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Sulle terapie riparative.
Alcuni colleghi promuovono terapie riparative per ‘educare i gay all’eterosessualità’. Questa posizione ideologica ha una doppia funzione, etichettare come ‘malati’ gli omosessuali e promuovere pedagogicamente cure impossibili da praticare, perchè l’omosessualità è un modo di essere, non una malattia. Questo articolo è un invito alla comunità scientifica internazionale a vigilare su posizioni eticamente scorrette, che potrebbero nuocere gravemente, tutelando il primo principio della medicina secondo il giuramento di Ippocrate: non nocere.

di Laura Porta.

Il mio recente ingresso nella redazione degli Intrusi mi porta ad esplorare tematiche di cui mi ero occupata solo trasversalmente, come l’attuale dibattito sulle terapie riparative. Scopro l’esistenza di colleghi, psicologi e psichiatri, che sostengono che l’omosessualità non è una variante naturale del comportamento umano, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma un disagio identitario che va corretto dall’educatore che deve spingere il gay verso l’eterosessualità.

commissione_famiglia01La mia formazione psicoanalitica dava per assodata l’esclusione dell’omosessualità dallo spettro delle patologie, ma devo constatare che esiste una pluralità di vedute, e questo, in sé, non sarebbe una novità: le teorie psicologiche sono tra le più variopinte e multiformi. Pertanto questa ‘teoria’ cattura l’attenzione degli addetti ai lavori per ben due motivi: il primo è che si pone apertamente in contrasto con le direttive internazionali di diagnosi e cura, contravvenendo apertamente al codice deontologico dell’Ordine degli Psicologi e ponendosi in una posizione etica dubbia, il secondo è che dei colleghi escono dal campo della psicologia e della psichiatria per occupare quello della pedagogia persuasiva, più prossima all’ideologia che alla scienza.

Mi domando: che cosa può orientare dei colleghi verso una simile posizione antitetica? Non conosco, francamente, la risposta, ma da psicoanalista proverò ad affidarmi alle mie libere associazioni, seguendo l’esempio di Fachinelli nel suo libro “La mente estatica”, fiduciosa che da esse possa scaturire qualche intuizione utile:

Siamo in Unione Sovietica, in un periodo tra gli anni ’30 e gli anni ‘70. La dittatura di Stalin è tramontata, ma il governo russo mette a punto una strategia più subdola ed invisibile per mettere a tacere i dissidenti: psichiatrizzare i rivoluzionari. Così la psichiatria è stata utilizzata per decenni a fini politici in Russia: chi si dissociava, entrando in conflitto con il regime comunista, veniva ‘diagnosticato’ con un’etichetta qualunque o inventata, come quella di ‘schizofrenia latente’, e conseguentemente internato in un manicomio criminale. Chi faceva diagnosi di follia? Psichiatri asserviti al regime. Che cosa rendeva diagnosticabili come folli? Essere contro il comunismo, semplicemente. Al di là di ogni metodo diagnostico verificabile scientificamente, questi psichiatri della fantascienza si prestavano, a migliaia, a difendere gli interessi del totalitarismo. A pagarne il prezzo, altissimo come quello del valore di una vita, sono state centinaia di migliaia di persone sane, giudicate malate da specialisti a causa dei loro principi rivoluzionari e della loro dissidenza politica. Sembra una favola, ma è accaduto, è documentato.

Che cosa ci insegna questo? Che ogni epoca, e non solo quella delle persecuzioni naziste, ha avuto i suoi professionisti pronti ad asservirsi ad un padrone tradendo il giuramento di Ippocrate, operando palesemente contro ogni evidenza clinica ed ogni criterio etico condiviso.

Tuttavia questa libera associazione non mi aiuta a trovare una risposta plausibile all’iniziale domanda: siamo nell’Italia del secondo millennio, nessun regime sta facendo un’opera intimidatoria nei confronti degli psichiatri, questa possibilità è assolutamente da escludere e non è un buon termine di paragone per spiegare il comportamento dei misteriosi colleghi.

Mi permette, piuttosto, di fare una considerazione: etichettare un essere umano come pazzo, malato, deviante, disturbato è un modo per metterlo a tacere, per non ascoltare le argomentazioni logiche o lo statuto esistenziale da cui parte per fare le sue contestazioni, è un modo per colpire l’essere evitando di ascoltare le verità scomode che la persona ha da raccontarci. E’ una forma sleale di negazione delle differenze, della pluralità delle voci. Sleale perché si sottrae al confronto dialettico, all’ascolto delle pluralità dei modi di esistere.

