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Di Laura Porta.

Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli

che compiono azioni malvagie

 ma per quelli che osservano senza dire nulla

(A. Einstein)

sindaco-lampedusa1Il 19 aprile la giuria del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell’Unesco ha attribuito il prestigioso riconoscimento alla sindaca di Lampedusa Giuseppina Nicolini e all’Ong francese SOS Méditerranée, per aver salvato la vita a numerosi rifugiati e migranti e averli accolti con dignità. “Da quando è stata eletta sindaco nel 2012, Nicolini si è distinta per la sua grande umanità e il suo impegno costante nella gestione della crisi dei rifugiati e della loro integrazione dopo l’arrivo di migliaia di rifugiati sulle coste di Lampedusa e altrove in Italia”, si legge nelle motivazioni.

Vorrei commentare una sua lettera di qualche anno fa, che era un appello all’Unione Europea:

Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa

Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.

Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore.

In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza. Giusi Nicolini.

Una lettera scritta in prima persona e piena di commozione. Una compassione e una tenacia nel suo intervento che mi evoca la parabola del buon Samaritano: un viandante viene malmenato, derubato e abbandonato sul bordo della strada. Passa un sacerdote, che va oltre. Passa un levita, che va oltre. Passa un Samaritano che lo soccorre, lo accompagna alla più vicina locanda, lascia all’oste dei soldi e gli chiede di occuparsi di lui. Salderà al suo ritorno l’eventuale debito sospeso.
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Che cosa ci dice questa parabola? Intanto il fatto di svolgere una professione (sacerdote, psicologo, medico, sindaco) non implica necessariamente l’atto di decidere di prendersi cura di qualcuno. Si tratta di una decisione soggettiva, in cui ognuno di noi è solo, e la solitudine di Giusi Nicolini traspare molto bene dalle sue parole.

Il Samaritano inoltre non resta lì ad attendere la riconoscenza dell’uomo soccorso, ma gli lascia un debito simbolico. Un debito che sta alla base di ogni legame sociale. Dice all’oste: “ripasserò a saldarlo”.  Colui che ha ricevuto donerà ad altri. Un principio noto in psicoanalisi.

La lettera di Giusi Nicolini mi ha permesso di sviluppare una riflessione sulla solitudine di chiunque decida di prestare soccorso a una persona sofferente e sul fatto che le persone che ricevono un aiuto, che non possono in quel momento ricambiare, saranno probabilmente riconoscenti e salderanno il loro debito, un giorno, verso altri, verso la società, verso il prossimo. L’atto del prendersi cura è un modo per seminare la pace contro l’odio.

Grazie alle relazioni d’aiuto si possono fare degli incontri. Occorre, da parte di tutti, la decisione di voler vedere che cosa stia accadendo: il Samaritano vede la persona in difficoltà e la soccorre. Infine lo affida ad un altro, poi salderà il conto. Non ritiene necessario fermarsi a ricevere il ringraziamento. È proprio perché non si ferma che permette al soggetto che è stato soccorso di ‘saldare il suo debito’ con qualcun altro, ovvero di trasmettere a sua volta qualcosa dell’esperienza fatta nel suo incontro. In questo senso la relazione d’aiuto e il legame sociale sono tra loro annodati.

Il mondo occidentale oggi non conosce più grandi guerre, se non la guerra contro il terrorismo internazionale, tuttavia nel mondo arabo e africano vi sono battaglie e scontri, dove muoiono civili inermi, che hanno la sola colpa di essere nati in quei luoghi. Per loro l’unica via di scampo è fuggire, lasciare i propri cari e la propria terra, affidandosi ad organizzazioni di persone prive di scrupoli per avere un futuro migliore.  Viaggi che si rivelano spesso fatali. Anche se sono stati varati nel corso degli anni piani di regolarizzazione del fenomeno migratorio, si ricordino “Frontex” e “Triton”, la situazione non sembra essere migliorata.

Stiamo assistendo al più grande genocidio del terzo millennio. In molti casi coloro che arrivano a destinazione vengono soccorsi da medici, da organizzazioni sul territorio, oltre che dalle popolazioni locali. In altri casi l’atteggiamento è di indifferenza, se non addirittura di odio. La polizia territoriale arresta puntualmente gli scafisti, ma evidentemente non basta. Di recente si sta verificando con regolarità il fenomeno di profughi che giungono a noi dopo aver subito torture e sevizie nel territorio libico.

Siamo di fronte ad un serio problema internazionale, decisamente complesso: occorre valutare bene le ragioni per cui ad un certo punto l’Europa è stata investita da una corrente migratoria enorme; la stabilità politica ed economica di diversi stati medioorientali, già fragile di per sè, è stata messa a soqquadro da interventi miopi e sconsiderati delle grandi potenze occidentali, USA in testa. Oggi è indispensabile una valutazione chiara di errori politici colossali per poter  predisporre interventi a lungo termine che siano in grado di contenere questa corrente migratoria. Un problema di portata globale, dunque, ma verso cui  ciascuno di noi è chiamato in causa.

Giusi Nicolini è un simbolo e un esempio importante: una donna che non resta indifferente di fronte al dolore, una donna che, in solitudine e con determinazione, ha deciso di “voler vedere” che cosa sta accadendo e di intervenire, sia in prima persona che facendo appello alle politiche internazionali.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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