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Intervento al II Convegno Nazionale ALIpsi

Bologna, 4-5 ottobre 2013

Articolerò questo intervento in tre punti, portando alcune riflessioni sul transfert, così come lo intendiamo nella pratica lacaniana, a partire da un caso clinico, da un frammento della mia prima analisi e dalla mia pratica con gli adolescenti in istituzione.

Martina

Un anno fa chiede una cura perché qualcosa della precedente terapia ha fatto corto circuito ed ha deragliato; vorrebbe cercare di reperirsi, ancora immersa tra angoscia, dubbi e sensi di colpa. La precedente psicoterapia, ad orientamento cognitivo comportamentale, è durata 7 anni. La terapeuta dimostrava disponibilità, raccontava alla paziente fatti e confidenze della propria vita privata, chiamava la paziente al telefono nei momenti più diversi della settimana per domandarle come stesse, ultimamente uscivano a cena insieme. Le forniva così un’illusione immaginaria di protezione, che incontrava la domanda infinita di amore di Martina, che si ritrovava però, in questo circolo vizioso, anche spiazzata e spaesata di fronte alle assenze improvvise, i silenzi, le mancate risposte della terapeuta, che da parte sua non garantiva la scansione temporale della presenza alle sedute settimanali. Gli improvvisi black-out della corrente amorosa profferta da questa terapeuta-gran madre, apparentemente così generosa, suscitavano moti di aggressività in Martina: prima verso se stessa, che con un atto dimostrativo si procura dei piccoli tagli sui polsi e subisce un ricovero in psichiatria, poi verso l’altro, minuscolo, causa non di desiderio ma di amore ed odio agiti continuamente nel controtransfert. Sette anni, nessun lavoro di ricostruzione della propria storia, una terapia basata sull’insegnamento della padronanza dell’Io (Martina presentava una sintomatologia ossessivo-compulsiva, che è stata corretta ortopedicamente tramutandosi in una sintomatologia isterica) e su dinamiche immaginarie di accudimento, alternate ad aggressività verbale da parte della paziente. Decide lei di lasciare questa terapeuta da lei così spaventosamente messa K.O., perché ultimamente i loro dialoghi, che si prolungavano anche telefonicamente, vertevano sull’impotenza, dichiarata dalla terapeuta stessa, a rispondere alle sue continue ed insistenti domande d’amore. Inizialmente porta avanti, in segreto, la terapia parallela con me. Poi, dopo qualche mese, dichiara all’altra terapeuta la sua intenzione di concludere il rapporto terapeutico per proseguire altrove. Manterranno un rapporto di amicizia, ad oggi decisamente più pacificato.

Nel primo tempo della cura con me a Jonas Monza, pur avendo chiaro, a questo punto, che la precedente terapeuta aveva sbagliato qualcosa nella tenuta della sua posizione, mette continuamente alla prova anche me rispetto alla posizione che io occupo. Mi interroga sulla mia vita privata, si mostra offesa se le rispondo con un’altra domanda che la riporta alle sue questioni, prova ad instaurare con me l’unica dinamica che conosce, quella della soddisfazione libidica della relazione speculare. Per distoglierla da questo godimento mortale le trasmetto, con la conduzione della cura, la promessa di un’altra soddisfazione. La soddisfazione del piano simbolico del transfert, che umanizza attraverso la parola e libera il soggetto dalla schiavitù immaginaria del suo sintomo. La invito a parlarmi di sé e della sua storia. Rimasta orfana di madre a 8 anni viene cresciuta da un padre alcolista e depresso, e dai vicini che si occupano dei suoi bisogni primari. Ha rimosso ogni ricordo della madre. Si aggrappa con tenacia agli studi ed al futuro marito, si laurea a pieni voti, si sposa, ha un figlio…fino al primo esordio sintomatico ossessivo-compulsivo. Il piano simbolico si è installato, la conoscenza di sé attraverso la parola è una nuova strada che Martina sta iniziando a percorrere, si delinea il suo attuale sintomo isterico di ricerca di un posto speciale nell’Altro, ricerca da lei operata attraverso la castrazione dell’Altro; nell’ultima seduta fa un lapsus, in relazione ai suoi presunti disturbi dell’umore: io ho un disturbo dell’amore. Oggi, dopo un anno, Martina non è più schiacciata dai sensi di colpa della sua aggressività che veniva giocata in un vicolo cieco immaginario, con il suo piccolo altro, e sta via via rinunciando all’illusione di un amore che possa colmare la sua mancanza strutturale. La parola la sorprende e fa emergere una soggettività finora sommersa. Per accompagnare questa paziente verso la terra promessa del significante non è stata sufficiente, inizialmente, la parola: gli attacchi immaginari al transfert erano continui, su un piano speculare, aggressivo o seduttivo, senza tregua. Ho dovuto far appello ad un ‘sapere incarnato’, trasmettere una testimonianza, non con il racconto ma con atti analitici, per traghettare questa paziente nella terra simbolica del funzionamento analitico.

