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Di Laura Porta.

Ylenia Grazia Bonavera, ventidue anni, disoccupata, fidanzata con Alessio Mantineo, venticinque anni, anche lui disoccupato, entrambi di Messina. Una storia come tante fino all’8 gennaio scorso, quando la ragazza viene aggredita nella sua abitazione, cosparsa di benzina ed arsa viva da un uomo con il volto, presumibilmente, coperto.

ylenia-grazia-bonavera1Si salva solo grazie all’intervento immediato di un parente, che si attiva per il ricovero in ospedale, dove le riscontrano ustioni sul 13% del corpo.

Viene fermato ed accusato Alessio, il fidanzato, la polizia nell’arco delle successive ore ha raccolto le prove della sua colpevolezza, ma ecco il primo colpo di scena: la ragazza, che aveva inizialmente attribuito a lui la colpa, cambia versione, scagionandolo completamente. Eppure era stata proprio lei ad accusarlo, provocandone l’arresto per tentato omicidio preterintenzionale. A comprovare la sua colpevolezza un video che lo riprende mentre, la sera stessa, in una vicina stazione di servizio riempie una tanica di benzina.

Il secondo colpo di scena è che la ragazza chiede ed ottiene di poter partecipare, ancora convalescente e dall’ospedale, alla trasmissione di Barbara D’Urso “Pomeriggio Cinque”. Durante l’intervista Ylenia dà del tu alla D’Urso, lasciando trasparire una familiarità mediatica di chi ha trascorso diverse ore davanti alla TV in compagnia immaginaria e partecipata della presentatrice. L’intervista assume toni intimi e confidenziali, Ylenia parla “a cuore aperto” dei suoi sentimenti d’amore per Alessio, ma ecco che irrompe nella trasmissione la madre, con la quale ha un’accesa lite in diretta. Ylenia ha finalmente l’occasione di dichiarare a tutto il mondo quanto la odi e di accusarla di non aver fatto altro che ostacolare il suo amore per il fidanzato. Volano insulti, c’è una colluttazione fra madre e figlia, le telecamere vengono oscurate, la cronaca riporterà che l’intervistatrice inviata ha subito lesioni personali cercando di arginare la degenerazione del loro scontro.
Terzo colpo di scena è che la D’Urso, in un impeto di confidenzialità materno-femminile, dice a Ylenia, sempre in diretta: “Ma lo sai che ci sono uomini che fanno queste cose per troppo amore?”, suscitando clamore e sdegno da parte dei media e dell’opinione pubblica, tra le voci più note troviamo quella di Selvaggia Lucarelli: “Se c’è un messaggio sbagliato è questo: associare l’amore alla delinquenza. Perché se dai fuoco alla tua ragazza sei un delinquente. Punto. Non sei troppo innamorato, sei troppo criminale per stare fuori di galera” (Facebook). E, rivolgendosi alla ragazza: “Hai la possibilità di essere un esempio, di trasmettere forza e di insegnare qualcosa a chi subisce in silenzio, a chi chiama amore la violenza fisica e psicologica, a chi crede che quel senso del possesso cieco e furioso sia la dimostrazione di un affetto, anziché di una turba psichica o di un’attitudine criminale. Leggo che secondo i bollettini medici stai meglio. No, non stai meglio. Finché continuerai a spalleggiare il tuo aguzzino e a parlare d’amore, sei ancora grave, gravissima. Riprenditi ragazza. La tua salute e la tua vita. Ne hai molto bisogno” (S. Lucarelli, Facebook).

Tutti bravi, dunque, finchè c’è da giudicare dove finisce il bene e dove inizia il male, tutti bravi ad additare Ylenia come una ragazza mediocre e pavida, troppo fragile per denunciare un uomo violento fino ad arrivare a proteggerlo, dando prova di un amore malato.

ylenia-grazia-bonavera2Vorrei però mettere a fuoco la questione da un’altra angolatura, perché tutto ciò che poteva essere detto sulla triste storia è già stato detto. Che dire di chi ha accettato di fare di tutto questo uno show? Che dire della televisione, della sete di spettacolo dei media? Sappiamo che l’audience necessita di forti emozioni, ebbene, l’angoscia è l’emozione più intensa che proviamo vedendo ed ascoltando l’intervista di Ylenia, per la gravità dei fatti che vengono dichiarati, per l’esasperazione dei toni, per l’odio denunciato ed agito tra madre e figlia.

L’angoscia è l’emozione che, più di altre, paralizza il soggetto in una condizione di inermità, rendendolo docile all’altro e più facilmente manovrabile; Lacan la definì “l’affetto che non inganna”. Nell’esibizione dell’orrore si vengono infatti a determinare due reazioni che privano lo spettatore della sua capacità critica: da un lato una reazione affascinata, il non riuscire a “staccare gli occhi” dall’oggetto perturbante, dall’altro una reazione angosciata, uno spaesamento e un disorientamento generale che indeboliscono la capacità di giudizio e di valutazione. In questa sorta di “incantesimo” lo spettatore si trova in balia di ciò di fronte a cui l’altro lo espone.

Lo stile relazionale proposto dai media nella vicenda che abbiamo narrato è quello della perversione, perché come avviene quando siamo alle prese con un soggetto perverso più veniamo angosciati più restiamo catturati, restiamo nell’impossibilità di agire e di difenderci, siamo messi nella condizione impotente di oggetti, rimbambiti di fronte all’orrore. Occorrerebbe aprire una riflessione su come mai questo stile abbia un successo così virale, come mai programmi come i reality vengano così epidemicamente seguiti. Secondo lo psicoanalista Franco Lolli[1] lo stile perverso è una maschera di una psicosi generalizzata, che permette a soggetti molto fragili di avere una tenuta illusoria in quanto fragile, ma persistente. Meglio la perversione della follia, insomma.

Che dire però, di chi, avendo un seguito e un ascolto come personaggio pubblico, infierisce contrapponendo i propri “consigli materni” a quelli della madre reale, come nel caso di Ylenia? Che dire di chi, responsabile del programma televisivo, accetta di mettere in scena l’orrore per tenere incollati a sé gli sguardi e non pensa, piuttosto, che una giovane donna traumatizzata, appena ricoverata in ospedale per un’aggressione subita, non sarebbe nelle condizioni fisiche e psichiche di rilasciare interviste né dichiarazioni pubbliche?

Perché decade, in questi casi, la tutela che interverrebbe nel buon senso comune?

Per il momento Ylenia è ospite di una comunità protetta, dove alcuni psicologi stanno cercando di aiutarla, dandole tempo e supporto soprattutto dopo l’ultimo colpo di scena: la gravidanza di tre mesi, forse il vero, profondo motivo della sua negazione. Forse la ragazza andava semplicemente accompagnata verso un percorso di elaborazione dei traumi e di consapevolezza piuttosto che mandata in onda in un’arena tanto selvaggia quanto pericolosa.

[1] Franco Lolli, L’epoca dell’inconshow. Dimensione clinica e scenario sociale del fenomeno borderline. Ed. Mimesis, Milano, 2012.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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