335 7569647
Seleziona una pagina

Di Laura Porta.

“Non dimenticate mai che sarà sufficiente una crisi politica,

 economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione.

Questi diritti non sono mai acquisiti.

 Dovrete restare vigili durante tutto il corso della vostra vita.”

attribuita a Simone de Beauvoir

 

La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza non ha mai avuto vita facile. Ci sono voluti anni di battaglie per approvarla, infine è stata emanata nel rispetto di chi era ad essa contrario, prevedendo una clausola di salvaguardia per gli operatori sanitari che, per motivi etici o religiosi, non volessero aver parte attiva nelle pratiche di interruzione. Una legge che non costringe a fare qualcosa contro la propria coscienza, che offre una possibilità di scelta a donne che, per motivi diversi, ritengono di non avere altra alternativa, dopo un congruo periodo di riflessione.

legge-194aSecondo gli ultimi dati del ministero della Salute in Italia i ginecologi obiettori, che non praticano l’interruzione volontaria di gravidanza prevista dalla legge 194 del 1978, sono circa il 70%. In alcune regioni le percentuali di obiezione tra i ginecologi sono superiori all’80%: in Molise (93,3%), in Basilicata (90,2%), in Sicilia (87,6%), in Puglia (86,1%), in Campania (81,8%), nel Lazio e in Abruzzo (80,7%). Quattro ospedali pubblici su dieci, di fatto, non applicano la legge 194 e continuano ad aumentare gli aborti clandestini. È del tutto evidente come in Italia si stia violando un fondamentale diritto delle donne e delle coppie. Basta confrontare le nostre statistiche con quelle del resto d’Europa: in Francia e nel Regno Unito i medici obiettori sono circa il 10%.

Sorge spontanea una domanda: si tratta di una più elevata coscienza etica e religiosa dei medici connazionali rispetto a quelli stranieri oppure abbiamo a che fare con dinamiche dai meccanismi oscuri, all’italiana?

Secondo il Consiglio d’Europa l’Italia discrimina medici e personale sanitario che non hanno optato per l’obiezione di coscienza in materia di aborto. Essi sono vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Ciò si verifica perché la minoranza dei non obiettori ha il carico della totalità degli interventi e si trova, di conseguenza, emarginato da altri possibili sviluppi ed applicazioni della professione, subendo un danno professionale. Un conto è fare anche interruzioni di gravidanza, un conto è fare solo o soprattutto interruzioni di gravidanza. Dopo aver resistito per qualche anno, molti non obiettori si “convertono” all’obiezione di coscienza.

Sono in gioco fattori psicologici dei non obiettori, oltre che la possibilità di avanzamento nella carriera. Il medico intraprende la sua professione per una vocazione a salvare la vita, ambisce a fare interventi che lo gratifichino, sia sul piano umano che su quello professionale. L’interruzione di gravidanza dovrebbe essere un’attività marginale rispetto a quella del far nascere bambini; ma l’essere nella minoranza dei non obiettori li allontana, in qualche misura, dalle altre attività.

Di fronte al problema oggettivo dell’assoluta preponderanza degli obiettori – ed alle difficoltà che ciò provoca alle strutture ed alle donne che vorrebbero accedervi – lo scorso febbraio l’Ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per assumere medici non obiettori per le Unità Operative dedicate all’interruzione volontaria di gravidanza, sollevando diversi ricorsi e contestazioni, tra cui quella dell’Ordine dei Medici.

Il TAR del Lazio ha respinto i ricorsi di chi ha accusato questa decisione di essere illegale e discriminatoria verso gli obiettori: si profila dunque una svolta, una possibile soluzione operativa attraverso l’assunzione di medici non obiettori. Ma sarà sufficiente? È un rimedio che, di fatto, non risolve la radice del problema: nulla vieta che, un domani, anche il non obiettore assunto per le interruzioni di gravidanza possa a sua volta fare obiezione di coscienza.

Si tratta dunque di una decisione che deve essere presa collettivamente e responsabilmente: praticare l’interruzione di gravidanza non può essere un’iniziativa di pochi, ma un diritto acquisito lentamente negli anni, frutto di battaglie e di acquisizione di consapevolezza, che va salvaguardato in quanto movimento evolutivo verso i diritti umani.

Quante storie si possono narrare di donne che hanno dovuto ricorrere all’aborto clandestino, non sempre per scelta, riportando danni irreversibili sulla propria capacità di procreare successivamente?

Nella primavera del 1981 i dibattiti sul referendum sull’aborto agitavano le piazze, risvegliando ed evocando migliaia di storie e di racconti sugli orrori degli aborti clandestini: donne che non avevano avuto scelta, perché nessuno le aveva informate su niente, né prima né dopo, donne a cui era stata negata un’adeguata assistenza sanitaria. Donne che forse -se aiutate- quei figli li avrebbero potuti tenere, o, se avessero potuto abortire in un ospedale, un altro figlio -magari dopo- l’avrebbero potuto avere.

legge194-bL’idea che con la legge 194 lo Stato si sarebbe fatto garante del diritto per le donne alla “procreazione cosciente e responsabile” significava un’inversione di rotta nella vita di tutte le donne future, tante e diverse, ma ugualmente libere dall’ignoranza e dal peso concreto delle sofferenze, donne alle quali il diritto di sapere, di scegliere, e in molti casi di sopravvivere, non sarebbe stato più negato.

Quella legge dopo quasi quarant’anni non ha ancora trovato una corretta attuazione, invalidata da un’oscura obiezione etica che ha tutta l’aria di essere, in realtà, una strana impostura. Se scaviamo bene si apre uno scenario ben lungi dal rivelare una dedizione dei ginecologi alla sacralità intoccabile della vita: scopriamo che gli stessi medici obiettori nell’ospedale pubblico praticano aborti nelle cliniche private. Soprattutto dopo che, molto di recente, una legge ha depenalizzato l’aborto clandestino (un interessantissimo articolo in questo blog ci illumina a tale proposito [http://www.amicidellacasadeidiritti.it/laborto-nel-terzo-millennio/]).

Di fatto, ad oggi, gli obiettori sono medici che lavorano nel pubblico decidendo, a priori, di non garantire alle donne il diritto, previsto dalla legge, alla procreazione cosciente e responsabile. Attraverso questa scelta collettiva essi contribuiscono a una regressione epocale, al ritorno ad un tempo antecedente, quando le donne non avevano possibilità di scelta.

L’aborto non può e non deve essere utilizzato come metodo contraccettivo, ma perché questo utilizzo venga scongiurato è necessario intraprendere interventi preventivi, fornendo alle donne e alle coppie percorsi psicologici e reti di supporto sociale, affinché la decisione sia ben vagliata e condivisa all’interno della coppia, lasciando aperta la possibilità di rimetterla in discussione. Anziché un potenziamento, assistiamo invece a un progressivo smantellamento di servizi come i consultori familiari, che fornivano un supporto psicologico prima di prendere una decisione così delicata e potenzialmente  traumatica per la coppia.

A quale coscienza si sta facendo, dunque obiezione, se il vero tema da un lato è quello della piccola convenienza individuale e dall’altro dello stato che abdica a una funzione di reale prevenzione degli aborti non necessari?

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close