Ho accolto inizialmente le sue richieste di sapere di me, della mia vita personale, trasmettendole, però, allo stesso tempo, che queste informazioni erano marginali ed inutili al suo viaggio, se non addirittura fuorvianti. Ho lasciato così intravvedere un altro mondo, un altro tipo di viaggio, a lei finora sconosciuto, un altro modo di concepire la cura, senza però castrare brutalmente la domanda d’amore del soggetto, lasciandogli lo spazio necessario per attivarsi. Per compiere questa manovra, ho attinto, con il mio sapere, la mia memoria ed il mio desiderio di analista, alla testimonianza della mia prima analisi.

Il mio incontro con Lacan

Poco più che adolescente, attratta dai presunti effetti spettacolari della catarsi, scelsi di intraprendere una terapia bioenergetica. La tecnica prevedeva, e prescriveva, la manifestazione esplicita dell’aggressività verbale, anche nel transfert verso la terapeuta. Dopo un anno, questa terapeuta agì il suo odio controtransferale nei miei confronti, ponendo fine di punto in bianco, senza parole e senza spiegazioni, al percorso. L’analista era un soggetto. Che non ne poteva più di me, Io. Fine del processo immaginario. Abbandono nel reale.

Cercai così, con una certa urgenza visto il mio profondo malessere, un’altra analista per parlare di questo, scelsi una lacaniana incontrata all’Università di Torino, per l’impegno rigoroso che, con il suo gruppo, mostrava di avere: seminari di studio, divulgazione del sapere al pubblico… Avevo bisogno di sapere. Inizialmente pretesi di sapere se avevo torto o ragione. Pretesa che venne subito castrata da un Altro in un’Altra posizione, che non mi rispondeva. Rimisi in atto le dinamiche aggressive che ben conoscevo. Fui smontata da una frase, alla seconda seduta, che fece piazza pulita e mi aprì una porta su un altro mondo: quello della parola. La mia provocazione era, sotto forma di domanda: “Se la mia aggressività ha distrutto la Dott.ssa X, distruggerò anche lei con un soffio?”. L’analista: “Il soffio è la parola, strumento elettivo dell’analisi: vuole distruggere questa analisi proprio attraverso il suo strumento elettivo”? Capii che stavamo traghettando in un altro mondo. Era un altro piano. Rimasi colpita dal modo in cui venivo ascoltata. E dal fatto che poteva esistere un altro livello, che non era quello del botta e risposta, della violenza o della seduzione, della risposta speculare a un’illusione di amore o dell’abbandono. Capii più tardi che si trattava della distinzione, messa a punto da Lacan e praticata dai lacaniani, tra asse immaginario ed asse simbolico. Trovai che l’asse simbolico fosse umanizzante, per la sua capacità di dare dignità al soggetto ed al mistero della sua esistenza, per la sua potenzialità di mettere in moto un desiderio di sapere su di sè ed una ricerca non più solo a due, una ricerca dove il terzo, l’inconscio, è sovrano rispetto alle dinamiche transferali e controtransferali giocate su un piano immaginario e pulsionale. Trovai che la parola mi dava respiro e nuova vita.  Senza questo incontro credo che avrei abbandonato gli studi e la professione.

