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Venerdì 17 ottobre la Dott.ssa Porta terrà una conferenza su internet e nuove tecnologie: rischi e potenzialità di questi mezzi di espressione moderni. L’evento è patrocinato dal Comune di Seregno, organizzato dal Circolo Culturale San Giuseppe in collaborazione con Jonas Monza Brianza Onlus.

E il navigar m’è dolce in questo mare

Conferenza 17 ottobre 2014, Circolo Culturale S. Giuseppe, Seregno

Laura Porta

 

Partirò da un esempio, il mio, per parlare di un fenomeno più esteso. Da circa dieci anni le nuove tecnologie sono entrate via via sempre di più nella mia vita. A partire dal pc, che ho utilizzato per la prima volta negli anni 90 per scrivere la mia tesi di laurea, fino all’utilizzo di internet per arrivare oggi all’utilizzo dello smartphone. Passo almeno due ore del mio tempo al giorno su internet. Faccio ricerche su Google, che in passato mi avrebbero richiesto tempo e dispendio di energie per consultare delle biblioteche. Faccio online anche la maggior parte delle operazioni bancarie e molti acquisti. Uso internet anche per la mia agenda, per organizzare i miei appuntamenti, per prenotare voli e biglietti ferroviari, per prenotare camere d’albergo, spedire inviti, mail e biglietti d’auguri.

Anche quando non sto lavorando utilizzo internet per spedire e leggere mail, per dare un’occhiata ai titoli dei giornali, seguire gli aggiornamenti su Facebook, guardare film, scaricare ed ascoltare musica, ecc.

La rapidità, l’immediatezza e la memoria che un pc ci mette a disposizione sono innovazioni che molti di noi oggi considerano irrinunciabili, perchè hanno semplificato in molti aspetti le nostre vite.

Ma, come già sosteneva McLuhan negli anni Cinquanta[1], il prezzo che noi paghiamo quando utilizziamo le nuove tecnologie è quello di una modificazione del nostro pensiero, una variazione nel nostro modo di pensare. Per tornare al mio esempio, io me ne accorgo soprattutto quando leggo. Di solito mi risultava facile immergermi in un libro o in un lungo articolo. La mia mente si lasciava catturare dal racconto o anche da un lungo ragionamento e trascorrevo anche ore nei meandri di un testo anche molto lungo. Oggi la mia attenzione è più discontinua, mi lascio distrarre più facilmente, divento irrequieta, perdo il filo, inizio a cercare qualcos’altro da fare. Mi sembra sempre di dover ricondurre il testo alla mia mente ribelle. L’immersione profonda oggi è diventata una lotta. Potrei essere un caso isolato. Invece ho trovato dei riscontri confrontandomi con colleghi, professori universitari, leggendo i risultati di molte ricerche, effettuate fra adulti della mia generazione che svolgono professioni intellettuali. Molti lamentano questo fenomeno della dispersione dell’attenzione, della tendenza alla distrazione e alla difficoltà di concentrazione. Ed una causa direttamente correlata a questo fenomeno è stata individuata nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

 

Perché esse si prestano alla distrazione, alla disponibilità prét a porter di molti dati contemporaneamente, a un sovraccarico di dati disponibili che la nostra mente non ha il tempo di elaborare e di consolidare nella memoria.

La mente umana è incline alla distrazione. Per concentrarci dobbiamo fare uno sforzo, di qui la difficoltà di molti a studiare. Ma è solo grazie a questo sforzo che possiamo permettere alla nostra conoscenza di ampliarsi, al nostro sapere di estendersi, alla nostra riflessione critica di mettersi in moto. E, per dirla con Lacan, al nostro sapere di soggettivarsi.

Per capire il tipo di concentrazione richiesto dalla lettura dobbiamo fare un salto indietro all’origine della scrittura e della lettura. Pensate che in origine la parola scritta non veniva intervallata da pause, non c’erano spazi tra le parole nello scritto, perché provenendo dalla tradizione orale veniva pensata come un continuo. Quando noi parliamo non facciamo, idealmente, delle pause tra le parole. Accadde nel 380 d. C che S. Agostino si meravigliò nello scoprire che Ambrogio, vescovo di Milano, leggere silenziosamente. Era impossibile, appunto, leggere silenziosamente, in quanto era necessario individuare mentalmente gli spazi tra le parole, e questo era reso possibile solo dalla lettura ad alta voce. Leggere silenziosamente richiedeva una concentrazione supplementare, a cui nessuno ancora era abituato.

Oggi, dalle recenti scoperte della neurofisiologia, scopriamo che i lettori mentre leggono simulano mentalmente ogni nuova situazione incontrata in una narrazione. I dettagli delle azioni e delle sensazioni vengono presi dal testo e uniti al proprio personale bagaglio di conoscenze basate sulle esperienze passate. Dunque la lettura approfondita non è in nessun caso un esercizio passivo. Fra lettore e scrittore si instaura un legame, le parole dello scrittore fanno da catalizzatore nella mente del lettore attento, ispirano nuove intuizioni, associazioni e percezioni. In psicoanalisi lacaniana diciamo che i significanti che gli autori ci propongono ci permettono di creare una catena di significanti, da cui è composto il nostro sistema di pensiero.

