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È vincitrice del concorso letterario IN-FESTA 2015, primo premio, con un brano ispirato al suo lavoro con i pazienti in dialisi e trapiantati e alla condizione della donna in Iran.

Verità che riportano in vita: da un reparto dialisi di Milano al carcere di Teheran

Di Laura Porta

Milano

Una luce calda riscaldava il reparto e, nelle ore serali, avvolgeva i corpi disposti in modo circolare, accomodati in letti abitati sempre dagli stessi ospiti, per turni di quattro ore. Erano in tutto una trentina di fedelissimi lattanti, legati a una macchina attendevano che il sangue sporco facesse il giro per divenire puro per poi, dopo due giorni, ripetere il rito di purificazione. Se non fosse stato per l’onnipresenza di tecnologia e medicina sarebbe potuta sembrare una tribù intenta ad un rito sciamanico. Ma ognuno era solo, avvitato alla propria connessione singolare, che indeboliva ma teneva in vita.

Questa è sempre stata la vita dei malati e dei vecchi, ma lei non si sentiva propriamente né l’uno né l’altro. Emma Ebadi Azem era la più giovane, portava con spavalderia i suoi 26 anni, che soprattutto lì dentro ostentava con sfrontatezza, infischiandosene di diete e divieti. Dimenticava spesso il suo cognome israeliano, si sentiva milanese pura, fumatrice accanita e tutt’altro che osservante religiosa. Dai suoi ricordi annebbiati emergeva un suo disegno di quando aveva 7 anni, un piccolo topo con gli occhiali che era lei, con dietro scritto, nella sua calligrafia elementare: “Mi manchi tanto papà”. Il padre iraniano musulmano, la madre femminista italiana, che improbabile coppia i suoi genitori. Forse era per questo che il sangue le ribolliva dentro continuamente, doveva tenere insieme geni e temperamenti opposti. Poi una separazione disastrosa, avvenuta quando la madre scoprì che lui, Magdi, aveva un’altra famiglia a Teheran, un’altra moglie, altri figli, che sarebbero stati suoi fratelli. Troppe cose tutte insieme da capire per una bambina di 6 anni. Solo di tanto in tanto affiorava dalla nebbia un lieve senso di malinconia. Ciò che le restava oggi era un codice genetico. Emma del padre non aveva più tracce, avrebbe giurato che la cosa non le interessava minimamente. Soltanto quando la cronaca dava notizie dall’Iran si soffermava con più zelo nella lettura. Del resto Magdi non era nemmeno stato informato del fatto che lei ora si trovava lì dentro, reparto dialisi, proprio a causa di una patologia renale genetica ereditata da lui. Del resto lei era molto curiosa di sapere, per questo leggeva sempre con molto interesse le pagine di cronaca sull’Iran. Sperava, nel più profondo di sé, di trovare notizie del padre.

Era finita improvvisamente in quel reparto, per una grave insufficienza renale, con un brusco movimento di arresto della vita. Ma come tutti i giovani godeva di una corsia preferenziale, la temporaneità. Se ne sarebbe andata di lì a breve, non appena fosse arrivato un organo nuovo, di un altro. Trapianto. La sola parola sarebbe stata sufficiente a farle sviluppare riflessioni metafisiche o fantasie su androidi fantascientifici. Ma preferiva soffermarsi sul pensiero che lei, loro, e tutti i loro simili sempre più numerosi, erano l’inizio di una mutazione: l’uomo che supera l’uomo.  Le importava solo il suo diritto di continuare a vivere, perché se alla morte non si è mai pronti, lo si è ancor meno nella gioventù. Per questo durante le sedute di dialisi si estraniava, collegandosi al pc ed approdando ad una connessione parallela. Come ogni tentativo di rinascita, doveva affrontare un salto nel buio, un passaggio attraverso la morte. E, benché non lo desse a vedere nemmeno a se stessa, Emma ne aveva paura.

Teheran

Per chi si fosse trovato lì di passaggio la cella buia ed umida avrebbe donato un immediato sollievo dalla calura esterna. Ma per coloro che alloggiavano lì ormai da anni, disposte in cerchio e accovacciate sul pavimento, il freddo puntava alle ossa fino a congelarle dentro. Non erano previsti giacigli, le dieci donne erano parcheggiate lì come attrezzi in disuso, il disporsi in modo circolare era tutto ciò che rimaneva loro per ricomporre una forma di possibile legame, dopo che gli era stato brutalmente strappato via.

A Teheran una donna poteva finire facilmente in carcere, se non era protetta da un uomo. Bastava un comportamento imprevisto, esprimere un dissenso, reagire a un’ingiustizia in propria difesa. Ma già la parola ‘propria’, per una donna, era inopportuna e sfrontata.

