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Nell’arco degli ultimi tre mesi, in un paesino nella provincia di Lecco di circa 14 mila abitanti, una tragica ‘epidemia’ ha scosso gli animi: cinque giovani intorno ai 20 anni si sono tolti la vita. Vengo convocata ad incontrare i cittadini in una conferenza pubblica, questo articolo nasce per condividere le riflessioni che ne sono emerse.

Di Laura Porta.

Si è parlato molto dell’inibizione,

e altrettanto la si è studiata a partire da Freud e dalla sua scuola psicoanalitica,

ma sfortunatamente si è considerata l’inibizione solo nella sfera degli istinti.

Nessuno ha parlato dell’inibizione della speranza.

(Maria Zambrano)

Nell’arco degli ultimi tre mesi, in un paesino nella provincia di Lecco di circa 14 mila abitanti, una tragica ‘epidemia’ ha scosso gli animi: cinque giovani intorno ai 20 anni si sono tolti la vita. Tre di loro gettandosi sui binari di un treno in corsa, uno lanciandosi nel vuoto e uno impiccandosi. Non si conoscevano fra di loro.

Nessuno era in cura psicofarmacologica, tranne uno, apparivano tutto sommato ragazzi “normali”, amati dagli amici e dai genitori. Rispondevano ad un certo criterio di normalità, pertanto ciò che hanno fatto ci appare incomprensibile. Non sappiamo altro. Gesti così gravi contengono sempre un appello a qualcun altro, e questo “qualcun altro” è il mondo degli adulti. Si tratta di appelli silenziosi e disperati, che provengono da mondi di solitudine.

Vengo convocata ad incontrare i cittadini in una conferenza pubblica, per parlare di suicidio giovanile e pensare insieme a come trasformare questo trauma in un’occasione di crescita e di cambiamento. Riporterò alcuni elementi della riflessione che ho condiviso con genitori, insegnanti, amici, conoscenti dei ragazzi morti suicidi. Perché, come sottolineava il preside di un liceo che era fra il pubblico, parlare è già un modo per iniziare a prevenire.

Il clima della sala era inizialmente teso, l’angoscia traspariva dai volti di alcuni partecipanti. Ma, come afferma Colette Soler, “il discorso è un para-trauma”[1]: una volta iniziato il mio discorso ho visto gradualmente i visi rilassarsi, qualcuno scoppiare in lacrime, qualcuno rivitalizzarsi.

I suicidi e i tentativi di suicidio ci toccano intimamente, non ci fanno dormire, ci appaiono incomprensibili, perché non abbiamo strumenti necessari per leggerli, per intenderli, per comprenderli fino in fondo. Perché non conosciamo nulla dei mondi interni di questi cinque ragazzi, che restano un mistero. Dopo questi gesti le cose non sono più come prima, essi ci “svegliano”, come sempre accade quando avvengono eventi traumatici.

nienteNegli adolescenti troviamo sempre un’ambivalenza fondamentale: da una parte un’esigenza di separarsi e di emanciparsi, dall’altra una necessità altrettanto forte di avere una casa, un’appartenenza, delle radici, di avere degli adulti in grado di contenere le proprie vite. I ragazzi che si suicidano chiedono qualcosa, ma mettendo gli adulti nelle condizioni terribili di non poter rispondere alla loro domanda. Il compito di chi è, suo malgrado, testimone di una simile tragedia è di non far finta di niente.

I giovani più esposti a questo genere di passaggi all’atto sono quelli che non parlano, che vivono in una sorta di involucro di normalità, un po’ assenti, senza parole per esprimere il loro stato d’animo, il loro disagio, la loro sofferenza. E allora abbiamo il passaggio all’atto suicidario che sta al posto delle parole.

Una domanda a bruciapelo: “Chi è il responsabile?” Sono i genitori, gli insegnanti, potremmo dire la società? Troppa solerzia nelle cure educative, troppa disattenzione? È veramente impossibile rispondere a queste domande e sarebbe assurdo generalizzare.

A partire dall’esperienza clinica possiamo però evidenziare dei fattori di rischio che incidono nella sofferenza dei ragazzi e aprire una riflessione su come gli adulti – genitori ed insegnanti – possono intervenire con una maggiore consapevolezza verso i giovani.

