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Di Laura Porta.

 

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori, 1993, pp. 164.

 

Che cosa saremmo senza i libri? Chi sarei io, senza gli incontri fatti attraverso certi libri? Di sicuro, non sarei la stessa. Dal 19 al 23 aprile Milano ha ospitato la sua prima Fiera del Libro, realizzata a Rho con delle modalità così intriganti da far desiderare che ogni città italiana ne abbia una. Tempo di Libri non si è limitata ad essere la solita fiera “sui” libri, essa ha voluto celebrare la magia degli incontri che possono essere fatti attraverso di essi.  Ha voluto essere una manifestazione per i lettori, non solo per i “clienti”, strutturandosi intorno agli appuntamenti, ma anche animandosi attraverso temi ed iniziative, non necessariamente legati alla convenzionale presentazione di testi.

Non sono i numeri di questo evento a raccontarcelo: 524 espositori, 700 eventi e 2000 autori sono cifre che siamo abituati a leggere ed in sé poco significative. Quello che ci racconta la nuova fiera è che la città di Milano è stata animata da una manifestazione in cui la lettura è divenuta protagonista: negli aeroporti di Malpensa e Linate è stato sperimentato il bookcrossing nei gates e nelle aree di ritiro dei bagagli, i passeggeri hanno potuto prendere un libro e lasciarne un altempo-di-libri2tro. In fiera, Roberto Saviano ha parlato dell’Italia, Filippo Timi ha condotto un reading su Stephen King; questi sono solo alcuni esempi dell’originalità delle iniziative. Grazie a Fuori Tempo di Libri le biblioteche di Milano sono rimaste aperte tutta la notte e i lettori hanno potuto cenare con i loro autori preferiti.

Veder sfilare ragazzi che portano libri in bicicletta a chi non riesce a raggiungere librerie potrebbe sembrare il racconto utopistico di una città amante della cultura che non esiste, se non in un racconto di Calvino. Per cinque giorni invece in Italia abbiamo potuto assistere a una manifestazione di come città e libro possano convivere e arricchirsi a vicenda, lontani da sterili gare tra autori ed editori, con la scommessa di riuscire a trovare il tempo per fermarsi a leggere.

Una fiera pensata per frequentatori di mondi surreali e suburbani, per gli ospiti di rifugi letterari e per tutti i sognatori di fervida immaginazione, ma anche e soprattutto per risvegliare il desiderio di leggere in coloro che lo avevano perduto.

Una manifestazione che eleva la lettura, perché se è vero che “il verbo leggere non sopporta l’imperativo” (G. Rodari), la lettura approfondita ed appassionata di un testo è ciò che ci salverà, secondo psicologi e ricercatori, dai disturbi dell’attenzione causati dai media e dall’utilizzo eccessivo di internet.

tempo-di-libri1Come afferma Massimo Recalcati, i libri possono divenire oggetti erotici, essere investiti di una pulsione erotica che, per soddisfarsi, deve fare il giro più lungo della sublimazione. In questo senso la lettura e la cultura possono essere vere e proprie forme di prevenzione, possono strappare i giovani al godimento solitario della tossicomania e delle dipendenze, aprendo all’amore per mondi altri da sé. “Se la Cultura viene al posto della droga – come direbbe Pasolini -, se ci separa dall’allucinazione del godimento incestuoso, può davvero trasformare il mondo stesso in un libro. E in questa trasformazione trova spazio l’amore come ammirazione per il mondo dell’Altro”[1]. Ecco descritto magistralmente l’amore per i libri, sapientemente trasmesso da buoni insegnanti, come una forma di amore che è anche un antidoto contro l’apatia di una generazione “sempre connessa”, abituata ad un sapere pret-à-porter, sempre a disposizione, che, di fatto genera disturbi dell’apprendimento, rigetto della ricerca del sapere nel nome di una sua acquisizione senza sforzo.

Come afferma Nicholas Carr: “Leggere significa simulare mentalmente ogni nuova situazione incontrata in una narrazione. I dettagli delle azioni e delle sensazioni vengono presi dal testo e uniti al proprio bagaglio di conoscenze basato sulle esperienze passate. La lettura approfondita, al contrario del browsing su internet, ci rende protagonisti attivi, tutt’altro che passivamente bombardati da informazioni”.[2]

Fra lettore e scrittore si può instaurare un legame silenzioso, che produce una proficua e fertile contaminazione. Le parole dello scrittore fanno da catalizzatore nella mente del lettore, ispirando nuove intuizioni, associazioni e percezioni. L’esistenza stessa di un lettore attento e critico sprona lo scrittore, gli dà il coraggio di esplorare nuove forme espressive, di tracciare percorsi di riflessione difficili e impegnativi, di avventurarsi in territori inesplorati e a volte rischiosi.

Il numero degli accessi a questa prima edizione della fiera milanese è stato al di sotto delle aspettative. Del resto si è trattato di una iniziativa al suo esordio, occorrerà tempo e forse diverse edizioni affinché Milano si lasci contagiare da un evento che è un invito, non solo alla lettura, ma alla coltivazione di mondi invisibili ed appassionanti. Un esordio che è anche un auspicio affinché celebrazioni del libro, della cultura e della lettura si moltiplichino in tutto il nostro Paese, per valorizzare il libro come oggetto agalmatico[3], di misterioso ed affascinante valore, per contagiare il più possibile anche i giovani alla passione per la lettura.

In questo senso, la fiera del libro, nella sua strutturazione di invito alla lettura come a un piacere, può essere pensata come un’opera di prevenzione delle patologie contemporanee di alunni che non ascoltano, non parlano, non studiano, non desiderano più. Come affermava Pasolini, “La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura […]. La droga viene a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura”. Accendere la passione per i libri e per la cultura è un’opera di prevenzione di fondamentale importanza per contrastare pericolose derive autodistruttive.

[1] M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. Ed. Einaudi, Torino, 2014, p. 86.

[2] N. Carr, Internet ci rende stupidi? Ed. Raffaello Cortina, Milano, 2011, p. 96.

[3] La nozione di agalma è al centro del Seminario VIII di Lacan. Essa indica l’”oggetto più prezioso”, ”l’oggetto degli dèi”, l’”ornamento” divino che attrae e causa il desiderio (cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro VIII. Il transfert (1960-61), Einaudi, Torino, 2008. Pp.150-164).

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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