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Per una persona depressa la vita si trasforma in una fatica insostenibile, anche le attività più banali e quotidiane divengono un compito gravoso, lavarsi, curare l’igiene e il decoro personale, mangiare, camminare, tutto si rivela pesante, insostenibile.

Compare così l’incuria, l’apatia, l’indifferenza, il disinteresse, tratti che contraddistinguono il soggetto depresso, egli vive uno stato di sofferenza interiore, così forte ma così poco misurabile e visibile all’esterno, può avere pensieri di morte, o propositi di suicidio.

Il malato sente di non appartenere al mondo in cui ha sempre vissuto e rispetto al quale sente di essere diventato un intruso. Un paziente diceva: “la mia vita biologica continua ad esistere, ma io sono morto dentro, ma mia esistenza nel mondo è inutile”.

La sua profonda esclusione, o meglio la profonda esclusione sociale che la condizione di profonda sofferenza psichica induce generalmente nel malato, innesca un dispositivo di rinforzo che alimenta il processo di segregazione, il mostrarsi privo di interesse, pessimista, di cattivo umore scoraggia lentamente ogni tentativo delle persone a lui care di avvicinarlo.

La radicale sfiducia negli altri e nella vita irrita e offende le migliori intenzioni di chi prova a intervenire per bloccare quel meccanismo di autoemarginazione che  il depresso si auto infligge.

Il depresso si trova a vivere nella convinzione che il male che lo affligge non lo lascerà più, che il futuro, un futuro diverso, per lui non esiste. Il soggetto sente di non avere più tempo, avverte, cioè, che il tempo scorre, inesorabilmente, senza che lui possa modificare la propria condizione.

 Non esiste una causa specifica della depressione, se intendiamo per causa specifica un fatto o una contingenza, o una congiuntura di fatti ai quali attribuire la responsabilità dell’instaurarsi della depressione, tanto più che, come la psicoanalisi teorizza, ogni storia è una storia a sé, ogni caso è diverso dall’altro.

Tuttavia la clinica della depressione ci mostra come esiste una concatenazione tra eventi, anche i più diversi, suscettibile ad articolarsi tra loro secondo una logica che possiamo ragionevolmente ritenere attiva nella costituzione del sintomo.

Non esiste, dunque, una causa specifica, ma esiste una logica specifica del funzionamento dell’inconscio che si configura come terreno necessario perché uno scatenamento depressivo si produca.

Non c’è un evento della realtà che, di per sé, possa essere considerato come ciò da cui si origina la depressione.

Tuttavia sappiamo che la depressione è scatenata da un evento di perdita, che alla perdita essa è legata nel suo manifestarsi, nel suo uscire sintomaticamente allo scoperto.

Sappiamo inoltre che non esiste alcuna predeterminazione e necessità di legame tra un evento di perdita e la depressione, ovvero, per esempio, che non tutti gli esseri umani reagiscono alla perdita sviluppando una depressione. Freud, nel suo testo Lutto e melanconia affermava che ogni lutto, conseguente ad una perdita, inizia con una fase depressiva. Ma non tutti i lutti esitano in una depressione.

Vi è una connessione necessaria tra perdita e dolore psichico, ma non tra perdita e depressione.

Perché la depressione si sviluppi bisogna che all’evento contingente sia assegnato un valore particolare, che cioè, esso venga a presentificare nella vita del soggetto una questione rimasta irrisolta, se questa evocazione non si produce, alla perdita seguirà il dolore, il dolore del lutto, ma sarà evitata l’evenienza della deriva depressiva.

Come nel caso di un paziente che chiamerò Aldo, che arriva da me spinto dalla moglie, perché da quando ha avuto un incidente si è chiuso in un dolore sordo e silenzioso. In questo indicente, avuto sul lavoro, ha perso due dita di una mano.

Durante una visita medica si sorprende a dire che anche al padre era capitato lo stesso incidente, alla stessa mano, anni prima. Mi confessa che sentiva, in questi ultimi tempi, che qualcosa sarebbe dovuto succedergli, perché era arrivato al limite della sopportazione. La storia di Aldo si dispiega, a partire da questo evento, come una storia di sopportazione di legami famigliari particolarmante oppressivi e umilianti, che lui, come il padre, sopportava stoicamente in silenzio. Al padre questa sopportazione era valso un grave declino economico ed una successiva depressione. Lui stava seguendo le sue stesse orme, senonchè  questo episodio di perdita, questo incidente ha innescato una dinamica inconscia che ha mobilitato la depressione.

Il fatto che Aldo abbia deciso di non soccombere alla depressione, di interrogarla e  di riconsiderare la sua storia personale, interrogandola a partire da questo accadimento, fino a giungere al significato che questa depressione aveva per lui, tutto questo ha fatto sì che Aldo abbia attraversato ed infine superato la sua depressione.

 Il punto di partenza è chiaro e già assodato: lo scatenamento depressivo si abbina a un evento di perdita: il soggetto perde una persona cara, un lavoro, una posizione economica, una condizione di salute fisica e questa evenienza inattesa produce una condizione di mancanza che si insinua e si diffonde nel vissuto affettivo.

Pertanto possiamo considerare tale contingenza come la scintilla che provoca un’esplosione, come l’episodio che rompe un argine, come la spinta ultima a superare una soglia rimasta fino a quel momento invalicata.

Ma è necessario attribuire a tale congiuntura la facoltà esclusiva di evocare una questione rimasta in sospeso, il potere di riattivarla e di rimetterla in moto.

Può trattarsi di una esperienza di perdita precedente rimasta irrisolta ed inelaborata, che la perdita attuale va a risvegliare ed a riattualizzarne il dolore.

