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Storia di Xiaolì, una riflessione su come  i diritti, seppure firmati sulla carta, entrano molto gradualmente a far parte del modo di pensare, di percepire e di agire della collettività e dei singoli

di Laura Porta.

Xiaolì1Ci troviamo in una piccola città, in una regione del Nord Est Italia, una donna entra in un negozio gestito da persone di nazionalità cinese, si tratta di un nucleo famigliare: la madre esegue tranquillamente delle operazioni di cassa mentre si odono chiaramente le urla disperate di un ragazzino che viene picchiato provenire dal soppalco del negozio. Chi lo sta picchiando è suo padre. Alla richiesta di spiegazioni da parte della signora la madre sembra non capire che cosa vi sia da spiegare. La donna decide così di chiamare la polizia che interviene prontamente e trova ancora il padre intento a picchiare selvaggiamente il figlio. Successivamente il ragazzo, Xiaolì di 14 anni, viene accompagnato al Pronto Soccorso dove viene sottoposto a visita approfondita in seguito alla quale si riscontra la presenza su tutto il corpo, capo compreso, di diverse ecchimosi ed abrasioni, anche pregresse, provocate da percosse inferte in modo sistematico e continuativo. Viene informato dell’accaduto il Sostituto Procuratore il quale dispone che il giovane venga affidato a un centro di accoglienza per minori. Il padre viene condannato a 14 mesi di carcere e la madre a 11.

Aldo Raul Becce, lo psicoanalista che ha seguito questo caso come Giudice Onorario, fa delle osservazioni sulla storia e la provenienza del ragazzino.

La storia di Xiaolì è quella di un bambino nato in Cina, nella regione del Wenzhou, con il forcipe e che presentava delle difficoltà alla nascita, potremmo definirlo, con il nostro linguaggio, un bambino ‘iperattivo’ ed affetto da una ‘disprassia’. Per la cultura cinese i figli hanno diverse funzioni, ma quella più importante è di garantire il sostentamento economico dei genitori in tarda età, quindi sono considerati un peso se portatori di una disabilità, in quanto incapaci di assolvere a questo compito. Accade così, a volte, che i genitori sviluppino un forte astio nei loro confronti, tanto da abbandonarli. La legge rinforza questo atteggiamento, infatti, nel caso in cui il primogenito nasca con handicap fisico o mentale le coppie cinesi sono autorizzate ad averne un secondo, questa era una delle poche eccezioni alla rigida legge del figlio unico, vigente all’epoca della nascita di Xiaolì.

I genitori di Xiaolì sono così stati autorizzati ad avere un secondo figlio, che in effetti è nato sano e si è ben inquadrato nell’educazione di assoluta obbedienza ai genitori (in questo caso ai nonni, che lo stanno crescendo in Cina) mentre Xiaolì è rimasto per loro un “peso morto”. Si ritengono dei bravi genitori per non averlo abbandonato in ospedale, come spesso nel loro paese si usa fare in questi casi.

Inoltre essi provengono dalla regione del Wenzhou, permeata da un forte senso imprenditoriale di piccoli commercianti, dove vige un modello di sviluppo organizzato come una vera e propria rete di rapporti che si costituiscono tra nuclei di familiari e conoscenti. Quanto più un individuo sarà capace di intessere relazioni, tanto sarà facilitato e acquisirà prestigio sociale, oltre che successo economico. Questo schema di relazioni porta spesso gli individui a sviluppare una forte ansia sociale e un senso di rivalsa.

Questi elementi ci fanno comprendere come mai il padre di Xiaolì, durante il periodo in cui verrà trattenuto in carcere, continuerà a non comprendere il motivo per cui picchiare selvaggiamente e ripetutamente un figlio sia controproducente, sbagliato ed incivile; entrambi i genitori mostreranno e dichiareranno soprattutto un’ansia relativa al giudizio sociale della comunità cinese, che li rimprovererà per essersi fatti ‘sottrarre il figlio’ dalle autorità straniere.