Ci stai a una sfida?

Con Jonas Monza abbiamo attivato un servizio di prima accoglienza per adolescenti in un Ospedale della provincia di Milano. I medici inviano al nostro servizio gli adolescenti che manifestano una sofferenza psicologica. Hanno a disposizione tre colloqui gratuiti per orientarsi rispetto alla possibilità di intraprendere una cura. Nonostante il fatto che, nella maggior parte dei casi, abbiano sintomi psicologici che denunciano una sofferenza conclamata, arrivano al colloquio senza una domanda, senza parole per dire la loro sofferenza, con un atteggiamento insofferente o quantomeno chiuso verso l’altro che li interroga. Di fronte a questa piega adolescenziale uno degli interventi più diffusi nel campo del trattamento degli adolescenti è quello si collocarsi, da parte del terapeuta, su un asse speculare immaginario-narcisistico: “puoi confidarti con me, io ti capisco, ti aiuterò”…

Ho scelto, nello stile lacaniano, di non appiattirmi su questo asse, di non cedere sul mio desiderio di analista e di restare nella posizione di Altro simbolico, ovvero altra cosa rispetto alla minestra immaginaria già conosciuta dai ragazzi, abituati ad incontrare ovunque pseudo-psicologi pronti ad accorrere in loro aiuto.

Dunque, laddove sembra impossibile ottenere una risposta a parole riguardo alla loro sofferenza, laddove siamo nell’ambito della nevrosi, intervengo così, di fronte al loro mutismo chiedo: “Accetti una sfida?”. Quasi tutti accettano, e la sfida è: “Per la prossima volta portami un disegno che rappresenti la tua sofferenza”. Tutti tornano con il disegno, ed è sorprendente vedere come nel disegno o nella rappresentazione grafica essi riescano, molto meglio che attraverso le parole, a dire qualcosa della loro sofferenza. Sono figli dell’immagine, questa è per loro una via elettiva di espressione. Tuttavia questo disegno diventa un S1, un punto di partenza per far sì che essi possano attuare una catena significante che li aiuti a parlare del mistero del loro sintomo. Ma non si tratta solo del disegno.

La sfida è un modo per svegliarli dalla loro opposizione immaginaria all’adulto che li ascolta, un modo per dire loro: “Prenditi la responsabilità del tuo malessere, descrivilo a parole, svegliati! Io non starò qui ad imboccarti, risolvere la tua sofferenza dipende anche da te”. È una posizione altra, che lascia intravvedere una passione verso altro, forse, inconsciamente, una promessa: “Vedrai che se accetti una sfida avrai un premio”. Il premio sarebbe prendersi la responsabilità del proprio malessere, ed il primo passo è cercare almeno di descriverlo.

La sfida è un linguaggio elettivo che entra in risonanza con il modo che un adolescente ha di  sentire la vita: una sfida verso ciò che sarà futuro.

Interessante è l’estrema precisione con cui tutti, in una casistica di un centinaio di giovani, rispondono con un disegno puntuale, quasi minuzioso, che descrive in modo condensato ed incredibilmente raffinato la propria sofferenza.

La sfida propone un transfert su un asse simbolico, perché la posta in gioco nella sfida è un lavoro su se stessi, non una gratificazione per l’analista. La sfida è: “Conosci te stesso”!

Ciò non toglie la possibilità di accogliere la dimensione psicoterapeutica della cura, laddove il soggetto, non riuscendo nell’operazione di rettifica soggettiva, può utilizzare questo tempo e questo spazio per restare sul piano del lamento e della ricerca di una consolazione. La terza porta, quella dell’accesso ad una psicoanalisi, resta una soglia che non tutti possono o desiderano varcare. Ma la posizione dell’analista è lì per testimoniare ed indicare, laddove possibile, l’esistenza di questa possibile via.