Rey era nata lì, dove per vivere bisognava essere trasparenti. Aveva attraversato gli anni dell’infanzia in cui le bambine non potevano giocare, se non restando immobili e nella loro fantasia. Aveva imparato a ribellarsi dentro, senza far rumore, a nascondersi negli angoli bui, per aprirsi scenari sontuosi e volare via.

La madre di Rey era un’attrice di teatro, sposata a un generale dell’esercito. Matrimonio obbligatorio per una donna in Iran, perché fossero possibili molte cose, matrimonio doveroso con un uomo che contava, per svolgere con dignità una professione altrimenti considerata degradante. La piccola Rey aveva la sua stessa grazia, una dolcezza che si posava su un fondo di fermezza, per difendersi dalla violenza dei maschi. Parava i colpi con eleganza, perché l’amore della madre le aveva insegnato a distinguere tutte le sfumature che intercorrevano tra l’accoglienza e il disprezzo, l’ospitalità e l’invasione, la dedizione e l’ipocrisia. Crescendo, la piccola Rey maturava una sua personalità, grazie alla madre che la preparava a vivere senza essere vittima. Nella maggior parte dei casi, questo atteggiamento spiazzava l’avversario, abituato invece alle vittime, e lo riportava in una condizione di ragionevolezza.

A 19 anni, avvenne l’incidente. Un collega del padre l’aveva inseguita in un corridoio buio. Ciondolante, l’alito intriso del puzzo nauseabondo di alcol, l’aveva bloccata con forza in un angolo che non le dava via di scampo. Fu un lampo, quando vide che lui non si fermava e che a niente sarebbe valsa la sua arte delicata e perentoria: Rey estrasse il coltellino a scatto. Quattro colpi sferrati con forza, in profondità. Aveva sempre sperato di non dover mai oltrepassare quel limite. Aveva pregato perché potesse bastare sempre il suo sguardo severo. Invece aveva dovuto spingersi oltre, alle conseguenze estreme. Aveva visto in faccia l’orrore, e non poteva subirlo, non era giusto, non era umano. Rey credeva ancora nella giustizia.

Ma dopo sei anni passati nelle catacombe, ormai non ci credeva più. Era stata condannata a morte, con l’accusa di omicidio premeditato, contro ogni prova ed evidenza, contro ogni buon senso la legge insisteva nel sottolineare l’impossibilità per una donna di difendersi, di reagire a un sopruso. La dannata sentenza avrebbe scoraggiato altre migliaia di donne a ribellarsi ad uno stupro, avrebbe sentenziato la resa totale e collettiva alla sottomissione più spietata per chissà quanti anni a venire. Alla viglia della sua esecuzione espresse il suo ultimo desiderio, una lettera.

Mia amata madre,

Non doveva finire così. Ciò che mi hai donato è di più di una nuda esistenza biologica, mi hai permesso di avere un pensiero, desiderare. La tua maestria nel teatro mi ha insegnato ad usare con parsimonia la teatralità, a non recitare, né essere, mai, la vittima. Ho così imparato che i giochi basta guardarli dal di fuori per disarmarli, anche quando vi si è dentro, e il gioco del carnefice è così ottuso, e barbaro, e ripetitivo, da essere fatto per implodere nella sua stessa ignoranza. Ma non qui, non ora. Io me ne vado portando con me i semi della vita e della morte, e ti dico, la misera insensatezza della menzogna con cui vengo accusata mi ha resa esausta. Le accuse contro di me sono irrevocabili ed assurde quanto questo paese. Questo popolo non è pronto per sopportare la bellezza, le mie unghie laccate sono state punite in cella con torture e umiliazioni, i miei lunghi capelli rasati a zero. E allora andrò via, mi lascerò trasportare dal vento, come facevo da bambina, quando a scuola non mi era permesso giocare in cortile con i maschi. Ho solo un ultimo desiderio che ti chiedo di esaudire per me: fa che dopo la mia esecuzione i miei organi vengano donati, perché possano rifiorire altrove, lontano da qui, dove una vita è ancora degna di portare questo nome.

Milano

La lettera circolò sul web in tutto il mondo, Emma la lesse e rilesse durante quella che, a sua insaputa, sarebbe stata la sua ultima seduta nel girone, ne fu molto colpita. La notte stessa venne chiamata d’urgenza dall’ospedale. Un rene nuovo, ad altissima compatibilità con lei, era arrivato. Le piacque pensare che il rene fosse di Rey. Con questo pensiero si sottopose al delicato intervento. Stava accogliendo un germoglio brutalmente spezzato ma ancora vivo. Un giorno, molto presto, avrebbe cercato il padre a Teheran e si sarebbe battuta per i diritti internazionali delle donne. Ma questo lo si sarebbe visto più in là.

 

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