Ma torniamo alla storia della lettura. Fu soltanto molto tempo dopo la caduta dell’Impero Romano (476 d.C) che il linguaggio scritto ruppe finalmente con la tradizione orale e cominciò ad adeguarsi alle necessità specifiche dei lettori. Nel corso del Medioevo, il numero dei letterati – cernobiti, studenti, mercanti, aristocratici – continuò a crescere e aumentò anche la disponibilità di libri. Molti nuovi volumi erano di carattere tecnico, non destinati alla lettura per svago o di studio, ma da utilizzare per una consultazione pratica. La gente cominciò così a leggere privatamente e rapidamente, per piacere e per necessità. La lettura smetteva di essere una sorta di performance e diventava uno strumento per la cultura e il perfezionamento personali. Questo passaggio comportò la più significativa trasformazione della scrittura dall’invenzione dell’alfabeto fonetico. All’inizio del secondo millennio (dal 1000 d.C) erano state introdotte regole per l’ordine delle parole nei testi scritti, secondo uno schema sintattico standardizzato e prevedibile. Allo stesso tempo, a partire dall’Irlanda e dall’Inghilterra e poi in tutto il resto dell’Europa occidentale, gli amanuensi cominciarono a dividere le frasi in singole parole, separate da spazi. Alla fine del XII secolo (1190), la scriptura continua era ormai largamente obsoleta per i testi latini nonché per quelli scritti in volgare. Divennero comuni, poi, i segni di punteggiatura, che facilitavano ulteriormente il lavoro di chi leggeva. La presenza di spazi fra le parole alleviava lo sforzo cognitivo necessario per decifrare il testo e rendeva così possibile leggere velocemente, silenziosamente, comprendendo meglio il senso. Questa fluidità doveva essere acquisita. Richiedeva cambiamenti complessi nei circuiti cerebrali. Lo sappiamo anche dall’esperienza comune dei bambini che imparano a leggere: quando diventiamo più abili nel decodificare il testo possiamo dedicare più risorse all’interpretazione del significato. Diventa così possibile quella che chiamiamo ‘lettura approfondita’, ovvero la possibilità per il lettore di liberare le sue facoltà intellettuali: di associare, inventare, creare significati nuovi a partire dalla lettura. In altre parole, di soggettivare il sapere. I lettori divenirono così più efficienti e più attenti al testo. Leggere in silenzio un libro richiedeva la capacità di concentrarsi intensamente per un lungo periodo di tempo, di perdersi’ nelle pagine. Non era facile sviluppare una tale disciplina mentale. La condizione normale del cervello umano è la distrazione. I primi lettori silenziosi furono in grado di riconoscere lo straordinario cambiamento che si verificava nella propria coscienza quando si immergevano nelle pagine di un libro.

Diceva Isacco di Siria, vescovo medievale: leggendo per conto suo “come in un sogno entro in uno stato in cui sensi e pensieri si concentrano. Allora, quando con il prolungarsi del silenzio il turbine dei ricordi stilla nel mio cuore, incessanti onde di gioia mi giungono dai pensieri reconditi, sorgendo inaspettati e improvvisi a deliziarmi il cuore”. Leggere un libro era, ed è, un atto meditativo, ma non implicava uno svuotamento della mente. Il lettore libera la propria attenzione dal flusso esterno di stimoli fuggevoli per concentrarsi più profondamente su un flusso interno di parole, idee ed emozioni. Questa era, ed è, l’essenza di quell’eccezionale processo mentale che è la lettura approfondita. Fu proprio la tecnologia del libro a rendere possibile questa strana anomalia del processo di coscienza.

I progressi nella tecnologia del libro alterarono l’esperienza della lettura, della scrittura e del pensiero. Il nostro sistema educativo, fino ad oggi, a partire dalle scuole elementari fino all’Università, si basa sullo studio, l’assimilazione e l’esposizione personalizzata del sapere acquisito sui libri. Lacan lo diceva, veniamo al mondo in luogo già preparato dall’Altro, per esprimerci dobbiamo acquisire un linguaggio che non scegliamo, ovvero un sistema codificato che genera una strettoia alla nostra esperienza di unione fusionale con la madre. Questa strettoia implica necessariamente una perdita. Attraverso le parole noi ci esprimiamo, ma non tutto può essere detto. La cultura, con gli strumenti attraverso cui ci viene fornita, ci aiuta ad affinare le nostre capacità di espressione, ad avvicinarsi al nostro personale stile, ad esprimerci nella modalità che più si appropria al nostro essere singolare. Ma perché questo possa avvenire è necessaria una ricerca continua.

 

Ora, che ne è oggi di questo atto meditativo della lettura, della memorizzazione dei contenuti attraverso lo studio, della produzione di un pensiero singolare ed in sintesi della capacità di espressione di una propria particolarità?

Le nuove tecnologie, secondo il nostro punto di vista, sono un ostacolo a tutto questo. Ritorno al mio esempio: una singola pagina web può contenere brani di testo, video, audio, pubblicità, applicazioni. In una sola pagina abbiamo a che fare con molti stimoli distraenti. Un nuovo messaggio di posta elettronica, si annuncia mentre diamo un’occhiata alle ultime notizie su un giornale online. Poco dopo ci arriva una notifica da Facebook. Poco dopo il cellulare pigola per annunciarci l’arrivo di un nuovo messaggio. Ogni volta che accendiamo il pc ci tuffiamo in un ecosistema di tecnologie dell’interruzione.

Dunque anche la lettura sta divenendo discontinua, intermittente, distratta. Siamo ben lungi dalla lettura come atto meditativo di cui parlavamo. I cambiamenti della lettura porteranno anche a cambiamenti nella scrittura, la frasi si contraggono nello spazio di un sms. Il prezzo che paghiamo è un indebolimento nell’uso della parola, che è il nostro messo elettivo di espressione.

Quando una società viene colpita da una nuova tecnologia, la reazione più naturale consiste nell’aggrapparsi al periodo immediatamente precedente, alla ricerca di immagini familiari e confortanti” (McLuhan). Così l’avvento della carta stampata ha sollevato critiche, perché ciò avrebbe compromesso la capacità di imparare a memoria e di tramandare oralmente la cultura, l’avvento dell’automobile, della macchina da scrivere, del telefono. Gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sulla capacità di pensiero sono per noi però abbastanza chiari e riscontrabili, sia in senso sociologico più ampio che in senso più strettamente clinico. Le persone faticano a concentrarsi, a costruire un discorso in merito alla propria storia, ad avere curiosità per il sapere, fosse anche solo sapere che cosa accade dentro di loro quando provano angoscia. Queste trasformazioni stanno portando ad un appiattimento riguardo alla profondità di pensiero, alla soggettivazione del sapere.

