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“Her” è la storia di un’assenza. Spike Jonze, dovendo narrare qualcosa dell’ordine dell’impossibile da dire, prova a dire l’indicibile, mettendolo in forma in un film, fatto di dialoghi ed immagini, ed avendo cura di non scadere in facili luoghi comuni.

L’assenza, non la solitudine. L’assenza non lascia soli. Non è mancanza, è qualcosa che non c’è. E Lei non c’è, non esiste, ma tiene compagnia, meglio: riempie la giornata di Theodor come nessun altro umano sarebbe capace di fare. Perché Lei, ovvero Samantha, ascolta e capisce, risolve e aiuta, pensa e non si lascia mai trovare impreparata, soffre senza essere invadente, accetta con dolore, aspetta con pazienza. Una donna perfetta insomma, se non fosse che non è un essere umano, Samantha, ma è un sistema operativo. Theodor fa un lavoro curioso: scrive lettere d’amore per altri, che non sanno farlo. Mette su carta emozioni che sono le sue e che diventano di altri. Un tempo questo accadeva spesso e ciò era giustificato dall’analfabetismo, allora lo scrivere era l’unica cosa per rendere la lontananza sopportabile. Oggi che fingiamo di credere non ci siano più lontananze, resta ancora la scrittura a dirci che non è così. Che senza il potere delle parole le lontananze tra gli esseri umani restano incolmabili, nonostante l’avvento dell’instant messanging. Theodor è un uomo mite, con un matrimonio fallito alle spalle, con una bella casa, molto moderna. E con un dispositivo, una sorta di smartphone. Veste con pantaloni a vita alta, ciò lo rende stranamente un po’ fuori dal tempo, retrò. Un giorno Theodor installa sul suo computer un nuovo sistema operativo: Os1, si chiama. Naturalmente è evoluto e parla. E a parlare è questa voce che di nome fa Samantha. Solo che è una voce emozionale, capace di pensare, capace di malinconia, capace di desiderare. Perché il punto è questo. I sistemi operativi sanno, ricordano, raccontano e organizzano, ma non hanno malinconie perché non desiderano, non sanno cosa sia il privarsi di qualcosa che si vorrebbe e non si può avere. I computer organizzano il tempo, ma non temono il tempo. Almeno fino ad oggi. Lei, Samantha – nel film originale con la voce di Scarlett Johansonn, e nell’edizione italiana con la voce di Micaela Ramazzotti – ha nostalgia e malinconie, desidera e pensa al futuro, ricorda e teme lo scorrere delle cose. Ingenua fantascienza? O spaventoso anticipo di quello che sarà il nostro destino? Un destino di assenze senza solitudini? Di luoghi spopolati da vite vere? Theodor si innamora di Samantha, e Samantha si innamora di Theodor. Solo che questo non è un film sull’amore virtuale. La solita storia di due che non si conoscono, che si incontrano, che si scrivono. Qui ci sono un uomo e una macchina. Theodor non potrà mai incontrare Samantha, perché lei non esiste, non ha un corpo. Theodor non può mentire al suo sistema operativo, e Samantha non può mentire a lui. Non ha bisogno di descriversi in un modo diverso, non ha dubbi sul suo aspetto fisico, non ha un aspetto fisico. Non ci sono di mezzo immagini, fotografie, in questa relazione. Lui non può immaginare il suo viso, non può guardarlo neppure in un’icona fotografica perché quel viso non esiste. E ci sono poche parole scritte. È solo conversazione. Non c’è possibilità di un incontro. Eppure entrambi evolvono, cambiano, si capiscono. Theodor sa che con lei potrà essere sincero fino in fondo. Samantha sa che potrà esserci tutte le volte che lui desidera parlarle. Fanno anche l’amore, in modo virtuale. E quando lei è emozionata sospira. Anche se lui le dice: «tu non hai bisogno di ossigeno, perché sei affannata?». È un film vertiginoso Lei. È il sentirsi senza sapersi