Un’altra libera associazione: siamo nel romanzo dei Promessi Sposi, incontriamo Don Abbondio, lo vediamo nella scena inaugurale, alle prese con le minacce dei bravi di don Rodrigo, nella posizione del «vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro». Si verifica una minaccia del suo quieto vivere, della sua «neutralità disarmata». Davanti al divieto che gli viene imposto: “Questo matrimonio non s’ha da fare”, egli reagisce sommessamente con un: «Disposto… disposto sempre all’ubbidienza». Tenterà di mettere in salvo la propria pelle, ad ogni costo. Il secondo incontro è quello tra Don Abbondio e il cardinal Federigo, che gli chiede di rendere conto del suo comportamento. Don Abbondio borbotta vaghi discorsi autodifensivi, facendo riferimento ai «comandamenti terribili» ricevuti, all’angoscia del suo essersi trovato solo davanti alle minacce, mentre il cardinale «quelle facce» non le ha viste. Sono giustificazioni che, come lettori, conosciamo già, perché ci sono state anticipate nelle sue rimuginazioni solitarie, ma questa volta esse sono contrassegnate da una tranquillità di fondo, quasi una sicurezza, che lo porta ad una riflessione ai limiti del filosofico: «Torno a dire, monsignore, che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare». Egli non è in grado di compiere una scelta etica, di prendere una decisione soggettiva. Esiste soltanto l’accettazione pacificata di una presunta ‘carenza naturale’ del suo essere. Quest’assenza di coraggio, che sembra una pacifica constatazione logica, è in effetti la conclusione di un processo: don Abbondio non ha più il problema di che cosa fare della sua paura, ma ha soltanto da obbedirle in ogni circostanza («Disposto… disposto sempre all’obbedienza»). Non è difficile ritrovare Abbondio incurante, indolente, invariabile, insieme ai bravi, gli azzeccagarbugli intorno a noi, ogni giorno.

Ma anche questa libera associazione porta fuori strada, non può avere niente a che fare con il misterioso comportamento dei colleghi, a meno che essi obbediscano ad un ‘persecutore interno’, ovvero soffrano di vissuti omofobici e mettano in atto un comportamento evitante attraverso l’obbedienza ad un’ideologia ‘per la famiglia tradizionale’ pseudoscientifica e pseudoterapeutica. Pure divagazioni psicoanalitiche, che in assenza di un confronto con i diretti interessati restano voli pindarici, mere ipotesi teoriche. Che cosa anima questi ‘scienziati’, dunque? Essi fondano ‘commissioni scientifiche’ (verrebbe da domandarsi, per fare un gioco di parole: chi è il committente della commissione? Ma forse verremmo delusi dalla risposta, possibile che non esistano affatto dei committenti), per validare terapie riparative in favore della famiglia, etichettando come deviante o patologico tutto ciò che si colloca al di fuori o a lato. Se chiedessimo a questi medici di argomentare le loro tesi risponderebbero, presumibilmente, nel modo degli psichiatri del regime russo: sono malati, vanno corretti, educati. Nessun rispetto delle differenze, nessuna considerazione riguardo alle conoscenze ormai consolidate sull’omosessualità, essi opererebbero come gli psichiatri asserviti al regime mettendo sullo stesso piano dissidenza politica ed omosessualità, reprimendo le voci che proclamano o testimoniano verità scomode. Il paragone è puramente associativo, gli attori di queste vicende sono profondamente differenti nei principi, nella natura e negli intenti, l’unica similitudine è l’intento correttivo di una ‘non patologia’.

Ora, se nel caso dell’uomo comune può essere ammessa l’ignoranza, nel caso di un professionista della cura no. Resta forse la tesi di Hanna Arendt, quando affermava della banalità del male. Forse questi colleghi sono solo in cerca di notorietà? E nella società a capitalismo avanzato sappiamo che la fama e la notorietà sono i nuovi tiranni di una dittatura invisibile, le nuove sirene irresistibili, come predisse Pasolini.

Il problema che si pone di fronte a queste persone che si definiscono di scienza è il fatto che commettano un abuso professionale, emettendo pubblicamente giudizi e valutazioni scorretti che possono seriamente nuocere psicologicamente, contravvenendo al principio base della medicina: primum non nocere.

Che cosa può fare la comunità scientifica internazionale per arrestare queste degenerazioni? Vigilare, tenere sotto osservazione il loro operato, essere pronti ad intervenire. E’ il minimo che una società civile possa pretendere e garantire.

Leggi l’articolo completo su il Blog della Casa dei Diritti

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