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Di Laura Porta.

Persi nel gioco2Le inchieste di Fabrizio Gatti (leggi l’articolo) e Paolo Biondani (leggi l’articolo) pubblicate su l’Espresso dello scorso 5 febbraio svelano interessanti retroscena di un fenomeno tutto italiano: la diffusione epidemica ed esponenziale di macchinette mangiasoldi in Italia. 397.000 macchine ad oggi autorizzate garantiscono ai gestori una densità media nazionale di un apparecchio ogni 151 abitanti, numeri che battono perfino i medici, fermi a uno ogni 250 residenti. Siamo tra i primi sei Paesi nel mondo anche come spesa individuale.

Nel 2016 in Italia sono stati buttati nel gioco 95 miliardi di euro, “Fanno la bellezza di 7,9 miliardi al mese, 260 milioni al giorno, quasi 11 milioni l’ora, 181 mila euro al minuto: cioè il 4,7 per cento del nostro Pil. È come se ogni persona, neonati compresi, avesse puntato e magari perso 1.583 euro. Ci siamo bevuti molto più del fatturato annuale di Mercedes auto (83,8 miliardi), o di Amazon (sempre in euro, 83,6 miliardi) e perfino della Boeing che costruisce e vende aerei nel mondo (90,2 miliardi)”, introduce Gatti.

Ma com’è stato possibile raggiungere questo catastrofico primato?

Si è cominciato con il governo Berlusconi dall’idea di incrementare le entrate fiscali attraverso le concessioni per il gioco, per non aumentare la tassazione generale. E nel 2009 si è superato il punto di non ritorno: sempre grazie a un governo Berlusconi, con il decreto per l’Abruzzo che pretendeva di ricostruire L’Aquila e la provincia distrutta dal terremoto con le imposte sull’azzardo, è stata decisa l’invasione senza precedenti di slot-machine e l’introduzione delle nuove videolotterie. Sappiamo come è finita: invece della ricostruzione, l’Italia è diventata una disperata sala giochi” (…) È infatti lo Stato a permettere e sostenere l’overdose collettiva di giochi a pagamento. Perché da un lato favorisce la raccolta di incassi che finiscono puntualmente a società con sedi fiscali fuori confine: Londra, Lussemburgo, o Cipro. Ma allo stesso tempo preleva dalle giocate tasse ridicole. Giusto per ricordare: elettricità, gas, farmaci, ristoranti, teatro, uova, carne ci costano il dieci per cento di imposte, vestirci addirittura il ventidue per cento. Indovinate quanto versano al nostro fisco i concessionari che gestiscono le videolotterie? Una minitassa del 5,5 per cento, che fino al 2011 era addirittura del 2 per cento (…). Un ulteriore regalo alle poche società autorizzate, tra le quali il gruppo “Atlantis-BPlus” della famiglia Corallo” (Gatti).

Persi nel gioco3Da qui parte una seconda, più approfondita inchiesta di Paolo Biondani sugli intrecci tra la nota famiglia Corallo e i nostri politici di sempre.

Nel 1948 i fondatori della nostra democrazia avevano vietato ai privati il gioco d’azzardo, proprio per l’alto rischio d’infiltrazioni criminali, ammettendo solo pochissimi concessionari con «adeguate garanzie d’idoneità». Nella seconda Repubblica invece può arricchirsi con le slot anche una offshore anonima. Senza bilancio. Che auto-certifica la sua solidità dichiarando cifre «indicative» (e in una beffarda nota avverte che «non costituiscono redditi effettivi»). E così, scommettendo 6 mila dollari con una offshore, Corallo junior può invadere l’Italia con le prime 70 mila macchinette mangiasoldi. Con il timbro dello Stato. Da allora l’azzardo diventa una patologia nazionale: le giocate continuano a salire, da meno di 20 a più di 90 miliardi all’anno”. (Biondani).