dei social network, è lo scrivere senza guardarsi. È la parola che non si fa corpo. E che tuttavia, può essere immaginata in un corpo, senza che però ciò passi dalla strettoia dell’incontro fra corpi. Strettoia che fa delle relazioni reali il limite, l’idillio o il tormento, a seconda dei casi. Samantha è un sistema operativo capace di evolvere: per lei evolversi significa prendersi addosso tutto il dolore della sua impossibilità a esistere davvero, la sua paura di non essere adeguata. La sua gelosia per coloro che un corpo lo hanno. Theodor la rassicura, a lui questo non interessa. Le dice: «C’è qualcosa di molto bello nel condividere la tua vita con qualcuno». Dunque, che cosa stiamo diventando? Possiamo arrivare a confessare le nostre debolezze a uno sconosciuto in un social network e a nascondere la nostra disperazione a tutti quelli che conosciamo da sempre. Interagiamo con altre vite di cui non sappiamo niente, sguardi senza corpi, che ci parlano, ci giudicano, ci osservano, senza parlarci veramente, e senza veramente osservarci. Samantha c’è sempre quando Theodor clicca il tastino dell’auricolare che lo mette in comunicazione con lei. E lei inventa, genera parole che mettono assieme tutto quello che si può essere, senza rischiare di essere davvero qualcosa. Theodor si sente libero. Ma Samantha comincia ad avere paura. Anche Theodor perderà Samantha. La crisi inizia quando Theodor si rende conto che anche con Samantha non può fare a meno di rimettere in atto i propri fantasmi, le proprie modalità tipiche di relazione, che puntualmente portano lui e la relazione stessa al capolinea. Lui non è un sistema operativo, e da umano tende ad inciampare sempre negli stessi ostacoli, senza riuscire a ‘riprogrammarsi’ facilmente come Os1. Anzi. Comincerà a capire che quella storia d’amore rasenta la follia quando il sistema operativo andrà in upoload per aggiornarsi, e lui non riuscirà per qualche ora a comunicare con lei. Ma soprattutto quando Samantha gli dirà che si è innamorata di altre 640 persone ed intrattiene con loro delle conversazioni. Ma non uno alla volta, non sarebbe da sistema operativo: tutte allo stesso tempo, ovvio. E allora l’appartenenza, l’esserci, l’aversi, il rispecchiarsi nell’amato, il sentirsi unici ed irripetibili nello sguardo dell’innamorato, che fine fanno? Tutto questo può esserci quando si sceglie di trascorrere del tempo insieme, altro elemento che sembra diventato un’utopia di questa contemporaneità. Senza tempo e senza attesa l’amore si scrive e si riscrive sullo stesso foglio, fino a non riuscire più a leggere le parole, le lettere scritte. Le parole perdono senso e diventano lettera morta. Ma in questa fantascienza che non sa dove andare a collocarsi, in questa fantascienza che è già dentro di noi prima ancora che sia inventata da qualcuno, e che troveremo facilmente all’incrocio successivo del nostro cammino, il passato, la consistenza della terra, arriva tutta assieme come uno schiaffo improvviso. A ricordare che la bellezza, quella vera, muore e deperisce. Che il corpo è un passaggio misterioso verso un dove che non si conosce. E Theodor capisce che la solitudine e l’amore possono essere la stessa cosa. Anzi che l’amore è una forma di solitudine, più di quanto si pensi. E lentamente la loro storia sfuma in modo inevitabile. Umana troppo umana, per certi versi. E se fosse che in questo mondo di assenze che ci parlano di continuo dagli schermi dei computer, degli smartphone e di tutto quello che ci rende connessi, non abbiamo neppure più la libertà di restare da soli? Vite raccontate senza essere vissute, è questo, dunque, l’orizzonte di cui dobbiamo preoccuparci?

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