Ma cosa succede quando concentriamo la nostra attenzione?

Noi siamo dotati di due tipi di memoria: la memoria a breve termine (o di lavoro) e quella a lungo termine. Affinchè una conoscenza possa trasferirsi dalla memoria a breve a quella a lungo termine deve ripetersi più volte, oppure occorre una lunga concentrazione oppure un forte coinvolgimento emotivo.

Inoltre, la memoria a breve termine può contenere solo una piccola quantità di informazioni. Secondo alcuni sette, secondo altri ricercatori tre o quattro. Poi, come in un procedimento ad imbuto, le informazioni passano dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.

Ma se la memoria di lavoro è sovraccarica di informazioni, questo renderà difficile se non impossibile il passaggio delle informazioni alla memoria a lungo termine.

Esempio di imparare una lingua: si imparano alcuni vocaboli, poco per volta, con la ripetizione, con l’associazione di idee, con l’impatto emotivo che questi vocaboli hanno in noi. Affinchè essi vengano trasferiti nella memoria a lungo termine questi vocaboli devono essere ripetuti diverse volte, ritrovati, rielaborati. Inoltre, i ricordi acquisiti nella memoria a lungo termine, producono delle variazioni anatomiche nel cervello a livello di connessioni neurologiche, variazioni che Freud aveva già intuito in Progetto di una psicologia, parlando di plasticità del sistema nervoso: l’anatomia cerebrale, e in particolare le barriere di contatto tra i neuroni, possono cambiare in base alle esperienze fatte.

Il sovraccarico cognitivo della memoria di lavoro dunque impedisce il consolidamento delle informazioni e del sapere nella memoria a lungo termine. Quando viviamo un eccesso di stimoli restiamo perennemente in una condizione di galleggiamento rispetto al sapere, senza concentrazione non c’è assimilazione, e l’eccesso di stimoli ha l’effetto di creare una richiesta continua di stimoli, una bulimia di stimoli. Desideriamo ardentemente il nuovo, anche se sappiamo che esso è banale e non essenziale. Così accettiamo volentieri le continue interruzioni che internet ci fornisce, la perdita di concentrazione, la frammentazione dei nostri pensieri.

Come leggono gli utenti nel web? Non leggono (Nielsen 1997). Lettura frammentaria, per parole chiave, senza approfondimento, le pagine vengono fatte scorrere velocemente. Però più si fa ‘multitasking’ meno deliberativi di diventa, meno capaci di pensare e di risolvere un problema. Si finisce per essere più inclini a fidarsi di idee e soluzioni convenzionali piuttosto che contestarle con schemi di pensiero originali.

La tecnologia della distrazione non ha spazi per il pensiero approfondito, per la meditazione. L’unico modo per concentrarsi è disconnettersi. Non ci sono luoghi pacifici dove la contemplazione sia possibile. C’è soltanto il brusio ipnotico e senza fine, come se fossimo continuamente esposti al rumore della strada. Le informazioni che troviamo sulla rete sono anche fonti ispiratrici. Ma sono anche fonte di continue distrazioni. Quel che è a rischio è l’erosione della nostra umanità. Ci evolveremo fino a diventare abili consumatori di dati? Che ne è della nostra capacità di pensare e di inventare?

La scuola viene invocata dalle famiglie come un’istituzione paterna, che può separare i nostri figli dall’ipnosi telematica o televisiva in cui sono immersi, dal torpore del godimento ‘incestuoso’, per risvegliarli al mondo. I libri, ed i mondi che essi ci aprono, ostacolano la via a questo godimento mortale, che spinge i nostri giovani alla dissipazione della vita (tossicomanie, anoressie-bulimie, violenza, alcolismo). Lo sapeva bene Freud quando diceva che solo la Cultura poteva difendere la civiltà dalla spinta animata della pulsione di morte. La scuola rende possibile l’accesso a nuovi mondi, mondi diversi rispetto a quello del legame famigliare. Tutto oggi spinge i nostri giovani verso l’assenza di mondo, verso il ritiro autistico, verso la coltivazione di mondi isolati (tecnologici, virtuali, sintomatici), la Scuola è ancora ciò che salvaguarda l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante è quello che fa esistere nuovi mondi.

Ma purtroppo la scuola moderna esalta l’acquisizione di competenze e il primato del fare, è sottomessa al culto della performance cognitiva, che risucchia le nicchie necessarie del tempo morto, delle pause, della crisi. Prevale un modello ipercognitivista che vorrebbe emanciparsi da ogni preoccupazione valoriale, per rafforzare le competenze e risolvere problemi piuttosto che saperli porre. Come computer i ragazzi vengono concepiti come contenitori in cui vanno immagazzinati dei dati. Ma ciò che è a rischio è il rapporto del sapere con la vita.

Il principio di prestazione rende l’apprendimento una gara, una corsa a ostacoli, che non può dedicare tempo sufficiente alla riflessione critica. L’insegnamento inteso in questo modo risponde al modello scientista. Lacan parla dello scientismo come di un’ideologia  costruita sulla ‘forclusione’ del soggetto, dove un ‘linguaggio senza parole’ si impone anonimamente, recidendo ogni possibilità di far esistere la parola del soggetto, quale manifestazione della sua particolarità. La ‘forlusione’ è la radice che accomuna la psicosi e lo scientismo: qualcosa viene tagliato fuori, non entra nel discorso. Si tratta dell’inconscio come soggetto della parola e del desiderio, come indice di una singolarità irriducibile, di una stortura che resiste a ogni procedura di raddrizzamento ortopedico. L’ideologia delle competenze è frutto dello scientismo, essa riduce il soggetto a un contenitore vuoto e passivo, da riempire di contenuti. Nella psicosi, come nello scientismo, non c’è posto per la singolarità.