Aggiunge Gatti:

È nata così la nuova ‘casta ludens’: una generazione di investitori, manager, lobbisti, parlamentari amici, avvocati, burocrati, matematici, ingegneri, politici nazionali e locali che, dietro i paramenti del gioco pulito, perseguono i naturali interessi economici del settore. La ludocrazia dà lavoro in Italia 146 mila persone. Ha piantato radici in migliaia di famiglie. Perfino nel nome adesso è più gentile.

Fin dal 2003 i ludocrati hanno fatto correggere gli articoli del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, il Tulps: non si chiama più ‘gioco d’azzardo’ ma ‘gioco lecito’. Il messaggio cambia. È scritto ovunque nei siti, sulle slot-machine, nelle sale giochi, accanto al logo rassicurante dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli: «Gioca senza esagerare». Se finisce male, è perché hai esagerato. Secondo lo Stato, lo sviluppo di patologie dipende insomma dall’individuo. Non dall’offerta di campagne commerciali invasive e potenzialmente pericolose.

Vorrei commentare, da psicoanalista, quest’ultimo punto. La psicoanalisi, con la sua nascita agli inizi del Novecento, ha operato una sovversione del concetto di sofferenza psichica. Ciò che veniva relegato all’ambito del “deficit” – il malato mentale come portatore di una patologia deficitaria – è stato riesaminato attraverso l’indagine analitica, con il risultato di un ripristino di dignità dei soggetti, i cui meccanismi di funzionamento si sono rivelati interconnessi anche alle dinamiche delle relazioni famigliari ed interpersonali. Analizzati e sciolti tali meccanismi, in molti casi c’è stata la risoluzione delle patologie stesse.

Oggi assistiamo ancora a commenti, da parte dell’opinione pubblica ma non solo, nei confronti dei soggetti affetti da una dipendenza some se fossero portatori di un deficit strutturale, una mancanza di risorse psichiche e soggettive che li porta inesorabilmente a distruggersi attraverso il gioco o la dipendenza da sostanze. I “ludocrati” spesso scaricano la responsabilità della diffusione epidemica della patologia da gioco d’azzardo indicando la causa in una presunta fragilità strutturale: essi si sono distrutti con il gioco, ma si tratta di soggetti ‘predisposti’, si sarebbero distrutti in qualunque altro modo. Complici alcuni psicologi che prestano la propria competenza ‘adattando’ il proprio sapere al servizio del sistema “ludocratico”.

Tuttavia le recenti ricerche in psicoanalisi evidenziano come il discorso sociale abbia un ruolo decisivo nello sviluppo di patologie psichiche correlate. Accanto a una costellazione psichica e familiare potenzialmente vulnerabile, il discorso sociale può incentivare, se non addirittura determinare, l’insorgenza di determinate patologie. Si pensi per esempio a quanto è stato detto e scritto sulla correlazione tra l’insorgenza epidemica del sintomo anoressico e la diffusione di messaggi di valorizzazione della magrezza scheletrica da parte del mondo della moda e dello spettacolo.

Lo sostiene anche Pietro Barbetta, Professore di Psicologia presso l’Università di Bergamo: dal punto di vista della psicoanalisi la diffusione a tappeto e strategica di slot machines, con il messaggio di salvezza e di riscatto ad essa implicito, ha una grande parte di responsabilità nell’incentivare la dipendenza. Un buon incontro con uno psicoanalista può essere decisivo nell’operare un’inversione rispetto alla modalità di funzionamento del proprio godimento: dalla dissipazione alla invenzione costruttiva. Ciò non toglie, visti i numeri sbalorditivi[1] che sta assumendo il fenomeno della dipendenza da gioco, che le nostre istituzioni siano chiamate alla grande responsabilità di limitare l’accesso, la diffusione e l’utilizzo di queste macchine della disperazione.

[1]  “790 mila italiani malati di gioco, un milione 750 mila a rischio patologia. Sono i dati raccolti da “Sistema gioco Italia”, la federazione di Confindustria, e ripresi dalla Camera in una mozione approvata due anni fa che denuncia il prezzo sociale e sanitario dell’epidemia: per curare i malati, si sfiorano i sette miliardi l’anno”. Fabrizio Gatti, L’Espresso, 5 febbraio 2017.

 

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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