Può trattarsi della morte di una persona cara, di una delusione radicale, o di un abbandono reale, è comunque sempre possibile rintracciare nella storia delle persone depresse un evento infantile  segnato da una perdita, che travolge la capacità del bambino di comprendere e digerire, metabolizzare un fatto della realtà che si riattiva in occasione della perdita che si verifica in età adulta.

 La cura della depressione con il trattamento psicoanalitico si basa su due punti forza: il potere della parola ed il transfert. Freud è stato un grande pioniere nel dimostrare che la parola ha un grande potere nel manifestare la sofferenza mentale, inconscia di un soggetto. Egli per primo è divenuto un premuroso ascoltatore delle parole del paziente, alla ricerca del significato particolare del sintomo nella vita del soggetto stesso.  Freud chiedeva ai pazienti semplicemente di parlare, senza dare importanza all’ordine logico di ciò che dicevano, parlare liberamente, seguendo la logica della libera associazione. Lacan ha proseguito la ricerca di Freud stabilendo in modo preciso la natura significante dei sintomi psichici, il loro processo di costituzione sulla base dei meccanismi linguistici che governano l’attività dell’inconscio. Qualunque  formazione dell’inconscio, dal sogno al sintomo, dal lapsus al motto di spirito, si produce, in relazione a precise regole che sono quelle del linguaggio e che Freud definiva condensazione e spostamento, e Lacan, avvalendosi dei progressi contemporanei della linguistica, metafora e metonimia.

Per essere più chiari, ogni produzione dell’inconscio è il prodotto di una logica sconosciuta al soggetto ma non per questo inconoscibile, e che si articola secondo leggi e norme analoghe a quelle che reggono il funzionamento del linguaggio.

Ecco allora perché la pratica della parola in psicoanalisi possiede una potenza straordinaria; attraverso di essa, nell’applicazione della regola fondamentale della libera associazione,il paziente può arrivare a penetrare il senso della propria sofferenza, portando alla luce il sapere inconscio che ne è alla base.

Dobbiamo però considerare che la formidabile potenza della parola non può tradursi in un’onnipotenza; se è vero che l’impiego della parola possiede un’efficacia terapeutica incontestabile, è altrettanto vero che la pratica simbolica che essa instaura si dimostra insufficiente a bonificare il terreno paludoso del sintomo. Vi è nel sintomo, infatti, una parte fatta di materiale significante, simbolico, e dunque decifrabile e disarticolabile tramite la parola, qualcosa però, nella struttura del sintomo e nel modo di sofferenza degli esseri umani, resiste a ogni natura simbolica. Nel sintomo, come aveva messo in luce Freud, esiste un vantaggio secondario, un attaccamento alla sofferenza stessa. In questo l’uomo è diverso dall’animale, l’uomo è l’unica creatura capace di ricavare un soddisfacimento dalla sua sofferenza, l’unica creatura che può non fare il proprio bene, pur conoscendolo.

Per arrivare ad intaccare questo punto estremo del funzionamento del  sintomo l’utilizzo dello strumento simbolico della parola non sempre è sufficiente, il senso si arresta di fronte all’inerzia del sintomo. Occorre avere uno strumento in più per incidere su questo aspetto: questo strumento consiste nel transfert. Il transfert è quel complesso di sentimenti ed emozioni che si instaura nella relazione del paziente nei confronti dell’analista. Questi sentimenti hanno un punto di partenza da sentimenti già vissuti con le figure parentali, ma si snodano in una relazione che diviene inedita con l’analista. Nell’entrare in relazione con l’analista il paziente, senza rendersene conto, mette in gioco parti pulsionali di sé legate alla sua modalità di godimento, pertanto un lavoro sul transfert permette una trasformazione dell’economia di godimento del soggetto ed un intervento più profondo e risolutivo del sintomo. Di questo si ha una prova rilevante proprio nella clinica della depressione. Il transfert si rivela lo strumento più raffinato a disposizione dell’analista per riattivare nel paziente quella possibilità di investimento erotico che si è quasi totalmente spento nella sindrome depressiva. Grazie al processo trans ferale il paziente può tornare a sperimentare l’effetto vitalizzante del desiderio e della mobilitazione pulsionale che vi si accompagna. La relazione con l’analista stacca così il paziente dallo stato letargico, quasi di incantesimo in cui si trova. In questo senso il transfert va pensato come un potente antidepressivo, ben più potente di qualunque psicofarmaco; il transfert contrasta l’effetto mortificante del nirvana depressivo e risveglia il soggetto.

L’incontro rivitalizzante con l’analista che il malato fa nel suo percorso di cura si dimostra decisivo anche per quel che riguarda lo sprone ad un uso diverso della parola. Una parola che viene riscoperta non più solo come lamento vuoto, ma come qualcosa che può rappresentare il soggetto nella dialettica con l’Altro. La cura analitica basata sulla parola risulta efficace solo se capace di rianimare la parola del paziente stesso. Ciò che rende possibile questa complicata operazione è il buon uso del transfert; si tratta, in altre parole, di instaurare una dinamica trans ferale viva e accesa, nel limiti naturalmente dell’etica deontologica, nel quale l’effetto di sorpresa e l’incontro con l’inaspettato prevalga sul tradizionale atteggiamento di neutralità dell’analista, la cui esasperazione di questo atteggiamento neutrale non farebbe altro che esacerbare l’effetto di mortificazione che il paziente depresso vive. Un transfert che si impianta nella vita del paziente come un evento fuori serie, inedito, diverso dai rapporti distruttivi che il soggetto normalmente intrattiene, che lo scuote e lo stana dal suo guscio.

Per questo la cura della depressione esige dall’analista uno sforzo in più, uno sforzo della sua disponibilità a rendersi vivo, il solo requisito capace di far rinvenire il soggetto dalla condizione ipnotica di stagnazione in cui si trova.

Laura Porta

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