Nel modello della scuola narcisistico la tecnologia informatica insegue l’illusione di un sapere illimitato e sempre disponibile, senza fatica. Il dilagare post-umano delle nuove tecnologie rischia di rendere  i computer strumenti che amplificano le possibilità della conoscenza facendo a meno della parola, del passaggio obbligato della lingua e della sublimazione. Il rischio è quello di rendere lo schermo del proprio pc uno specchio vuoto che, anziché aprire dei mondi, li richiude in un’autoreferenzialità mortifera. Il vuoto, la mancanza di sapere, non sono custoditi. i figli vengono a sapere tutto dei genitori. In questo modo la scuola smette di interrogare il senso della vita, di aiutare i ragazzi a porsi i problemi. L’uso massiccio della tecnologia fornisce la via breve all’antisublimazione. La dimensione dell’esperienza è totalmente evasa da un sapere pret-à-porter, sempre a disposizione, che, di fatto, genera anoressie mentali.

Il compito degli insegnanti oggi è quello di rendere il sapere un oggetto in grado di muovere il desiderio, un oggetto erotizzato, capace di funzionare come causa di desiderio, in grado di spostare, attirare, mettere in movimento l’allievo. Lacan parlava di questa funzione agalmatica, ovvero di un sapere in grado di mobilitare il desiderio di sapere. Se non si anima il desiderio di sapere non c’è alcuna possibilità, oggi, di trasmettere il sapere. I ragazzi sono già saturi di informazioni.

Ogni maestro muova l’amore, anima il desiderio di sapere in quel fenomeno che in psicoanalisi chiamiamo ‘transfert’. Il maestro è colui che sa dislocare il transfert sul sapere, spostandolo dalla propria persona. L’analista non è lì per il bene del paziente, ma perché lui ami.

Per capire quando l’uso delle tecnologie da parte dei nostri figli diventa patologico basta guardare il rapporto che essi hanno con l’assenza. L’invasività della presenza esclude l’assenza, e senza assenza c’è patologia mentale, mancanza di capacità simbolica. In certi casi la connessione diventa perpetua e impedisce l’oscillazione creativa tra presenza ed assenza di cui si nutre la dialettica simbolica. La continuità della connessione sembra far sprofondare l’assenza nel nulla. Bonificare la pulsione di morte può essere un effetto della Scuola nella vita del soggetto. Pasolini: ‘La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura (…). La droga viene sempre a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura’.

 

Imparare a memoria è fare un bagno nel linguaggio come luogo della nostra provenienza.

Insegnare, etimologicamente ‘lasciare un’impronta’, un segno nell’allievo. Ricordiamo i nostri insegnanti non solo per quello che ci hanno insegnato, ma per come ce lo hanno insegnato, per l’enigma della loro enunciazione, la loro forza carismatica e misteriosa. Quello che più conta per la formazione di un bambino e di un giovane non è la trasmissione del sapere, ma la trasmissione dell’amore per il sapere. Non si può sapere senza amore per il sapere.

Ciascun insegnante ha un suo stile, e lo stile è il modo particolare che ciascun insegnante ha di rendere il sapere vivo, agganciato alla vita, di dare forza a una forma.

“Nessuno può insegnare a insegnare, come nessuno può insegnare ad apprendere. Non si sa come si apprende, non esiste una tecnica per l’apprendimento: si sa solo che avviene. È difficile descrivere il movimento soggettivo dell’apprendimento, ma la cosa certa è che esiste una relazione diretta tra quello che fa il maestro e come si impara”.

 

Il bravo insegnante è colui che sa proteggere il vuoto, il non tutto, l’inciampo che è la condizione per la ricerca. Non ha né paura né vergogna del suo non-sapere, della sua ignoranza, perché sa che i limiti del sapere sono ciò che animano la spinta della conoscenza.

 

Immersione nella rete: come pesci nell’acqua

I pesci sanno di vivere nell’acqua? Essi, cioè, si rendono conto dell’ambiente in cui vivono, in cui sono letteralmente immersi? Questa è la domanda che dobbiamo porci per capire il rapporto che i giovani hanno con le nuove tecnologie. Si tratta di un rapporto scontato, ovvero i giovani danno talmente tanto per scontata la presenza delle nuove tecnologie nella loro vita da esserne totalmente immersi e da non rendersi conto che esse hanno una grande influenza su di loro. Chi oggi ha meno di 20 anni è nato con internet. Però se esiste una cosa di cui i pesci non sanno assolutamente niente è proprio l’acqua. L’uomo, cioè, risulta effettivamente inconsapevole degli effetti psichici e sociali prodotti dalla tecnologia, in particolare dalle nuove tecnologie elettroniche quanto lo è un pesce dell’acqua in cui nuota. I giovani sono dunque come pesci felicemente ed inconsapevolmente sguazzanti nel nuovo mare di Internet. I giovani assomigliano a pesci perché, se i pesci sono nati nel mare e per questo non sono consapevoli dell’acqua come loro ambiente naturale, i giovani sono nati con Internet e mancano della consapevolezza del mezzo di comunicazione che abitano e respirano. Entrambi, dunque, tanto i pesci quanto i giovani, non hanno a disposizione un controambiente che possa permettere loro di percepire l’elemento in cui vivono. La conseguenza è che, benchè più agili e sicuri di sé rispetto agli adulti, i giovani si destreggiano in Intenet con poca consapevolezza delle insidie che possono loro presentarsi.

Ecco perché, la prima e più semplice operazione da mettere in campo con gli adolescenti eccessivamente coinvolti dal computer, è quella di fornire loro un controambiente.

Limite e desiderio

Immagine e identità

La dipendenza da internet

Il bambino cresciuto a partire dagli anni Settanta in questo nostro ‘ambiente elettrico’ è un bambino i sui genitori lo hanno messo davanti al televisore a 2 anni per farlo stare tranquillo, e quando entrerà all’asilo avrà già guardato la tv per circa 4000 ore (McLuhan). Il mondo adulto, anch’esso catturato in questo meccanismo, sembra non tenere sufficientemente in conto gli effetti di questa sovraesposizione al video, in primo luogo alla televisione.

