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Il film “Il ritorno” di Andrei Zvyagintsev parla del padre, e  fa luce su un’espressione di Lacan: il padre è sempre un padre morto. Il padre appare fin dai primi fotogrammi come morto, in una riproposizione cinematografica del Cristo morto del Mantegna. Sembra quasi che l’attore sia stato scelto principalmente per questo: per poter incarnare una raffigurazione somigliante a quel dipinto. Nel viaggio i ragazzi incontrano l’aspra spigolosità del padre della legge, che infligge la castrazione ma permette anche di accedere alla vita, superare le paure, acquisire fiducia in se stessi, avere un’identificazione, una bussola (Andrei dopo la morte del padre assume alcune sue espressioni, si comporta in modo simile a lui). Quanto è difficile fare il genitore, non cedere al diventare amici dei propri figli,  oggi sono sempre più rari i padri in grado di esserlo. Ivan in una delle scene finali dice: “Avrei potuto amarti se tu fossi stato un’altra persona, ma tu non sei niente, sei venuto solo a tormentarci, ti odio!” Ma queste dichiarazioni di odio non sono altro che l’altra faccia dell’amore, Ivan fugge per farsi rincorrere, per avere un riconoscimento dal padre. Un riconoscimento che sembra compiersi definitivamente in una delle scene finali, dove i ragazzi scoprono la loro foto – lui con loro da piccolissimi, i suoi figli – che il padre teneva dietro ad un parasole dell’auto. Non è più una fuga verso la madre, verso la sua protezione consolatoria (si veda la prima scena di rincorsa fra i fratelli), ma una fuga disperata per avere il riconoscimento del padre: “Tu sei mio figlio”. In altre occasioni il padre aveva lasciato perdere le provocazioni oppositive del figlio, lo aveva quasi fatto sentire abbandonato, questa volta invece lo insegue, lo riconosce e lo accetta nella sua provocazione. Dunque non è necessario che un padre sia amorevole, che sia una persona simpatica e gentile, non è necessario che un padre sia amato dai figli per svolgere la sua funzione simbolica. Può essere un padre morto, purchè li abbia riconosciuti come figli, purchè abbia dato loro l’insegnamento che vale la pena pagare il prezzo della castrazione per guadagnare una maggiore libertà, la libertà di essere soggetti responsabili delle proprie azioni e padroni del prorpio desiderio. Purchè una madre gli faccia posto, atto che ai giorni nostri, ahimè, sembra sempre più raro. Il padre morto con la sua scomparsa nel mare si porta via quell’oggetto prezioso (il misterioso oggetto disotterrato e nascosto nella barca), oggetto piccolo (a),  oggetto causa di desiderio, da sempre perduto, che il padre contribuisce a far perdere al piccolo d’uomo interdicendo l’incesto, donando in cambio una vita in cui il desiderio è operativo, una vita che può essere spesa mettendo in moto la macchina meravigliosa del desiderio. L’oggetto piccolo (a) va cercato altrove, non più nel corpo della madre, esso è irrimediabilmente da sempre e per sempre perduto, va cercato in un’altra donna, in un altro uomo, in una professione, in un’opera d’arte, il padre se lo è portato via irrimediabilmente. E passeremo tutta la nostra vita a cercarlo, se siamo in una discreta salute psicologica. Diversamente, passeremo la nostra vita incollati alla madre, in un’apatia o diffidenza verso il mondo. Una volta dato questo insegnamento il padre muore, nè troppo presto nè troppo tardi, perchè egli muore nel momento in cui i due ragazzi hanno assunto ed accettato il dono paterno. Ne hanno fatto un simbolo, un’identificazione, hanno accettato il dono della castrazione in cambio di un’altra soddisfazione. La soddisfazione di essere adulti responsabili e desideranti. A questo punto un padre può essere anche un padre morto, perchè è divenuto simbolo, non occorre più che egli viva. Diversamente da una madre, che soprattutto nei primi anni di vita di un bambino è necessario che essa sia presente e viva per l’accudimento, un padre, dopo aver lasciato il suo dono simbolico, può anche morire, non occorre più la sua presenza incarnata (nella clinica incontriamo invece innumerevoli rivendicazioni isteriche di madri e mogli: “Non fa il padre, non sta mai con i suoi figli, non li fa giocare”…ma dove sta scritto che un padre deve far giocare i prori figli? O magari accudirli?Anche Ulisse, nella sua assenza, in fondo, è stato un ottimo padre). Lacan arriva a dire che un padre potrebbe anche essere rappresentato da un interesse della madre, un lavoro, un nonno defunto, da qualcosa che nella mente della madre faccia da limite al suo godimento del bambino, che sposti la sua attenzione ed il suo desiderio altrove. In questo senso il padre, come puro simbolo, potrebbe anche essere morto. Ciò non toglie che, per una bambina, i primi sentimenti di amore e di tenerezza verso un uomo passano, e spesso si fissano, da un padre. Dunque è fondamentale anche la sua presenza incarnata, i ricordi, gli scambi di affetto simbolici… e per un bambino un padre è un appiglio identificatorio forte, una bussola ed un lume che può orientarlo nella vita. Dunque è vero, il padre può esistere in quanto morto, quello simbolico, ma c’è anche il padre reale ed immaginario che si nutre di presenza viva…di qui la disperazione dei due ragazzi alla morte del padre. Mai più gite avventurose insieme, in cui si ha la sensazione di essere diventati uomini, mai più liti ed aggressioni, mai più sfide, mai più un nemico incarnato contro cui combattere, mai più una figura da imitare e da amare… Leggo una recensione sul Morandini dove il regista dichiara:  “<Non ci sono né simboli né metafore. Due ragazzini vanno sull’isola col padre: non è una metafora, è una storia che appartiene alla vita> (A. Zvyagintsev). È un invito a rinunciare alla smania dell’interpretazione davanti a un film che non dà risposte alle domande che pone”. Mirabile esempio di come gli artisti, inconsapevoli, arrivino a dire cose che gli psicoanalisti dicono con complicati discorsi teorici, basandosi sull’osservazione della clinica, senza però mai raggiungere la chiarezza visionaria con cui gli artisti vedono e prevedono le cose del mondo e della vita. L’artista, in questo caso, ha preceduto lo psicoanalista. Laura Porta

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