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Cohousing e housing sociale, una realtà abitativa alle porte di Milano che è anche un esperimento sociologico, una scommessa su realtà divenute sempre più estranee affinchè possano fra loro convivere e collaborare.

di Laura Porta.

paese per vecchi2Gli esseri umani possono ancora fare una comunità? Molti utopisti del passato hanno sognato città ideali. Immaginiamo, dunque. Una grande comunità fatta di 300 famiglie, un assembramento umano pari a un piccolo borgo, nuclei indipendenti con una propria nicchia esistenziale ma profondamente intercomunicante con le altre, perché, per chi lo desidera, il Borgo offre iniziative per stare insieme, festeggiare ma anche riflettere sulla vita comune, fare proposte, collaborare nella vita pratica e nel sostegno reciproco. Nell’ottica dello scambio e del mutuo aiuto e non dell’acquisto di servizi con il denaro. Una sfida decisamente controcorrente nel tempo delle relazioni liquide.

Soprattutto esiste davvero. Il Progetto Borgo Sostenibile di Figino (Mi) è una scommessa a cui collabora il Comune di Milano per una realtà di cohousing che va ben oltre il concetto di villaggio turistico alle porte della città.

Scopriamo un’anima profonda in questo progetto che sfida il tempo della solitudine e dell’isolamento, mette le basi architettoniche e demografiche per un recupero della dimensione della condivisione degli spazi pubblici, separati ma intercomunicanti con quelli privati. Il Borgo Sostenibile è un complesso di circa 300 appartamenti di ultimissima generazione dal punto di vista dei materiali e dei consumi, destinati ai cittadini che ne fanno richiesta (le modalità di ottenimento degli appartamenti sono disponibili sul sito), ben separati tra di loro ma con spazi comuni che sono anche luoghi di intrattenimento e di condivisione (tra cui anche un interessante Mum cafè al settimo piano, per madri e bambini).

E già questa sarebbe un’innovazione, nell’epoca dei condomini abitati da vicini divenuti estranei. Ma il progetto si spinge oltre.

Troviamo, al suo interno, il Cohousing per Anziani, 10 monolocali completamente attrezzati e con spazi in condivisione in un clima di scambio e aiuto reciproco, per anziani autosufficienti soli, in situazioni abitative difficili e privi di reti di supporto.

paese per vecchi3Infine, accanto, sta nascendo il Borgo Assistito, un complesso che prevede la presenza di un ambulatorio, un centro diurno e mini appartamenti per accogliere anziani non autosufficienti ma anche famiglie in difficoltà economiche, che possono fornire il loro lavoro presso il centro in cambio dell’ospitalità. Quest’ultimo sarà pronto a fine 2016.

Gli ingredienti ci sono tutti, i più pessimisti rimarcheranno i fallimenti a cui sono andate puntualmente incontro, nel passato, le città ideali; i più ottimisti coltiveranno la speranza per il protrarsi dell’attuale clima amichevole e collaborativo. È stata pensata perfino la figura di un mediatore, non un semplice amministratore di condominio, ma un capo villaggio, un capotribù che possa risolvere conflitti e piccoli dissapori interni. Parole che suonano antiche.

E non è finita qui. La prossimità tra giovani e anziani, la possibilità che una comunità integri in sé la caducità della vita, la sua vista e la sua frequentazione, è, a mio avviso, la più grande trasgressione. Gli anziani alla deriva qui vengono collocati in un posto, hanno un’abitazione e un ruolo. Ciascuno mette a disposizione ciò che ha, una professione, un sapere, dei racconti. Più che un borgo sembra un esperimento sociologico. Chissà che per una volta la bellezza sopravviva alla disgregazione.

Chissà che tutti questi ingredienti messi insieme, corredati da disillusione e crisi economica tutt’intorno, non siano potenza generativa per riscoprire il piacere di stare insieme nelle differenze. Chissà che, come commentava Freud nel suo scritto Caducità, la splendida malinconia delle persone anziane nella loro struggente consapevolezza di poter assaporare ancora per poco la bellezza infinita del mondo, non contagi, nella prossimità, i giovani, inconsapevoli e ignari della bellezza di cui sono portatori. Chissà che le fragilità umane non possano prendersi cura di sé reciprocamente.

“Ma rivolgiamoci a Rilke (…)è giunto con le ultime Elegie a una posizione per cui tutto ciò che è nativo di questo mondo, e come tale radicalmente effimero, sembra aver bisogno di noi uomini, «i più effimeri» tra tutti, e «stranamente ci sollecita»: tutte le cose che «vivono di morire» ci credono capaci di salvarle.

paese per vecchiQuesto è il rovesciamento radicale dell’antica e ben nota posizione in cui la natura, madre divina, era chiamata a salvarci. Ora siamo noi sollecitati a salvarla. In Rilke questo rovesciamento, ottenuto passando attraverso la più dolorosa identificazione con l’effimero, si fa vivo come compito particolare dell’arte e della poesia (dire la Terra, farla diventare invisibile), che è nello stesso tempo un atteggiamento etico-religioso. Ma entrambi presuppongono qualcosa di più ampio e indistinto: l’accettazione piena di una figura che comprende in sé e salva le creature, prima che sia troppo tardi: «un cuore», per usare le parole del poeta, in cui scaturisca un «innumerabile esistere». Forse sta qui una delle chiavi anche per noi, oggi. Forse non di un lutto abbiamo bisogno, come pensava Freud, né anticipato né post rem. Ma di questo accoglimento, di questa capacità di immedesimazione in cui noi, feriti, diventeremmo madre di creature ferite. È un passo difficile – al limite, impossibile: troppo tardi. Eppure esso ci viene da ogni parte e sempre più spesso «sollecitato». E in questo compito potrebbe trovarsi una gracile felicità”1.

1 Elvio Fachinelli, Su Freud, ed. Adelphi, Milano, 2012. Pp. 91-92

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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