Se i dibattiti su questo tema ruotano intorno al tipo ed alla qualità dei programmi, non bisogna dimenticare il carattere pervasivo e penetrante dell’immagine nella televisione. Non dobbiamo poi stupirci del fatto che i nuovi adolescenti siano così ossessionati dal loro look e dalla loro immagine.

Infine, bisogna sottolineare il fatto che i contenuti dei programmi non hanno una finzione specifica: né educativa, né di ampliamento della cultura e della conoscenza, né informativa: sappiamo quanto l’informazione televisiva sia a volte palesemente orientata. L’unica vera funzione dei programmi televisivi è quella di far sì che la televisione stessa venga accesa e che vi rimanga il più a lungo possibile. Qual è il suo scopo? Cancellare ogni individualità, ogni particolarità, ogni opinione personale, ogni intimità. La ricezione passiva e l’impossibilità di interagire con la televisore mette il soggetto in una condizione di inermità e di impotenza rispetto a ciò che gli viene propinato. Questo può avere il potere di appiattire il suo senso critico, a maggior ragione se abbiamo a che fare con soggetti fragili in tal senso, come i bambini o i ragazzi.

In sintesi, è possibile affermare che l’effetto della televisione sui giovani di oggi sia quello di annullare la loro identità personale. Questo avviene con gradualità, ovviamente, ma se ci domandiamo il perché dei disturbi della lettura e della scrittura sempre più diffusi, dovremmo chiederci quanto questi bambini sono stati introdotti alla lettura o alla parola, al dialogo ed al racconto, e quanto invece sono stati parcheggiati davanti al televisore. L’immagine televisiva è giunta loro in modo pervasivo, ha inondato la loro immaginazione e la loro creatività, ha otturato la loro capacità di ascolto.

Insomma, la televisione opera, seppur in maniera differente a seconda dell’età e della classe sociale: impedendo che il tempo libero sia utilizzato in modi più proficui (tempo per leggere, per giocare, ma anche per stare soli e meditare), limitando il dialogo con i genitori, avendo effetti negativi sul livello di apprendimento degli studenti (riducendo ogni capacità di immaginazione e creativa), inducendo a comportamenti passivi e meno personali poiché ripetitivi di quanto osservato sul teleschermo.

Quando si può parlare di dipendenza da internet?

Le forme di dipendenza da internet si possono suddividere a seconda dell’ambito d’interesse dell’utente, e cioè dal contenuto stesso che l’utente si trova a scegliere con maggior frequenza, fino al manifestarsi di una vera e propria dipendenza, o dal tempo trascorso online.

Nel primo caso, denominato di dipendenza specifica, l’utente è attratto da un contenuto particolare (pornografia, aste online, gioco d’azzardo), che attrae la sua attenzione in modo incontrollato ed a volte morboso, nel secondo caso, detto di dipendenza generalizzata, l’utente trascorre lunghi periodi online, (chattando, controllando la propria mail) senza motivi precisi.

In adolescenza le dipendenze più diffuse sono relative ai giochi di ruolo, ai social networks e all’instant messanging, poi, procedendo con l’età anche al gioco d’azzardo ed alla ricerca di siti pornografici.

Vi sono tre categorie di fattori predisponenti all’insorgere di una dipendenza da Internet

  • Psicopatologie predisponenti, ovvero condizioni di disagio psichico che possono favorire l’utilizzo della rete come tentativo di compensazione, di riduzione dell’ansia, in sintesi come tentativo di soluzione ad un disagio preesistente. Un ragazzo gravemente inibito o isolato può trovare conforto dal fatto che in rete può instaurare velocemente delle relazioni, senza troppe difficoltà emotive. Questa condizione di sollievo può tuttavia fare di internet l’unico luogo di relazione con il mondo esterno: il giovane si segrega immergendosi nel mondo di internet.
  • Comportamenti a rischio, cioè comportamenti che possono insorgere in persone che, pur non mostrando disturbi psicopatologici, si mettono nella condizione di cadere in una forma di dipendenza. Per esempio ragazze che si innamorano online e sviluppano una dipendenza da internet, oppure giovani che, frequentando siti di gioco online, non riescono più a mettere un limite alla loro compulsività nel gioco. Si instaura un circolo vizioso lento e crescente, capace di rendere il giovane vittima dei suoi stessi bisogni. Il bisogno di incontrare i propri coetanei, di soddisfare le proprie curiosità, di mettere alla prova se stesso e gli altri, incontra un partner nella bellezza e l’utilità di internet, e rosicchia pian piano porzioni di socialità, di vita reale, di tempo libero, di interessi, arrivando al limite della dipendenza patologica. Il giovane va così incontro ad una alienazione affettiva e sociale sempre maggiore.
  • Potenzialità psicopatologiche nella rete stessa.

Indipendentemente dal giovane e dal suo stato mentale e psicologico o dalla sua condizione di vita, questi fattori giocano la propria influenza. È internet stesso, con le sue caratteristiche peculiari che si associano ad emozioni e sentimenti umani, a generare dipendenza. La rete stessa ha cioè delle potenzialità psicopatologiche. Esempio internet può indurre sentimenti di onnipotenza (posso commettere piccoli atti di bullismo restando impunito. Se offendo un mio compagno di classe sotto falso nome non ne pagherò le conseguenze), posso sopraffare il tempo e le distanze (posso spacciarmi per una persona più grande, posso comunicare con una persona che vive dall’altra parte del mondo), posso cambiare la mia identità o nasconderla nei rapporti virtuali. Internet permette la possibilità di instaurare facilmente relazioni e provare emozioni che, seppur virtuali, sono vissute come allettanti perché senza ruoli, né vincoli, né obblighi. Internet offre la possibilità di cambiare sesso, età, identità, professione, di mutare il proprio profilo a piacimento, come un attore. Internet permette di riscuotere popolarità attraverso la pubblicazione di proprie foto, video. Internet soddisfa l’esigenza del giovane di constatare la propria capacità di riscuotere successo nel gruppo dei pari e quella di essere ricercato, votato, apprezzato. I ‘mi piace’ su FB vengono attesi come vere e proprie considerazioni di stima e riconoscimento.

