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Conferenza ai genitori presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale “Ettore Conti”, Milano

ESSERE GENITORI OGGI

Una relazione finale, ma anche una lettera alla Scuola, riflessioni dopo un anno di lavoro, un proposito di lavoro per il prossimo anno.
I problemi adolescenziali…

C’è una differenza fra la crisi adolescenziale, fatta di alti e bassi umorali ed improvvise manifestazioni comportamentali, ed adolescenza in crisi che, molto spesso non si risolve da sola e porta ad atti patologici che possono giungere fino al suicidio. Oggi questo periodo è ancor più passibile ad incidenti in quanto si prolunga smisuratamente nel tempo. Mentre la pubertà ne segna l’inizio verso i dodici-tredici anni, il passaggio all’autonomia ed alla maturità, che si considera rappresentarne la fine, si posticipa sempre di più, e troviamo soggetti tra i 19 e i 25 anni esitare nell’adolescenza.

L’emergenza di turbe gravi e durature si riscontra in una percentuale solo limitata di giovani (tossicodipendenze, anoressie, psicosi…), gli adolescenti hanno una sorprendente capacità di far fronte al loro male di vivere.

Gli adolescenti più a rischio non sempre provengono da ambienti definiti socialmente sfavoriti.  Questo perché al di là delle circostanze famigliari ciascun giovane ha una propria percezione del malessere che lo accompagna. L’adolescente ‘con problemi’ è spesso il povero portavoce di una famiglia sprofondata anch’essa nei ‘problemi’. Ma non sempre. A volte un adolescente soffre di una sua particolare percezione dei problemi che vive intorno a sé, a differenza per esempio, di un fratello che ha vissuto in un ambiente simile. C’è cioè una responsabilità nel vivere in modo problematico o meno l’ambiente famigliare.

L’obiettivo principale di uno psicologo è rendere questi problemi visibili e leggibili, sottolineandone il carattere di causalità dinamica che essi hanno nel produrre determinati sintomi, affinchè ciascuno, genitore, insegnante o adolescente, vi trovi materiale per una riflessione personale e un rinnovamento relazionale.

Ma che cosa accade nel mondo degli adulti, questi destinatari degli appelli a cui vengono rivolti gli atti di insubordinazione, vandalismo, violenza fisica e psicologica?

Per quanto riguarda i genitori oggi assistiamo a due tipi di angosce che li assillano: una prima angoscia è quella di essere amati, un’angoscia che i nostri genitori non avevano, casomai erano i figli a domandarsi se erano amati dai genitori. L’assillo di essere amati genera una difficoltà a porre dei limiti.

Un’altra angoscia dei genitori è quella incentrata sul culto della prestazione. I genitori oggi esigono che i propri figli siano capaci di performances ottime, c’è una difficoltà ad accettare il difetto, il fallimento, l’insuccesso. Perché il mito contemporaneo è quello del successo, dell’apparizione, dell’efficacia performativa. E invece una delle virtù educative più profonde che dovrebbero animare i legami familiari, ma non solo, i legami educativi in genere, è pensare che l’esperienza del fallimento e dell’insuccesso è fondamentale nella formazione. La bocciatura di un figlio può essere una catastrofe, quando invece potrebbe essere un’occasione. Solo chi si perde si può ritrovare. Chi va dritto per la sua strada non è molto interessante. Lo vediamo anche in psicanalisi. I percorsi umani più interessanti sono quelli tortuosi, fatti di errori, fallimenti. Però il fallimento, questo primo tempo della formazione, implica che ci sia qualcuno che rimane ad aspettare, che torni, che ci sia un riferimento, che ci sia una casa da qualche parte. Per poter fare dell’erranza un’esperienza di arricchimento ci vuole una casa e ci vorrebbe anche una famiglia che è disposta a riprendere chi torna. Allora questa è la doppia esigenza dell’adolescenza: che ci sia possibilità di sperimentazione anche fallimentare della propria vita e possibilità di avere una casa in cui ritornare. E qui si gioca tutta la partita della flessibilità del mondo degli adulti.

