontrato tardivamente la tecnologia di internet.

Non stupiamoci dunque se i giovani presentano una sindrome da disconnessione. È sufficiente che si trovino con il cellulare scarico, che rimangano per troppo tempo lontani da un pc o senza una connessione internet per presentare stati d’ansia crescente, malessere, stress psicologico. La causa principale di questo è la mancanza di contatto con la tribù virtuale, in quanto per loro la presenza del gruppo è di importanza fondamentale.

La sindrome da disconnessione si presenta per tre principali ragioni:

il bisogno di sicurezza: essere connessi con il cellulare alla tribù significa poter avere delle risposte a qualunque problema o situazione si presenti loro. La Rete e la tribù li ascolta sempre. Essere privi del loro Altro di riferimento  significa dunque sentirsi fragili.

Il senso di vuoto: tutto sembra più vuoto e spento, sembra di essere su un’isola deserta

Essere senza memoria: a che cosa serve una memoria personale se la capacità di memorizzare contenuti, foto, pensieri, che è propria degli artefatti tecnologici, è infinitamente maggiore di quella umana? Restare senza telefonino, senza computer, senza connessione a Internet, significa per i giovani, che si affidano completamente alla tecnologia, essere privati della propria memoria

Nella sindrome da disconnessione il giovane pensa e ripensa al momento in cui potrà riconnettersi, in maniera ossessiva, al punto da condizionare la propria vita quotidiana, influenzando la scuola e le sue attività extrascolastiche, i suoi legami. Vuole restare collegato alla propria pagina online, non riesce a staccarsi dal proprio profilo che cura attentamente, che aggiorna, che segue e modifica continuamente. Nella dipendenza da internet ogni appagamento possibile avviene online. Per questo alla disconnessione fa seguito una vera e propria crisi di astinenza, con sintomi sia fisici (nausea, emicrania, dolori muscolari, crisi epilettiche) che psichici (ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, dell’appetito, irritabilità, depressione, depersonalizzazione).

Il legame virtuale è in grado di produrre quella stima di sé e quel rafforzamento narcisistico dell’Io che deriva dalla considerazione ricevuta.

Affrontare il problema con il giovane

Non è consigliabile che l’adulto restituisca al giovane, sbattendoglielo in faccia, ciò che ha osservato di lui in termini di dipendenza, ovvero la presenza di alcuni sintomi. La dipendenza da internet è un disturbo egosintonico, vale a dire che il portatore dei sintomi non li avverte come disturbanti. Per il giovane il problema non è internet, ma sono gli altri che vogliono impedirgli di connettersi. È dunque preferibile evitare scontri frontali, perché ciò restituirebbe al giovane un’immagine di sé patologica, come colui che è dipendente.

Il compito dell’adulto non è dunque quella di fare diagnosi: ciò alimenterebbe soltanto l’autodifesa del ragazzo, portando alla negazione del problema ed alla cessazione del dialogo. Per questo è meglio evitare ogni riferimento a parole come ‘sintomi’, disturbi, ecc., che rappresentano un richiamo a diagnosi non richieste. Meglio parlare di comportamenti ed abitudini. Dunque meglio affrontare la questione in termini pacati, facendo riferimento a quello che ritengono un comportamento abnorme del figlio. Meglio dunque parlare ai figli della propria preoccupazione, come un sentimento umano riferito al futuro, invitando perciò il giovane a dare le proprie spiegazioni e la propria visione. Nel caso in cui si affronti apertamente la questione circa la dipendenza da internet, può essere utile visitare insieme quei siti web che offrono una descrizione dei sintomi. Questo fornisce al giovane un richiamo che, nella sua evidenza, e non provenendo dai genitori, non è eludibile.

Internet non può essere additato come il male in sé, o come un nemico. Piuttosto, come ogni ambito delle attività e degli interessi dei propri figli, anche Internet è soggetto a quelle che sono le regole famigliari. In questo modo si può evitare di creare una sorta di ‘caso Internet’, che scateni da parte del giovane una battaglia di principio. Piuttosto che proibire l’accesso a Internet, dal momento che un embargo totale è inutile e anzi controproducente, è utile spiegare ai propri figli come ci si aspetta che si comportino in Rete, e quali tempi vengono concessi loro per questa attività, così come viene fatto per tutte le altre.

Conclusioni

L’adolescenza è il tempo della crisi, ma oggi ad essa si accompagna, come carico supplementare, l’incertezza particolare del vivere contemporaneo, alimentato dal flusso incessante ed ansiogeno delle informazioni globali capaci di influenzare le nostre esistenze. Alla crisi che accompagna l’universo giovanile si affianca una crisi propria di un mondo sempre più virtuale ed altamente mediatico. Il confronto costante con la tecnologia comporta per i giovani una predisposizione al cambiamento, che forse non si tratta solo di un cambiamento in positivo.

Il prezzo che paghiamo con la tecnologia è il furto del corpo, della vitalità del corpo e di tutto ciò che comporta in termini di relazioni interpersonali, emozioni, movimento, interazioni, conoscenza del mondo, memoria, sviluppo dell’intelligenza. Osservare il proprio figlio nell’immobilismo per ore genera sconforto, sembra antivitale, mortifero. Il giovane, totalmente immerso nel registro dell’abitudine, non percepisce il furto che sta subendo. È preso dalla rete, in una rete. Questi giovani, barricati in casa di fronte all’immagine rassicurante del loro profilo che si sono costruiti da sa, rischiano di perdersi qualcosa della vita.