Come in ogni dipendenza che è da venire il giovane crede di poter assolutamente controllare il proprio comportamento, in questo caso la propria permanenza in Rete. Giustifica la propria dipendenza con la necessità  di svolgere i propri compiti o di condurre le proprie relazioni online. Egli mente a se stesso sul fatto che si tratta già di un’esigenza irrinunciabile.

I dati statistici indicano come nell’ultimo decennio l’utilizzo di internet ha avuto un’accelerazione. In particolare è cambiato anche il modo di utilizzarlo: non più solo per l’invio e la ricezione di posta e per la ricerca di informazioni, ma è in forte aumento l’utilizzo della messaggistica istantanea e dei videogiochi online. Inoltre internet, per bambini ed adolescenti, sta diventando un mezzo sempre più importante per socializzare. Si evidenzia inoltre la crescita del fenomeno del cyberbullismo, secondo la Europe’s Information Society. L’Italia, fra i paesi europei, si colloca all’ultimo posto per quanto riguarda la percentuale di genitori che controlla l’utilizzo di internet da parte dei propri figli di età compresa fra i 6 e i 17 anni, con una percentuale del 45% a fronte del 93% dei Paesi Bassi o del 94% della Finlandia.

Riconoscere la dipendenza da internet

Prima fase

Attenzione ossessiva e controllo di tutto ciò che concerne internet: ricezione di messaggi, notifiche su fb, e tutto ciò che concerne gli ‘avvenimenti’ relativi ai social o siti frequentati (messa in vendita di un articolo, verifica se ci sia connessione, se il pc funzioni, ecc). controllo ripetuto della propria casella di posta, del proprio profilo su FB o su altri social, anche decine fino a centinaia di volte al giorno. A ciò si aggiunge la ricerca incessante di nuovi strumenti tecnologici sempre più moderni ed efficaci, con un aumento progressivo del tempo impiegato a ‘chattare’, inviare o ricevere contenuti online da altri utenti (musica, filmati, immagini, dialoghi…), a scaricare dalla rete, a visionare video o filmati, a giocare online.

Seconda fase

C’è un graduale prolungamento del tempo trascorso online, con una conseguente crescente agitazione, malessere e apatia durante i momenti in cui si è scollegati dalla Rete o distanti dal computer. Si tratta di una condizione paragonabile all’astinenza in soggetti tossicodipendenti.

Anche i genitori, con le dovute cautele, possono diagnosticare una dipendenza da internet, non per rinfacciargliela ma per aiutarlo a parlare e a chiedere aiuto. Ecco i comportamenti che possono rivelare una dipendenza:

  • Quando è collegato a internet il giovane manifesta palesemente un senso di euforia e di benessere, mostrando di essere interamente assorbito, al punto da lasciarsi andare a esclamazioni e/o imprecazioni ad alta voce, incurante dei presenti, come se fosse solo
  • Sembra non essere in grado di staccarsi da internet da solo. Infatti, se nessun adulto interviene, egli può restare connesso per molte ore, pur accorgendosi che è tardi e che è connesso da molto tempo. Se invitato a sconnettersi manifesta reazioni di insofferenza, se costretto a sconnettersi dà sfogo a reazioni di sofferenza ed aggressività evidenti
  • Nel caso gli sia impossibile connettersi manifesta apatia, irritabilità, stanchezza, depressione, malessere psicologico generale, distrazione ed assenza, come se non avesse realmente ‘staccato la spina’
  • Viene trascurata ogni altra attività e dovere, come quello scolastico, a volte arriva a risentirne l’igiene personale e la cura di sé
  • Passa sempre più tempo in rete e vorrebbe passarne sempre di più, la permanenza in internet si prolunga nelle ore notturne fino a causare fenomeni di jet lag.

 

Cinque tipi specifici di dipendenza da Internet

Dipendenza cyber-relazionale

Ovvero dipendenza dai social networks (Facebook, Badoo, Myspace, Tumblr, ecc..), con forte coinvolgimento in relazioni online. Gli amici virtuali divengono più importanti degli amici reali, che vengono trascurati ed abbandonati, fino ad arrivare a sostituirsi anche ai rapporti famigliari

Net gaming

Dipendenza da giochi in rete, che comprende una vasta categoria di comportamenti: il gioco d’azzardo patologico, i videogiochi, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo (compravendita oggetti su Ebay). Tutto questo porta a spendere ed a perdere cospicue somme di denaro, con abbandono di altre attività relazionali (sport, scuola, vita di relazione, ecc).

Dipendenza cyber-sessuale

Dipendenza da pornografia online: scaricamento ed utilizzo di materiale pornografico, fino allo scioglimento di precedenti relazioni sentimentali ed isolamento dal rapporto con i coetanei e con l’altro sesso.

Sovraccarico cognitivo

Fruizione di internet per i suoi contenuti informativi, dovuto alla ricchezza di dati disponibili sulla rete. Archiviazione di documenti scaricati dalla rete, con incapacità a distogliersi dalla rete che lo rimanda sempre a nuovi contenuti

Gioco al computer

Se eccessivamente prolungato anche il gioco (online e offline) può divenire compulsivo.

Ciò che accomuna queste cinque dipendenze è la dinamica sottostante: da un’iniziale esplorazione del mezzo si arriva ad una compulsione, con iperattivazione psicofisica fino ad arrivare a trascurare le attività quotidiane.

L’anonimato, la facilità di attivare legami in qualunque momento, l’assenza di giudizio, la possibilità di riscuotere successo grazie ad un personaggio con caratteristiche inventate, rendono internet un mezzo che non dà limite all’impulso: di conoscere, di esporsi, di riscuotere popolarità. Tutto questo arriva al limite della scenetta di gruppi di ragazzi che si ritrovano su una panchina senza parlare, ciascuno assorbito nel proprio smartphone.