Gli insegnanti: oggi si trovano in una posizione assolutamente paradossale. Perché per un verso sono un ceto professionale proletarizzato, sottopagato, socialmente non riconosciuto, e questo non permette la loro riqualificazione, ma casomai peggiora le loro competenze, e al tempo stesso nonostante questa degradazione, questo declassamento, si trovano investiti di un compito, di una funzione educativa fondamentale, che va a supplire quello che spesso manca nelle famiglie. E questo è un peso enorme, gli insegnanti oggi sono sempre più angosciati. Ce ne accorgiamo come Jonas quando interveniamo nelle scuole, c’è un’angoscia negli insegnanti. Perché oggi la dimensione della trasmissione delle competenze e del sapere spesso è subordinata all’incaricarsi di un compito educativo, di una responsabilità educativa.

Noi psicologi che ci occupiamo di prevenzione sappiamo che la trasmissione di conoscenze di patologie, la trasmissione di conoscenze sulle patologie non cambia le pratiche patologiche. La prevenzione a nostro avviso si fa in un altro modo. Si fa contagiando i giovani con la passione. Non c’è altra prevenzione possibile. O c’è il contagio della passione, dell’entusiasmo, del desiderio, in modo tale che ciascuno trovi il proprio talento e lo potenzi. In modo tale che ciascuno più ha più avrà. O c’è questo oppure il resto è un’illusione. Il compito nostro di educatori è organizzare se possibile questi incontri che producono contagio, cioè seminare il lievito del desiderio.

Dunque cosa fare di fronte alle emergenze (sospensioni ripetute, atti di vandalismo, di insubordinazione)?

Continuare l’attività didattica, perché quel contenitore che è un istituzione possa restare tale. Perché se un istituzione si fa alterare troppo, anche da eventi traumatici, è il caos. Bisogna tenere una cornice ferma. Non indifferente rispetto a ciò che accade, ma ferma, stabile, costante. E’ una manifestazione della serietà: riuscire nella difficoltà a tenere il proprio passo costante.

La seconda indicazione è cercare di non scaricarsi le responsabilità fra adulti: che i genitori non addossino tutte le responsabilità agli insegnanti e che gli insegnanti non scarichino le responsabilità sui genitori. Dunque che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.

La terza indicazione è dare la parola. Non aver paura di dare la parola. Anche se la parola può essere in certe occasioni aggressiva, spaventata, angosciata, offensiva. Dare la parola a tutti gli attori dell’istituzione, e quindi ai ragazzi, agli insegnanti, alle famiglie e al preside. Ciò che entra nella parola non si produce selvaggiamente negli atti. Finché due persone si parlano la violenza è contenuta, è quando si smette di parlare che comincia la violenza. Finché c’è parola si riduce il rischio del passaggio all’atto. Iniziare a fare un lavoro di auto riflessione. Bisogna dare il giusto tempo per comprendere. Come fare tesoro di quello che sta accadendo, come trasformarlo positivamente, farne un’occasione. Per questo l’intervento degli psicologi può essere utile su più livelli: nelle classi, con i genitori e con gli insegnanti.

Il lavoro con i genitori si è rivelato utile e gradito a chi lo ha frequentato nel corso di quest’anno. Alcuni di loro hanno scelto di proseguire un lavoro terapeutico di gruppo presso Jonas, altri hanno utilizzato lo spazio del progetto a scuola come una risorsa per loro sufficiente a chiarire dubbi e angosce. E’ emersa da parte dei genitori la proposta di autofinanziare progetti nelle classi più mirati con i ragazzi a partire dal prossimo anno. È una possibilità che da parte nostra rimane realizzabile, con il consenso della Scuola.

Ne riparliamo l’anno prossimo! Laura Porta

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