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Il parere di una psicoanalista sulla serie tv americana “Tredici”, la cui protagonista muore suicida. Una fiction che ha avuto successo sollevando però molte critiche fra gli adulti, intimoriti dal rischio di emulazione da parte dei ragazzi

 

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Di Laura Porta.

 E se la speranza si esprime in sogno, un giorno ne sorgerà uno in cui il protagonista della storia non sarà quel povero bambino torturato, né quel pover’uomo, né quel fantasma oppresso, né quel mostro, ma semplicemente l’uomo, senza maschere e con un peso adeguato alle sue forze (…). Liberarsi di una storia mimetica, fatta a imitazione dell’immagine di uno sconosciuto. Combinare il sogno e la veglia nella storia, come nella propria vita qualcuno è già riuscito.

(M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale)

 

 

Ehi, sono Hannah. Hannah Baker. Mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. In particolare, come mai è finita”. Questo è l’incipit della serie TV “Tredici” (Thirteen Reasons Why), ispirata all’omonimo romanzo di J. Asher, che dagli Stati Uniti è approdata in Italia riscuotendo grande successo, soprattutto fra gli adolescenti.

La voce narrante che accompagna gli spettatori appartiene a una ragazza morta suicida, che ha inciso sette audiocassette (con tredici lati) per ricostruire un elenco di vicende il cui assommarsi, nella loro insopportabilità, l’hanno indotta a porre fine alla propria esistenza. Tredici ragioni per prendere una decisione tanto apparentemente lucida quanto irreversibile.

 

Le puntate si svolgono su due piani: il presente in cui gli amici e i nemici di Hannah sono costretti a ripercorrere con la memoria la loro parte di responsabilità nel suo tragico gesto, comprendendone le oscure ragioni, ed il passato dove Hannah è viva e potrebbe ancora essere salvata da una spirale di sofferenza senza uscita. Ma il tempo è già inesorabilmente trascorso e la tragedia si è già compiuta.

L’indifferenza e la crudeltà altrui, la propria imprevidenza e la progressiva disillusione divengono il fulcro di una spirale di dolore psichico che si espande fino a divenire un magma che, puntata dopo puntata, si solidifica togliendo ad Hannah la forza di vivere e la voce. Resta il mistero di come questa voce abbia tuttavia potuto essere pensata e registrata: non sarebbe già questa una via per ricominciare, non è già un segno di speranza voler dire che cosa ha fatto tanto soffrire, impartendo un insegnamento ai coetanei affinché non commettano più simili errori?

Le cassette registrate da Hannah hanno lo scopo di far conoscere la verità nell’epoca del cyberbullismo e dell’identità virtuale: “Vedi, ho sentito talmente tante storie su di me che ormai non so qual è la più popolare. Ma so qual è quella che lo è meno: la verità. La verità spesso non è la versione più intrigante dei fatti, o la migliore, o la peggiore. È una via di mezzo ma merita di essere ascoltata”. Una verità antica, pur nella contemporaneità: l’adolescenza è un tempo in cui tutto è vissuto con toni esasperati, in cui anche una piccola crisi può apparire insuperabile.

Gli episodi scorrono lenti, i dialoghi sono spesso scontati, ma la potenza del messaggio è innegabile, senza toni edulcorati e consolatori: la serie apre uno scenario sul dolore di vivere dei teenagers e sulla loro solitudine, sui loro bisogni e problemi. Le prime esperienze sentimentali e sessuali, le emozioni incontenibili – dalla fugacità della gioia all’abisso della delusione – le laceranti lotte per l’indipendenza dal mondo degli adulti, l’attrazione e la repulsione per la trasgressione e per il pericolo.

 

Al centro della narrazione troviamo le turbolente dinamiche relazionali tra coetanei, la scuola superiore è il terreno di una spietata lotta per l’autoaffermazione, in un continuo capovolgimento tra carnefici e vittime, vincitori e vinti, inclusi ed esclusi. Dinamiche brutali che possono lasciare cicatrici nell’anima.

Nell’età delle illusioni perdute emergono tematiche brucianti che la società degli adulti tenta costantemente di rimuovere: la dipendenza, la depressione, l’omofobia, il bullismo, le molestie, l’autolesionismo.

Come non soccombere alle frustrazioni e alle pulsioni autodistruttive? Come coniugare tragicità e spensieratezza, meraviglia e orrore, poesia e crudeltà?

Da questo punto di vista il teen drama “Tredici” prende il posto del romanzo di formazione e rappresenta un tentativo di elaborare catarticamente il trauma condiviso e collettivo del passaggio verso l’età adulta. Affronta temi incandescenti, evitando facili e pericolose rimozioni.

Non consentirò a nessuno di dire che la giovinezza è la più bella età della vita”: la visione degli episodi muove una grande compassione, in un certo senso ci fa sentire un po’ tutti destinatari delle cassette, ci chiama alla responsabilità. La voce della protagonista ci conduce verso il vicolo cieco della sua autodistruzione, ma dalla prospettiva di colui che ascolta sono visibili vie d’uscita che lei è stata incapace di seguire o che il disinteresse altrui avrebbe reso impercorribili.

Qui, a mio parere, sta l’artificio narrativo impugnato cinicamente dall’autore e dai produttori della serie tv per avere successo. Il suicidio di Hannah non ha, psicologicamente parlando, alcuna coerenza logica. Hannah ha già ritrovato il desiderio di vivere, se non altro perché vuol far conoscere al mondo le ragioni per cui la sua speranza è venuta meno. Riconoscere con tanta lucidità dove, come e perché siano avvenuti i fallimenti e le delusioni è già un nuovo inizio, un punto per ripartire. È, in fondo, anche riconoscere la propria parte di responsabilità nella sofferenza tanto drammaticamente incontrata.

Le ragioni per cui un ragazzo si suicida o tenta di farlo sono e restano misteriose. Se ci fosse, in ogni adolescente che tenta il suicidio, una lucidità anche solo minimamente paragonabile all’elaborazione che Hannah fa del proprio male di vivere, i suicidi giovanili sarebbero in sensibile calo. Il suicidio avviene in un momento di disperazione acuta ed insopportabile, non elaborata. Non esiste mai, quando siamo di fronte a passaggi all’atto suicidari dei giovani,un rapporto di causa-effetto nella realtà. Una bocciatura, il suicidio di un amico, uno ‘schiaffo’, inteso in senso lato come una delusione amorosa o un litigio con un’amica, non sono evidentemente delle cause sufficienti che possano giustificare un passaggio all’atto suicidario. C’è una sproporzione tra la causa e l’effetto. Possiamo ritrovare le cause nei mondi interni di questi soggetti, nelle loro vite psichiche, nel loro modo di percepire la realtà e la sofferenza. La sofferenza psichica giovanile deve certamente interrogarci e metterci al lavoro, ma non esistono cause o accadimenti che di per sé portino al suicidio.

Del resto gli adolescenti flirtano sempre un po’ con la morte. Sono sensibili al tema della vita e della morte, perché viaggiano sul filo sottile che le lega, perché sta morendo il bambino che sono stati e sta nascendo il giovane adulto che saranno. Sfruttare questa loro recettività tentando di persuaderli con una storia che ammicca alla possibilità che possano esistere, davvero, “tredici motivi per” uccidersi è, a mio parere, una trovata narrativa di pessimo gusto, anche se di sicuro successo. Confido nella saggezza inconscia degli adolescenti, nel fatto che possano trarre da questo dramma l’unico aspetto meritevole di attenzione: il risveglio dal torpore e dall’indifferenza, il richiamo alla responsabilità nella relazione con se stessi e con gli altri.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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