Possiamo parlare di dipendenza quando l’utilizzo di internet sfugge al controllo del giovane e diventa il centro della sua esistenza.

La sindrome da disconnessione

A differenza degli adulti, i giovani cosiddetti ‘nativi digitali’ fanno molta fatica a concepire la loro vita senza Rete. E, attenzione, non si tratta di disadattamento, ma piuttosto di iperadattamento in una vita che obbliga all’uso sempre maggiore della tecnologia. Da questa prospettiva disadattato è il mondo adulto, che ha incontrato tardivamente la tecnologia di internet.

Non stupiamoci dunque se i giovani presentano una sindrome da disconnessione. È sufficiente che si trovino con il cellulare scarico, che rimangano per troppo tempo lontani da un pc o senza una connessione internet per presentare stati d’ansia crescente, malessere, stress psicologico. La causa principale di questo è la mancanza di contatto con la tribù virtuale, in quanto per loro la presenza del gruppo è di importanza fondamentale.

La sindrome da disconnessione si presenta per tre principali ragioni:

il bisogno di sicurezza: essere connessi con il cellulare alla tribù significa poter avere delle risposte a qualunque problema o situazione si presenti loro. La Rete e la tribù li ascolta sempre. Essere privi del loro Altro di riferimento  significa dunque sentirsi fragili.

Il senso di vuoto: tutto sembra più vuoto e spento, sembra di essere su un’isola deserta

Essere senza memoria: a che cosa serve una memoria personale se la capacità di memorizzare contenuti, foto, pensieri, che è propria degli artefatti tecnologici, è infinitamente maggiore di quella umana? Restare senza telefonino, senza computer, senza connessione a Internet, significa per i giovani, che si affidano completamente alla tecnologia, essere privati della propria memoria

Nella sindrome da disconnessione il giovane pensa e ripensa al momento in cui potrà riconnettersi, in maniera ossessiva, al punto da condizionare la propria vita quotidiana, influenzando la scuola e le sue attività extrascolastiche, i suoi legami. Vuole restare collegato alla propria pagina online, non riesce a staccarsi dal proprio profilo che cura attentamente, che aggiorna, che segue e modifica continuamente. Nella dipendenza da internet ogni appagamento possibile avviene online. Per questo alla disconnessione fa seguito una vera e propria crisi di astinenza, con sintomi sia fisici (nausea, emicrania, dolori muscolari, crisi epilettiche) che psichici (ansia, attacchi di panico, disturbi del sonno, dell’appetito, irritabilità, depressione, depersonalizzazione).

Il legame virtuale è in grado di produrre quella stima di sé e quel rafforzamento narcisistico dell’Io che deriva dalla considerazione ricevuta.

Affrontare il problema con il giovane

Non è consigliabile che l’adulto restituisca al giovane, sbattendoglielo in faccia, ciò che ha osservato di lui in termini di dipendenza, ovvero la presenza di alcuni sintomi. La dipendenza da internet è un disturbo egosintonico, vale a dire che il portatore dei sintomi non li avverte come disturbanti. Per il giovane il problema non è internet, ma sono gli altri che vogliono impedirgli di connettersi. È dunque preferibile evitare scontri frontali, perché ciò restituirebbe al giovane un’immagine di sé patologica, come colui che è dipendente.

Il compito dell’adulto non è dunque quella di fare diagnosi: ciò alimenterebbe soltanto l’autodifesa del ragazzo, portando alla negazione del problema ed alla cessazione del dialogo. Per questo è meglio evitare ogni riferimento a parole come ‘sintomi’, disturbi, ecc., che rappresentano un richiamo a diagnosi non richieste. Meglio parlare di comportamenti ed abitudini. Dunque meglio affrontare la questione in termini pacati, facendo riferimento a quello che ritengono un comportamento abnorme del figlio. Meglio dunque parlare ai figli della propria preoccupazione, come un sentimento umano riferito al futuro, invitando perciò il giovane a dare le proprie spiegazioni e la propria visione. Nel caso in cui si affronti apertamente la questione circa la dipendenza da internet, può essere utile visitare insieme quei siti web che offrono una descrizione dei sintomi. Questo fornisce al giovane un richiamo che, nella sua evidenza, e non provenendo dai genitori, non è eludibile.

Internet non può essere additato come il male in sé, o come un nemico. Piuttosto, come ogni ambito delle attività e degli interessi dei propri figli, anche Internet è soggetto a quelle che sono le regole famigliari. In questo modo si può evitare di creare una sorta di ‘caso Internet’, che scateni da parte del giovane una battaglia di principio. Piuttosto che proibire l’accesso a Internet, dal momento che un embargo totale è inutile e anzi controproducente, è utile spiegare ai propri figli come ci si aspetta che si comportino in Rete, e quali tempi vengono concessi loro per questa attività, così come viene fatto per tutte le altre.

Conclusioni

L’adolescenza è il tempo della crisi, ma oggi ad essa si accompagna, come carico supplementare, l’incertezza particolare del vivere contemporaneo, alimentato dal flusso incessante ed ansiogeno delle informazioni globali capaci di influenzare le nostre esistenze. Alla crisi che accompagna l’universo giovanile si affianca una crisi propria di un mondo sempre più virtuale ed altamente mediatico. Il confronto costante con la tecnologia comporta per i giovani una predisposizione al cambiamento, che forse non si tratta solo di un cambiamento in positivo.

Il prezzo che paghiamo con la tecnologia è il furto del corpo, della vitalità del corpo e di tutto ciò che comporta in termini di relazioni interpersonali, emozioni, movimento, interazioni, conoscenza del mondo, memoria, sviluppo dell’intelligenza. Osservare il proprio figlio nell’immobilismo per ore genera sconforto, sembra antivitale, mortifero. Il giovane, totalmente immerso nel registro dell’abitudine, non percepisce il furto che sta subendo. È preso dalla rete, in una rete. Questi giovani, barricati in casa di fronte all’immagine rassicurante del loro profilo che si sono costruiti da sa, rischiano di perdersi qualcosa della vita.