Intanto va chiarito un punto fondamentale: non esiste mai, quando siamo di fronte a passaggi all’atto suicidari dei giovani, un rapporto di causa-effetto nella realtà. Una bocciatura, il suicidio di un amico o di un conoscente, uno ‘schiaffo’, inteso in senso lato come una delusione amorosa o un litigio con un’amica, non sono evidentemente delle cause sufficienti che possano giustificare un passaggio all’atto suicidario. C’è una sproporzione tra la causa e l’effetto. Possiamo ritrovare le cause nei mondi interni di questi soggetti, nelle loro vite psichiche, nel loro modo di percepire la realtà e la sofferenza. Per questo non possiamo nemmeno parlare di “epidemia”: i fatti accaduti non sono di per sé causa di un’emulazione. Evidenziano però una grave sofferenza psichica giovanile, che deve interrogarci e metterci al lavoro.

Altra domanda: “Ma allora è possibile prevenire gesti così gravi?”, “è stato fatto tutto il possibile per prevenire gesti così gravi?”.

Occorre anzitutto, da parte degli adulti, voler “vedere” ciò che sta accadendo. I giovani manifestano la sofferenza in diversi modi. L’errore più frequente nell’area dell’intervento di aiuto agli adolescenti reduci da un tentativo di suicidio è banalizzare. Gli adulti di riferimento, quelli più direttamente coinvolti, ma anche i sanitari del Pronto Soccorso e gli psichiatri, tendono a banalizzare per non fare i conti con la tragica determinazione con cui le ragazzine bevono il veleno e i ragazzi si tagliano le vene dei polsi. È una determinazione silenziosa, solitaria, accompagnata da pochissimi indizi che non spiegano nulla, perché per comprendere meglio questi gesti bisogna saper e voler mettersi in ascolto.

Gli adulti sbagliano quando si avventano sul tentato suicidio e sulle sue conseguenze biologiche, affermando che “non era sufficiente quella dose di farmaci per morire”, annoverando il gesto tra le “ragazzate”. Sbagliano quando insistono nel voler sancire che l’azione era dimostrativa, nel senso che non era protesa a darsi volontariamente la morte ma a raggiungere finalità espressive, dimostrare la propria rabbia per la proibizione di uscire, il dolore per la votazione crudele e immeritata, lo sdegno per l’abbandono amoroso. Sbagliano a sottolineare che “non si muore così, se uno vuole veramente morire non sceglie di scalfire la pelle del polso”. Banalizzare è il modo che gli adulti trovano per non fare i conti con il dolore profondo dei ragazzi, per difendersi da questa realtà sconcertante e misteriosa, rischiando però che la prossima volta i ragazzi alzeranno il tiro e ci riusciranno davvero.

“Ne uccide più la vergogna della colpa”, scrive G. P. Charmet[2], che sottolinea come un numero elevato di adolescenti consultati dopo un tentativo di suicidio “erano vittime di crisi acute di vergogna ed erano da molto tempo alle prese con furibondi attacchi di ideali crudeli ed esigenti presenti nella loro mente”[3].

Chi commette il suicidio, in ultima analisi, non ha avuto gli strumenti per integrare simbolicamente la morte ed il fallimento nella propria vita. Gli adulti sono chiamati in causa per aiutare i giovani a compiere un lavoro di integrazione simbolica della morte nella vita, operazione difficile e mai del tutto riuscita, ancor più in una società che nega massicciamente il fallimento a favore di un mito scintillante del successo e dell’efficacia performativa ad ogni costo.

Avevo preparato un discorso di un’ora e mezza, ma dopo tre quarti d’ora percepivo un’agitazione, un desiderio di intervenire, perciò ho lasciato spazio alla sala. Abbiamo trascorso i restanti tre quarti d’ora a dialogare, tra il pubblico si è palesato anche il padre di un ragazzo morto, per portare la sua domanda e il suo dolore.

Si possono aiutare i ragazzi a trovare le loro strade e a riaprire la speranza verso un futuro possibile, offrendo loro la testimonianza di una passione, contagiandoli con il desiderio. Il dolore psichico può essere epidemico solo se accompagnato da indifferenza e se la solitudine viene perpetuata. Aprire contesti di parola e di relazioni d’aiuto, sotto forma di sportelli di ascolto e progetti di prevenzione è ciò che gli adulti possono fare per intervenire contro il rischio epidemico della sofferenza giovanile.

[1] C. Soler, L’epoca dei traumi, ed. Biblink 2004.

[2] G. P. Charmet et al. Uccidersi. Il tentativo di suicidio in adolescenza. Ed. Cortina, Milano, 2009, p. 74.

[3] Ibidem.

Leggi l’articolo sul Blog della casa dei Diritti

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