335 7569647
Seleziona una pagina

Ezio Bosso, musicista e compositore che ha debuttato in Italia grazie al festival di Sanremo, deve il suo successo al suo talento, ma anche al particolare messaggio che è riuscito a trasmettere, con le sue parole e soprattutto con il suo essere.

di Laura Porta.

bossoCome un’apparizione, uno squarcio, ci viene presentato nel bel mezzo del più tradizionale evento nazionalpopolare di competizione canora, tipicamente devoto all’immagine e ai manierismi, inevitabile pensare di primo acchito a una manovra mediatica di strumentalizzazione della disabilità ai fini dello spettacolo. Invece Bosso accende una speranza, è il segno di un mondo che desidera ‘altro’.

Oltrepassa la barriera dello show-lampo teso a sprigionare adrenalina, commuove, cattura, tocca il vivo delle corde, perché egli testimonia ed incarna, attimo dopo attimo, le sue parole.

Scopriamo durante la sua presentazione al Festival di Sanremo che è un musicista di talento, ampiamente riconosciuto all’estero, quasi sconosciuto in patria, dunque non un fenomeno da baraccone, così come veniva intesa nei circhi di una volta l’esibizione di soggetti menomati. Ci mostra un corpo fragile come un fuscello, segnato duramente dalla malattia, ci dice, presentandosi, alcune piccole semplici frasi e non si capisce mai bene se l’enfasi è per ciò che sta dicendo o per una necessità di accompagnare a gesti una capacità limitata di espressione verbale: “Perdere non è sempre qualcosa di negativo”; “La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”; “La musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme”. Il rischio di scadere nella retorica a buon mercato è alto, ma colui che enuncia il messaggio eleva queste parole alla dignità di una testimonianza, conferisce dunque loro un valore aggiunto.

È dotato di autoironia. Cade sul piano, e si rialza.

bosso1Poi decolla, diventa pilota d’aereo, noi i passeggeri, ci accompagna in una veduta aerea. Ci insegna a intraprendere voli mostrando sul suo volto i tratti dell’estasi mistica di Santa Teresa, egli è pervaso dalla sua musica, che lo porta altrove, che gli permette di essere altro, di oltrepassare le barriere del suo corpo. Ci insegna che non tutto il godimento è fallico, non tutto il godimento rientra nell’avere, ma che è possibile sperimentare un godimento nella perdita: del controllo, del possesso, dell’equilibrio. Ce lo dice, e ce lo mostra. Si possono superare le paure di restare rinchiusi in una stanza buia, si possono lasciar andare i pregiudizi, si può inseguire un sogno. È un equilibrio sempre fragile, vacillante, ma vale la pena esporsi a questa fragilità.

La musica di Bosso è composta da melodie semplici, ci ricorda Ludovico Einaudi, forse ancora più essenziale. Nutro la convinzione che non si tratterà di un fenomeno isolato che finirà dimenticato, Ezio Bosso acquisirà la notorietà che merita anche in Italia, perché risponde, con il suo talento, a un’esigenza spirituale che chiede di avere spazio nella complicazione iperbolica delle vite contemporanee: piccoli semplici messaggi, incarnati, che infondano speranza sulla possibilità di essere al di là dell’avere, sulla possibilità di essere fedeli al proprio desiderio.

Per dirlo con le parole di Etty Hillesium:

Il mondo interiore è tanto reale quanto quello esterno. Bisogna esserne consapevoli. Anch’esso ha i suoi paesaggi, i suoi contorni, le sue possibilità, i suoi terreni sconfinati. E l’uomo stesso è il piccolo centro nel quale mondo interiore e mondo esterno si incontrano. I due mondi si nutrono l’uno dell’altro: non si deve trascurarne l’uno a spese dell’altro, altrimenti si rischia di impoverire la propria personalità. Moltissime persone mi appaiono come spezzate a metà, e quindi più o meno amputate, il che dipende forse dal fatto che non hanno consapevolmente riconosciuto come tale il loro mondo interiore. Talvolta le forze del mondo interiore si fanno avvertire, dando alle persone in alcuni istanti una certa sensazione di ampliamento e un assaggio di un qualcosa di più rilevante, ma tutto è troppo disorganizzato, troppo caotico, a malapena consapevole. Quel mondo interiore è un terreno a maggese, incolto, che gli individui non fanno la fatica di lavorare. Non è riconosciuto come un luogo reale. In tali casi avverto la tentazione di dare inizio al lavoro di dissodamento, di metter ordine e di rendere gli altri consapevoli1.

1 Etty Hillesum, Diario, ed. integrale Adelphi, Milano, 2015, p. 109.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close