La tecnologia, l’imbrigliamento informatico, non rischia di farli soccombere sotto il carico insopportabile delle notizie che celebrano l’incertezza del vivere contemporaneo? Figli della cronaca nera, sono abituati alle notizie che riguardano morti, stragi, stupri e violenza di ogni genere, impunità generalizzata, ingiustizia globale: i loro pensieri sono nutriti di questo attraverso l’informazione. Non hanno forse il diritto di ritirarsi precocemente a vita privata, di scegliersi un sogno lucido – il virtuale – per non gettare lo sguardo sul mondo che abbiamo loro preparato?

Il mondo adulto ha una responsabilità enorme, che è quella di guardare ai giovani, ai loro interessi, di guardarli veramente, senza pregiudizi, senza dare nulla per scontato, di soffermarsi il tempo necessario per domandarsi: che cosa cerca il giovane su internet, perché e da che cosa il giovane è attratto e catturato nella rete di internet?

Dal fatto che online il giovane trova una forma di ascolto (il computer e la rete incarnano un Altro virtuale sempre disponibile, sempre ‘acceso’); trova delle risposte alle sue domande (Internet rappresenta un sapere accessibile, un sapere che si dà, un sapere che non si nega); trova compagnia contro la solitudine (la Rete è una forma di legame in cui l’altro, il simile, è sempre raggiungibile) e soprattutto trova una modalità di riconoscimento che lo concerne in quanto utente (online l’altro risponde con facilità e prontezza).

Ecco la grande responsabilità del mondo adulto, che è quella di incarnare un Altro dell’ascolto, dell’attenzione alla domanda e non solo al bisogno del giovane, per permettergli di fare un buon incontro. Ciò significa offrire un ambiente alternativo a quello della rete virtuale, una rete umana, fatta di sguardi e di silenzi, oltre che di parole. Un controambiente rispetto ad internet, dove i legami virtuali si trasformano in legami reali, sottoposti alla prova del tempo e dell’affetto sincero. Perché quella che per i giovani rappresenta un’illusione di relazione, virtuale, è in realtà una solitudine. Oggi le persone sono chiuse in loro stesse in contatto con altre. C’è un solo imperativo: “Godi!”, urlato ai quattro venti da tutte le pubblicità. Si sta dimenticando l’etica delle relazioni. L’iperattività e l’autismo sono le modalità del nostro tempo, e non solo per quanto riguarda i bambini.

Fornire un controambiente significa parlare con i propri figli, metterli di fronte ad un’alternativa. Non significa tirar fuori il pesce dall’acqua, questo genererebbe solo ostilità e scontro. Si tratta piuttosto di presentargli qualcosa di diverso rispetto a ciò che conosce, perché lo possa, almeno guardare. Perché possa prendere in considerazione un punto di vista diverso dal suo. Non bisogna pensare di produrre un cambiamento a breve termine. Per questo occorre offrirsi ai propri figli come luogo di parola, ascolto, in assenza di giudizio, senza intento valutativo. Oppure ciò può essere attuato proponendo l’opportunità di uno spazio di parola totalmente sganciato dall’ambito famigliare, qualcosa che possa avvenire in presenza di una persona qualificata (psicologo, psicoterapeuta, educatore). Bisogna potersi offrire come porto, come riparo.

Per fornire un controambiente è necessario conoscere l’ambiente di partenza. Gli adulti devono informarsi sulla Galassia di seducente virtualità che circonda il giovane.

Navigare assieme

Un valido surrogato, ossia un’alternativa, al dialogo con i propri figli, quando esso risulta difficile o assente, è sempre quello di svolgere delle attività con loro, il gioco o condividere delle passioni comuni, un’attività sportiva. Questo è un modo per incontrare il lato umano dei propri genitori. Come sappiamo, il discorso particolare che orienta la contemporaneità, sembra voler schiacciare nella morsa della fretta e del consumo le nostre vite, togliendoci la possibilità di spendere diversamente il nostro tempo, di vivere uno scambio che sia umano, di tempo e di ascolto trascorso assieme tra genitori e figli.

Se è vero che il computer – e la tecnologia in genere – possono alimentare una sorta di godimento autistico, allora è lì che bisogna intervenire.

Il sociologo McLuhan negli anni Sessanta faceva l’esempio dell’automobile. Prima dell’avvento dell’automobile le comunità vivevano più a stretto contatto, si stava più tempo insieme, perché gli spostamenti erano più rari e difficili. Dopo l’automobile ciascun membro di una famiglia è libero di andare e venire e di inseguire i suoi personali interessi, e ciò diminuisce il tempo della condivisione. Così come l’automobile ha distrutto la comunità umana tradizionale, la tecnologia in genere è in grado di produrre un’accelerazione dell’esistenza umana, dei suoi ritmi e dei suoi legami, con il rischio di una loro stessa distruzione. Questo non significa che bisogna rinunciare ad ogni tecnologia, in nome della difesa dei rapporti umani. Se si rifiutasse il progresso ci si isolerebbe dal mondo. Si può, però, opporre delle condizioni personalizzate al regime del virtuale.

Dunque osserviamo i nostri figli, cerchiamo di capire che cosa cercano in Internet che non trovano fuori, offriamo loro un’alternativa. Non pensiamo che tutti cerchino in internet le stesse cose: se i gadget (telefonino, pc) sono uguali per tutti, è singolare l’uso che ciascuno ne fa. Cerchiamo di esplorare il loro mondo per capirli meglio. Solo così potremo contrapporre ad una rete virtuale una rete umana.

 

 

[1] La fama di Marshall McLuhan è legata alla sua interpretazione innovativa degli effetti prodotti dalla comunicazione sia sulla società nel suo complesso sia sui comportamenti dei singoli. La sua riflessione ruota intorno all’ipotesi secondo cui il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata. Di qui la sua celebre tesi secondo cui “il medium è il messaggio”.

14-10-17

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