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Una rivisitazione storica e una riflessione sociologica sul buon uso delle linee telefoniche di ascolto per un primo soccorso psicologico

di Laura Porta.

Affogò perché si vergognava a gridare aiuto.

                      (Marcello Marchesi)

Nel lontano 1992 ero poco più che ventenne, appena iscritta alla Facoltà di Psicologia decisi di intraprendere un volontariato presso il Telefono Amico. Fu un’esperienza che mi colpì molto e che mi fece riflettere sui risvolti tragici della solitudine umana, e su come a volte basti un filo, una voce, un ascolto non direttivo, accogliente e non giudicante, per fare un primo passo nel sciogliere nodi che possono sembrare insormontabili.

aiuto invisibile2Così in totale anonimato centinaia di migliaia di persone si rivolgono telefonicamente ai centri di aiuto telefonico per dire cose a volte inconfessabili anche a se stessi. In questo caso, il vantaggio di non doverci mettere la faccia, apre delle possibilità a persone che diversamente non varcherebbero mai la soglia dello studio di uno psicologo o di uno sportello sanitario dedicato.

Di nascita americana, il Telefono Amico è apparso per la prima volta a New York nel 1906 con il nome di Save a Life, con l’obiettivo di arginare il fenomeno sociale del suicidio, a quei tempi dilagante a causa della rapidissima industrializzazione, con conseguente spaesamento e sradicamento dei singoli. Si noti che a quel tempo la psicoanalisi era agli albori, ancora in fase sperimentale, ma a quanto pare erano già noti oltreoceano i vantaggi della ‘talking cure’!

Save a Life fece capo a una serie di associazioni che successivamente proliferarono, con la medesima modalità di funzionamento: Friends, We care a Life, Samaritan Service. Con la seconda guerra mondiale il disagio sociale dilagò anche nelle metropoli europee, nacque così nel 1953 a Londra un centro di ascolto telefonico di prevenzione al suicidio: Life Samaritan Service. Il centro divenne presto un importante punto di riferimento per persone in crisi a causa di molteplici problemi, con migliaia di telefonate che denunciavano non solo una grave sofferenza, ma anche una grande solitudine, da qui l’idea di nominarlo telefono “amico”.

l'aiuto invisibile1In Italia i primi centri di soccorso telefonico nacquero autonomamente e in modo spontaneo, interamente basati sul volontariato, con il nome di Telefono Amico o Voce Amica, a partire dal 1956. Ad oggi se ne contano almeno 50 su tutto il territorio nazionale, si ispirano alla Carta Nazionale, offendo un servizio gratuito, anonimo, con operatori formati a un ascolto non giudicante e non direttivo.

Oggi esistono associazioni che forniscono un servizio di soccorso telefonico e, nella versione più moderna via chat, dedicato ad affrontare problematiche specifiche (Telefono Azzurro, Telefono Rosa, Telefono Amico Gay, negli Stati Uniti prendono forma in modi più articolati ed organizzati con realtà come The Trevor Project. Essi godono di un numero di accessi e di richieste esponenzialmente più elevato rispetto agli sportelli dedicati messi a disposizione dalle associazioni o dalle stesse realtà comunali, dove l’incontro deve avvenire necessariamente di persona, a volto scoperto.

Un panorama che ci fa riflettere su come a volte si spendano risorse e denaro per mettere a disposizione servizi non sempre accorti nell’individuare il cuore della problematica ed il modo per affrontarla. Esiste un tipo di sofferenza così carica di vergogna, sensi di colpa, fragilità soggettiva, orrore e solitudine che non sempre può approdare, ai fini della sua cura, a servizi specialistici ambulatoriali. Occorre un passaggio preliminare perché questo avvenga, ed un buon primo passo è quello dell’ascolto telefonico in anonimato. L’esperienza mondiale del telefono amico ci insegna che, a volte, il non doverci “mettere la faccia” può essere l’unica forma di salvezza per chi si trova sull’orlo del baratro. Essa si rivela la strategia migliore, da parte di chi vuole fornire servizi di primo soccorso psicologico, per aiutare chi pensa di non avere più speranza ed è travolto da un problema vissuto come insormontabile, rispondendo da dietro uno schermo (nella chat line) o dall’altro capo della linea telefonica.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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