Xiaolì, da parte sua, una volta affidato alla comunità, fa l’incontro con un sistema accogliente, potremmo dire un sistema impregnato della cultura dei diritti, cultura faticosamente guadagnata negli anni dal nostro Paese:

Xiaolì2La vera novità e la svolta nella vita di Xiaolì è costituita dalla denuncia e dal successivo ricovero in comunità. C’è una svolta perché c’è il passaggio ad un altro sistema sociale: Xiaolì cambia “comunità”. Emigra dalla comunità cinese alla comunità di accoglienza, istituzione che rappresenta il paese ospitante, in cui lui viene finalmente visto e pensato in un altro modo. Cambia lo sguardo delle persone, cambia la sua significazione. Al posto dell’idiota, del ribelle, dell’impossibile, qui viene scoperto il ragazzo tenace nello studio, intelligente e sensibile. Il nuovo sguardo che lo investe riesce a far svanire la sua malattia, guarisce anche dall’epilessia. Si tratta di un cambiamento radicale che dimostra quanto l’uomo dipenda dallo sguardo sociale. In questo “attraversamento culturale” lascia il ruolo passivo di oggetto della violenza paterna per trasformarsi in un attivo “produttore” di sapere. Xiaolì riesce a pensarsi diverso dal ruolo che gli era stato fino a quel momento affibbiato dai genitori, proprio grazie al fatto che in comunità gli viene offerta la possibilità di fare, di produrre. Non deve deambulare “infastidendo” gli altri, come fanno i bambini che non hanno un posto simbolico nella vita e che girano a vuoto, perché il vuoto è il solo spazio d’azione che gli è stato dato dall’Altro[1].

Xiaolì diviene studente modello, dall’ottimo profitto, ed educato compagno di studi. Cerca di tenere al corrente i genitori dei suoi progressi, ma ogni tentativo di comunicazione telefonica tra Xiaolì e il padre è drammatica, quest’ultimo ogni volta va su tutte le furie gridandogli che è un handicappato e che è la causa della sua rovina, il figlio scoppia in singhiozzi, affranto.

Il rientro in famiglia per ora è rimandato, perché ‘i tempi non sono ancora maturi’. Ma questa vicenda ci apre una riflessione importante, perché riguarda ognuno di noi: la Cina è firmataria di tutti i più importanti protocolli dei diritti dei minori dell’Unicef e diverse politiche sono state promulgate in materia. Il problema, come in diversi altri ambiti, è che tra la promulgazione e la reale messa in atto esiste uno scarto.

Questo ci porta ad un’importante considerazione: i diritti, seppure firmati sulla carta, entrano molto gradualmente a far parte del modo di pensare, di percepire e di agire della collettività e dei singoli. Per questo l’opera di sensibilizzazione sui diritti umani si rende necessaria per favorire un’evoluzione culturale e di umanizzazione che necessita di tempo, dedizione e impegno per essere metabolizzata ed acquisita collettivamente. I centri antiviolenza chiudono, i servizi sociali non vengono “rinfrescati”, quelli sanitari vengono con costanza eliminati, come ben sappiamo oggi è difficile anche da noi garantire che diritti e tutele vengano garantiti anche in Paesi dove sembravano assodati. Per questo occorre divulgare la cultura dei diritti universali, proteggerli, non dare per scontato che essi sopravvivano da soli.

Note al titolo: Devo queste riflessioni e il materiale riguardante Xiaolì al privilegio di aver potuto leggere in anteprima le bozze del libro dell’amico e collega Aldo Raul Becce. Il libro, di prossima pubblicazione (ed. Mimesis), s’intitola: “Scene della vita forense. Psicoanalisi lacaniana applicata al discorso giuridico”.

[1] A.R. Becce: Scene della vita forense. Psicoanalisi lacaniana applicata al discorso giuridico, ed. Mimesis (prossima pubblicazione).

 

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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