Il fatto che l’essere umano parli genera una dimensione altra, distinta da quella immaginaria, giocata sul piano della libido sotto forma di amore, aggressività, seduzione, minaccia. Lacan infatti distingue due forme di “altro”, l’altro oggetto della libido e l’Altro, maiuscolo, a cui mi rivolgo quando parlo in analisi. Si tratta della distinzione fra la dimensione simbolica del riconoscimento e quella immaginaria del godimento: nella dialettica del godimento avviene il soggetto di desiderio. Ma la dimensione del riconoscimento e del linguaggio è asimmetrica, non nel senso di un rapporto servo-padrone, ma in quanto l’Altro maiuscolo è un altro assoluto, un Altro sconosciuto e misterioso.

Nel proferire parola in analisi l’analizzante fa una domanda d’amore. Amore a cui l’analista non risponde manifestando il proprio amore, ma con il proprio desiderio di analista, che dovrebbe essere svincolato da ogni desiderio personale e soggettivo dell’analista. Per questo l’intervento dell’analista ha efficacia nell’analisi quando mira al rapporto del soggetto con la propria parola, come nell’intervento della mia prima analista sulla parola-soffio.

Lacan ha riabilitato un rapporto inedito con il sapere, già introdotto da Freud e fuorviato dai post-freudiani: non si tratta di un sapere già saputo, universale, e l’analista non è nella posizione di “comprendere” e tradurre, come un interprete, il discorso dell’analizzante. Il sapere freudiano è sempre sottomesso all’inganno, e trova nell’errore una potenziale fecondità. Per questo Freud, come Lacan si colloca più sul piano della verità che su quello del sapere. Si tratta di una verità singolare, nascosta nell’inconscio e nella parola dell’analizzante. Il luogo dove il soggetto trasferisce questa verità è il soggetto supposto sapere, un Altro supposto sapere. Un Altro a cui l’analista non deve identificarsi, ma di cui, come dice Lacan, deve sopportare l’investitura. Dunque l’analista deve divenire capace di occupare una posizione al di là di sé.

A partire da queste considerazioni porto dunque sul tavolo della discussione una riflessione.

La posizione dell’analista è, a mio parere, tutt’altro che acquisita una volta per tutte, ma è il frutto di un esercizio. Esercizio il cui luogo privilegiato sono l’analisi personale, la supervisione e la formazione permanente. Colgo una similitudine, ed è questo il punto che vorrei portare al confronto, tra l’esercizio necessario ad un analista per mantenere la sua particolare posizione e l’esercizio spirituale.

Con la spiritualità si accede al superamento della propria soggettività, che pur ne costituisce la condizione di insorgenza: tramite la soggettività ci si può infatti aprire all’esperienza simbolica dell’Ulteriorità, dell’Alterità rispetto a sé. L’esperienza della spiritualità presuppone dunque il riconoscimento di un’Alterità radicale e trascendente l’Io. Con l’espressione “Sia fatta la Tua volontà” il cristiano mette da parte il proprio Io, e con un atto di umiltà radicale si mette in ascolto di un’Alterità che lo trascende.

Così l’analista, senza memoria e senza desiderio, si mette in ascolto dell’inconscio come manifestazione della verità del soggetto, sempre Altra rispetto al proprio personale desiderio. L’analista è rispettosamente silenzioso di fronte al mistero della verità, mai svelata a priori, di ogni soggetto.

Faccio luce su questo, che può essere a mio parere un parallelismo tra l’esercizio spirituale e lo svuotamento dell’Io di un analista, non tanto per intraprendere la strada di una deriva mistica della psicoanalisi, ma piuttosto per evidenziare il fatto che in entrambi i casi si tratta di un esercizio, e non di una posizione che, una volta raggiunta, è per sempre installata.

Esercizio che trae la sua virtù, per una psicoanalista, da un’analisi personale condotta al suo termine, dalla supervisione e dalla formazione permanenti.

Sia l’analista che il mistico sono orientati verso una realtà terza dal movimento dell’ extasi, ovvero etimologicamente, movimento che porta fuori dal sé, fuori dal proprio Io. Per aprirsi all’alterità del mistero di Dio nella spiritualità cristiana e per aprirsi all’alterità del soggetto dell’inconscio per lo psicoanalista.Convegno ALIpsi

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