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La prevenzione della violenza maschile può essere fatta in adolescenza, grazie a un buon incontro con un adulto: uno psicologo, un insegnante, qualcuno che abbia una disposizione autentica all’ascolto

Di Laura Porta.

Li incontriamo a volte, ancora giovanissimi, nelle scuole di formazione professionale, a rischio di dispersione scolastica, sono i giovani che promettono una carriera di violenza. Hanno tra i quattordici e i diciotto anni, la violenza è uno dei loro modi più frequenti per esprimersi. La assorbono dalla loro cultura di provenienza e dai loro legami famigliari e la riattualizzano automaticamente, sia nei rapporti fra loro che con gli insegnanti.

adolescenti e violenza2Quando Martino è arrivato dalle scuole medie i professori erano stati messi in allarme, era stato descritto come “molto suscettibile”, aveva alle spalle una famiglia un po’ “particolare”, e di fatto Martino, alla seconda settimana di scuola, ha rotto il naso ad un compagno con una testata, perché lo aveva chiamato “ciccione”. Martino era obeso e non poteva tollerare la vergogna di sentirsi sbeffeggiato dai compagni, perciò reagiva a questa frustrazione usando la violenza fisica. Ovviamente è stato sospeso, poi ha iniziato ad autosospendersi, facendo lunghe assenze da scuola dopo essersi accorto di “aver esagerato”. Aveva sempre delle reazioni molto aggressive verso i compagni e gli insegnanti, lo si incontrava spesso mentre sbraitava e imprecava nei corridoi, sbatteva le porte e insultava chiunque.

Il suo primo “passaggio di consapevolezza” è stato dalla violenza fisica all’imprecazione, la scuola e il buon incontro con gli adulti gli hanno offerto uno spazio di ascolto, gli hanno insegnato che, a differenza di quanto avveniva a casa, poteva mettere in parola la sua rabbia.

Nell’ultimo anno di scuola non insultava più, chiedeva agli insegnanti di uscire dalla classe quando era furibondo, poi in seduta mi diceva: “Non potevo tollerare ciò che stava succedendo, però non ho insultato nessuno, sono uscito ed ho aspettato di venire qui a parlare”. Oggi Martino, dopo due anni di consultazione psicologica, frequenta un liceo serale con buon profitto, è ancora un po’ intollerante alla frustrazione, ma sa che può attendere, rimandare l’urgenza del suo sfogo e aspettare di venire in seduta.

L’altra storia è quella di Pietro, che fa il secondo anno del corso per meccanici. S’infuria ogni volta che le cose non vanno come lui aveva previsto, e quando si arrabbia “non ci vede più”. Prende a pugni qualsiasi cosa, ferendosi le mani: non prende a pugni i compagni perché è iscritto a una palestra in cui svolge MMA, un’arte marziale mista, che prevede all’atto di iscrizione la firma di una dichiarazione in cui si assicura che non si picchierà nessuno fuori dalla palestra. L’accordo è che se i ragazzi picchiano qualcuno al di fuori vengono espulsi dai corsi. Per un po’ di tempo questo ha garantito che Pietro non picchiasse più nessuno, sfasciava però tutto ciò che gli capitava a portata di mano, anche a scuola. Durante il primo anno in cui ci siamo incontrati Pietro sosteneva le ragioni della sua rabbia e non vedeva altro.

Quest’anno Pietro ha una fidanzata, sente verso di lei la responsabilità di controllare i suoi scatti d’ira. Un giorno però gli è accaduto di arrabbiarsi con un’insegnante per un voto a suo dire “ingiusto”, e l’ha insultata pesantemente davanti a tutta la classe. Era proprio “cieco dalla rabbia”.

Quando ci siamo parlati si è calmato e, scoppiando in singhiozzi, mi ha detto che ha paura di non sapersi controllare, di restare così per sempre e diventare come suo padre. Questo pianto ha aperto, finalmente, una speranza. La speranza e la promessa di un cambiamento.

adolescenti e violenzaNel trattamento dei giovani che sanno esprimere il loro malessere solo attraverso la violenza, a poco servono il ‘rimprovero’ e il ‘controllo’. Sono piuttosto necessari la presenza, il calore, il dialogo, l’espressione sincera di una volontà di capire insieme che cosa stia succedendo e l’apertura di una speranza. Il legame è l’unico antidoto alla rabbia disperata che si scatena dentro di loro, rabbia dalla quale sono stati contagiati nel loro nucleo famigliare.

Il legame con una rete di relazioni diverse, significative, coraggiose e consapevoli è il contrario delle relazioni violente e oppressive che hanno interiorizzato e spesso ripetono.

È importante comprendere a chi sia rivolto l’attacco violento, è necessario inoltre “riorganizzare la speranza”, divenire “esperti in futuri possibili”, perché il ragazzo violento sa di essere rifiutato dal sistema sociale.

La mente degli adolescenti sperimenta dolori tanto grandi quanto ingestibili, il loro dolore può essere senza riparo e mediazioni. A volte sono vittime di crisi acute dovute sia a una sofferenza psichica interiore, sia a pressioni sociali che non riescono a sostenere.

Nella consultazione psicologica di questi adolescenti è fondamentale l’incontro con una “presenza presente”, fatta di riconoscimento, donazione di senso e ascolto. Da parte loro c’è il racconto della percezione di una dolorosa diversità, imbarazzante, feroce, squallida, indomabile e intollerabile. La presenza di uno sguardo attento è in questi momenti decisiva affinchè possano rispecchiarsi positivamente.

È a partire da questa nuova percezione di sé attraverso l’altro che è possibile uscire dal circolo vizioso della violenza.

Leggi l’articolo sul Blog della casa dei Diritti

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