La tecnologia, l’imbrigliamento informatico, non rischia di farli soccombere sotto il carico insopportabile delle notizie che celebrano l’incertezza del vivere contemporaneo? Figli della cronaca nera, sono abituati alle notizie che riguardano morti, stragi, stupri e violenza di ogni genere, impunità generalizzata, ingiustizia globale: i loro pensieri sono nutriti di questo attraverso l’informazione. Non hanno forse il diritto di ritirarsi precocemente a vita privata, di scegliersi un sogno lucido – il virtuale – per non gettare lo sguardo sul mondo che abbiamo loro preparato?

Il mondo adulto ha una responsabilità enorme, che è quella di guardare ai giovani, ai loro interessi, di guardarli veramente, senza pregiudizi, senza dare nulla per scontato, di soffermarsi il tempo necessario per domandarsi: che cosa cerca il giovane su internet, perché e da che cosa il giovane è attratto e catturato nella rete di internet?

Dal fatto che online il giovane trova una forma di ascolto (il computer e la rete incarnano un Altro virtuale sempre disponibile, sempre ‘acceso’); trova delle risposte alle sue domande (Internet rappresenta un sapere accessibile, un sapere che si dà, un sapere che non si nega); trova compagnia contro la solitudine (la Rete è una forma di legame in cui l’altro, il simile, è sempre raggiungibile) e soprattutto trova una modalità di riconoscimento che lo concerne in quanto utente (online l’altro risponde con facilità e prontezza).

Ecco la grande responsabilità del mondo adulto, che è quella di incarnare un Altro dell’ascolto, dell’attenzione alla domanda e non solo al bisogno del giovane, per permettergli di fare un buon incontro. Ciò significa offrire un ambiente alternativo a quello della rete virtuale, una rete umana, fatta di sguardi e di silenzi, oltre che di parole. Un controambiente rispetto ad internet, dove i legami virtuali si trasformano in legami reali, sottoposti alla prova del tempo e dell’affetto sincero. Perché quella che per i giovani rappresenta un’illusione di relazione, virtuale, è in realtà una solitudine. Oggi le persone sono chiuse in loro stesse in contatto con altre. C’è un solo imperativo: “Godi!”, urlato ai quattro venti da tutte le pubblicità. Si sta dimenticando l’etica delle relazioni. L’iperattività e l’autismo sono le modalità del nostro tempo, e non solo per quanto riguarda i bambini.

Fornire un controambiente significa parlare con i propri figli, metterli di fronte ad un’alternativa. Non significa tirar fuori il pesce dall’acqua, questo genererebbe solo ostilità e scontro. Si tratta piuttosto di presentargli qualcosa di diverso rispetto a ciò che conosce, perché lo possa, almeno guardare. Perché possa prendere in considerazione un punto di vista diverso dal suo. Non bisogna pensare di produrre un cambiamento a breve termine. Per questo occorre offrirsi ai propri figli come luogo di parola, ascolto, in assenza di giudizio, senza intento valutativo. Oppure ciò può essere attuato proponendo l’opportunità di uno spazio di parola totalmente sganciato dall’ambito famigliare, qualcosa che possa avvenire in presenza di una persona qualificata (psicologo, psicoterapeuta, educatore). Bisogna potersi offrire come porto, come riparo.

Per fornire un controambiente è necessario conoscere l’ambiente di partenza. Gli adulti devono informarsi sulla Galassia di seducente virtualità che circonda il giovane.

Navigare assieme

Un valido surrogato, ossia un’alternativa, al dialogo con i propri figli, quando esso risulta difficile o assente, è sempre quello di svolgere delle attività con loro, il gioco o condividere delle passioni comuni, un’attività sportiva. Questo è un modo per incontrare il lato umano dei propri genitori. Come sappiamo, il discorso particolare che orienta la contemporaneità, sembra voler schiacciare nella morsa della fretta e del consumo le nostre vite, togliendoci la possibilità di spendere diversamente il nostro tempo, di vivere uno scambio che sia umano, di tempo e di ascolto trascorso assieme tra genitori e figli.

Se è vero che il computer – e la tecnologia in genere – possono alimentare una sorta di godimento autistico, allora è lì che bisogna intervenire.

Il sociologo McLuhan negli anni Sessanta faceva l’esempio dell’automobile. Prima dell’avvento dell’automobile le comunità vivevano più a stretto contatto, si stava più tempo insieme, perché gli spostamenti erano più rari e difficili. Dopo l’automobile ciascun membro di una famiglia è libero di andare e venire e di inseguire i suoi personali interessi, e ciò diminuisce il tempo della condivisione. Così come l’automobile ha distrutto la comunità umana tradizionale, la tecnologia in genere è in grado di produrre un’accelerazione dell’esistenza umana, dei suoi ritmi e dei suoi legami, con il rischio di una loro stessa distruzione. Questo non significa che bisogna rinunciare ad ogni tecnologia, in nome della difesa dei rapporti umani. Se si rifiutasse il progresso ci si isolerebbe dal mondo. Si può, però, opporre delle condizioni personalizzate al regime del virtuale.

Dunque osserviamo i nostri figli, cerchiamo di capire che cosa cercano in Internet che non trovano fuori, offriamo loro un’alternativa. Non pensiamo che tutti cerchino in internet le stesse cose: se i gadget (telefonino, pc) sono uguali per tutti, è singolare l’uso che ciascuno ne fa. Cerchiamo di esplorare il loro mondo per capirli meglio. Solo così potremo contrapporre ad una rete virtuale una rete umana.

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