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Il fenomeno dei bambini migranti tocca e smuove alle radici il nostro senso civile, che, secondo Freud, è un traguardo che l’umanità persegue da secoli ed in continua evoluzione. Capovolgere il nostro sguardo e sentirci guardati dai loro sguardi anzichè semplicemente vederli, può mostrarci la fragilità di ciò che chiamiamo solidarietà, civiltà e progresso.

di Laura Porta.

bambini migranti2Periodo prenatalizio, cena sociale con i colleghi. Seduta accanto a me c’è una simpatica anziana neuropsichiatra infantile, neo pensionata, una colonna portante della pedopsichiatria del mio territorio. Non si possono più contare le migliaia di bambini che ha incontrato, intere generazioni di infanzia problematica, trentacinque anni di servizio. Mi racconta che ora fa volontariato per i bambini migranti: “Generazioni che si estingueranno. Figli di genitori traumatizzati da guerre e violenza, nascono con una fragilità genetica ed emotiva. Vivono tutto il giorno nelle tende dei campi profughi, senza lo stimolo della scuola, senza nessuno che gli parli, passano ore e ore fissando il vuoto. Sono destinati ad estinguersi”. Non saprei pronunciarmi sulla fragilità genetica, ma su quella psicologica, con queste premesse, non ci sono dubbi. Condizioni così deprivanti sarebbero causa di grave sofferenza psichica per chiunque.

“Eppure”, continua, “questi bambini mostrano una sorprendente disponibilità a creare, giocare, imparare, non appena qualcuno si occupa di loro”.

C’è un aspetto spirituale e profondamente civile nella vocazione dello psicoanalista, che gli permette di vedere gli invisibili, che lo impegna nel provare a riconnettere fili trasparenti spezzati, ad indagare l’inconscio con le sue implicazioni nella vita cosciente.

A che cosa pensiamo quando vediamo le foto dei bambini migranti? Forse cogliamo nei loro sguardi l’angoscia, la violenza subita, il dolore, lo sradicamento. E pensiamo al loro triste destino. Ma potremmo anche, lacanianamente, capovolgere la prospettiva e vedere nei loro sguardi chi siamo noi, messi a nudo, possiamo sentirci guardati. Jacques Lacan ebbe un’intuizione a partire dal ricordo di un episodio della sua giovinezza1. Stava trascorrendo le vacanze estive in Bretagna e si era unito, da passeggero sulla loro barca, ad una famiglia di pescatori nella faticosa attività di lavoro. Ad un certo punto un pescatore gli fece notare, sulla superficie del mare, un luccichio, che provocò in lui la percezione perturbante di essere guardato. Lacan commentò così lo sguardo enigmatico che proveniva da una scatola di sardine galleggiante sulla superficie dell’acqua: era uno sguardo proveniente dall’Altro, che faceva emergere il reale della sua esistenza come un essere di troppo, fotografandolo nella sua vita per un istante messa a nudo. La vita superflua di un giovane borghese che si lasciava trastullare in barca da gente che invece strappava al mare, con sforzo e sudore, la propria sopravvivenza quotidiana.

Gli sguardi dei bambini migranti possono trasformarsi anche per noi in punti luminosi e mostrarci le macchie dei quadri delle nostre vite, per esempio di ciò che chiamiamo civiltà. Già Freud esprimeva in un saggio del 1915 la sua delusione per la guerra, per come i popoli avessero potuto confondere in un unico concetto lo straniero e il nemico2. Oggi, trascorso un secolo, con la libera circolazione degli individui ed una nuova, conquistata libertà, sono aumentati anche gli ostacoli e i sospetti. Allo spaesamento che produce la perdita di confini noti si contrappone la certezza, reale o immaginaria, di appartenenze consolidate dal tempo, dalla condivisione di una lingua e di una storia. I “noi” e i “loro” si moltiplicano con la stessa rapidità con cui le nuove tecnologie unificano le mappe dell’economia mondiale e dell’informazione. Il “diverso”, per effetto della globalizzazione economica, ma anche dell’intensificarsi dei flussi migratori, conseguenza delle guerre, della povertà o della ricerca di nuova vita, è oggi una presenza inaggirabile: è la figura che appare su un orizzonte lontano, ma comunque raggiungibile, dai viaggi, dai commerci, dai mezzi di comunicazione, e, contemporaneamente, è l’estraneo che abita, regolare o clandestino, odiato o benvoluto, le nostre città. Estraneo, nemico. La troppo banale associazione che Freud, con grande delusione, criticava. Eppure sappiamo da casistiche molto attendibili che la violenza sui “nostri” bambini e sulle “nostre” donne ha come teatro principale la famiglia. Le “nostre” famiglie, occidentali. Lo straniero-nemico che invade, violenta, sottomette, non ha bisogno neppure di varcare una soglia, fa già parte di ciò che ci è “proprio”, prossimo, intimamente conosciuto. Se rinunciassimo all’appagamento fantastico che viene dalla definizione di “differenze” irriducibili, modellate sulle coppie buono-cattivo, civile-barbaro, potremmo accorgerci che l’occhio del bambino straniero, il suo sguardo, può essere la miglior guida per scoprire il paesaggio, fisico e umano, in cui siamo immersi e che abitiamo spesso in modo distratto e inconsapevole. “Fu in un grande magazzino americano che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare che l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita.”3

Ognuno può vedere negli sguardi dei bambini migranti una diversa angolatura della fragilità di ciò che chiamiamo civiltà, progresso, solidarietà. Quale civiltà, dove si lasciano morire dei bambini due volte, anzi tre? Ci sono le morti reali, numerosissime, durante il viaggio, che apprendiamo dalla cronaca quasi quotidianamente.

bambini migranti1La seconda, per coloro che sopravvivono alla prima, è la loro morte nella solitudine, nell’assenza di strutture sociali che li accolgano nei loro bisogni più elementari di riconoscimento al diritto di esistere. Questa importantissima funzione è lasciata al caso, affidata all’intervento più o meno organizzato delle associazioni di volontariato: ce ne sono molte, come Save the Children, la Croce Rossa, Medici Senza Frontiere, ma non sono sufficienti a rispondere al problema globale di portata internazionale.

La terza è la morte inesorabile, fisica o psichica, a cui andranno incontro come adulti con un’infanzia segnata dal trauma, dallo sradicamento e dall’abbandono.

Sarebbe opportuno, allora, che almeno per una volta, anziché vedere questi bambini con il nostro sguardo di commiserata o indifferente impotenza, capovolgessimo lo sguardo e fossimo noi guardati, come da un’opera d’arte che ci osserva da uno sguardo che proviene da altrove, e ci smuovesse nel nostro fragile, ancora troppo fragile e incerto, incivilimento.

Note:

Il titolo fa riferimento al libro Giuseppe Pontiggia Nati due volte sul tema dei bambini disabili, i quali hanno il compito di nascere nella loro vita reale e in quella sociale; la seconda nascita, più difficile ma ugualmente importante, è affidata all’accoglienza amorevole ed intelligente degli altri. Se la prima nascita è biologica e va da sé, la seconda non è affatto scontata e dipende dalla sensibilità di chi incontrano nei loro difficili percorsi di vita.

1 J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964. Ed. Einaudi, Milano, 2003, p. 94.

2 S. Freud, La delusione della guerra in Opere, Vol. 8, ed. Bollati Boringhieri, Milano, 1989.

3 F. Mernissi, L’harem e l’Occidente, Ed. Giunti, Firenze, 2006.

Leggi articolo sul blog della Casa dei Diritti

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