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Di Laura Porta.

Anche in questo caso, seppur in modo diverso,

la terapia esige un’intrusione violenta.

Incorpora una quantità di estraneità chemioterapica e radioterapica.

Mentre il linfoma consuma il corpo e lo esaurisce,

i trattamenti lo attaccano, lo fanno soffrire in vari modi

e la sofferenza è il rapporto fra un’intrusione e il suo rifiuto.

Anche la morfina, che attenua i dolori, provoca un’altra sofferenza,

quella dell’abbruttimento e dello smarrimento

(J.-L. Nancy, L’intruso, ed. Cronopio, 2008. P. 30) 

Vivere è così sorprendente, quasi non rimane il tempo per altro ( E. Dickinson)

La questione del fine vita è una delle più drammatiche in cui l’uomo possa imbattersi. Lo sa chi ha passato giorni e notti ad assistere un proprio familiare completamente paralizzato, privo di parola, ma mentalmente lucido. Lo sa chi, mosso da profonda compassione, si è trovato a doversi porre la domanda: “Perché mai deve continuare a vivere?”In alcuni casi a decretare l’impossibilità a proseguire la propria vita è il paziente stesso, che fa richiesta del suicidio assistito. Mentre il Parlamento italiano discute e cerca di legiferare sul cosiddetto testamento biologico (è del 20 aprile l’approvazione alla Camera del biotestamento, in attesa di approvazione del Senato), l’attenzione della cronaca ci interroga sul tema della libertà di scelta sul fine vita. Certamente il caso di Davide Trentini è diverso da quelli di Fabiano Antoniani (Dj Fabo), Eluana Englaro o Piergiorgio Welby, ma ciò che li accomuna è che essi hanno dovuto scontrarsi con il vuoto legislativo italiano.

Le associazioni che lottano per il diritto al fine vita li chiamano gli “esuli del suicidio”. Per interrompere la propria vita devono emigrare all’estero. In Svizzera per esempio, dove la morte assistita volontaria è legale dal 1942. I numeri parlano chiaro: ogni anno i malati terminali che decidono consapevolmente di eludere la legge italiana per garantirsi una morte rapida e indolore sono in continuo aumento.

Gli italiani che si rivolgono direttamente alle strutture svizzere senza passare per l’intermediazione delle associazioni del proprio Paese, sottoponendo il loro caso ai medici elvetici per essere autorizzati al suicidio assistito, sono in media 200 all’anno. Non per tutti, però, la domanda si conclude con la “dolce morte”. Qualcuno rinuncia, sentendosi rincuorato dalla garanzia di una morte assistita, di un’uscita di sicurezza nel caso in cui la vita diventasse un’insopportabile sofferenza. Qualcun altro vede invece la propria domanda respinta.

Attualmente le associazioni svizzere che praticano il suicidio assistito legalizzato sono tre: la Dignitas di Zurigo, la Ex International di Berna (Exit) e la Life Circle di Basilea. Alle loro porte bussano in media 1.400 pazienti all’anno, provenienti da tutta Europa. Sono soprattutto tedeschi, inglesi, e francesi. Gli italiani, che fino a pochi anni fa rappresentavano solo l’1,24%, sono in sensibile aumento.

Si tratta di strutture immerse nel verde, dove lavorano decine di specialisti, che valutano i pazienti caso per caso, decidendo se la strada della morte dolce sia percorribile oppure no. Un’equipe di medici studia di volta in volta le cartelle cliniche dei malati che vorrebbero sottoporsi al suicidio assistito, prendendo in esame solo quelli affetti da malattie incurabili. Se la situazione del paziente è disperata, e non esistono altre possibilità, viene dato l’ok.

Ma chi sono gli angeli della morte? Erika Preisig per esempio, un medico di 58 anni, una donna minuta, dal volto scavato, gli occhi luminosi ed espressivi. Dodici anni fa qualcosa l’ha toccata da vicino, fino a portarla a dedicare la propria vita a chi sceglieva di morire. Suo padre era malato e depresso, un giorno uscì di casa senza dire dove andava, scese verso la ferrovia. L’uomo, stremato dalla sofferenza, decise di uccidersi, lasciandosi travolgere da un treno in corsa a 200 chilometri orari. Per una fatale casualità il treno lo colpì scagliandolo lontano. Non morì e, da quel momento, la vita che aveva voluto finire diventò per lui un supplizio senza tregua.

fine-vita1Fu Erika ad assisterlo, fino a scorgere un buio nel profondo dell’uomo sofferente, fino a rendersi conto che per lui la decisione di farla finita era rimasta la stessa di quando si buttò contro il treno. E così lo aiutò. Prescrisse al padre la dose letale di barbiturici. Qualche sorso, poi il sonno liberatore che in pochi minuti diventò…la morte: «Vedere mio padre addormentarsi dolcemente, e ottenere così la liberazione dalle sofferenze, mi procurò una tale serenità che decisi di mettermi a disposizione di chiunque desiderasse la morte con la stessa intensità con cui l’aveva cercata lui», racconta la Preisig in un’intervista rilasciata a “L’Espresso” nel 2013. Da quel giorno ogni lunedì e ogni giovedì, quando è libera dall’ambulatorio, li dedica a quelli come suo padre. Alla Dignitas per anni è stata lei a tenere i colloqui con i pazienti, a titolo totalmente gratuito, in quanto il medico non può intascare nemmeno un centesimo per l’attività che pratica in questo ambito.

Qualche anno fa decise di fondare una propria associazione: «Con Dignitas non era possibile incontrare il paziente prima dell’arrivo in Svizzera e questo per me non era giusto. Con i pazienti il rapporto era asettico e burocratico e non mi piaceva. Chi desidera porre termine alla propria vita è in uno stato di disperazione e ha il diritto di essere trattato con umanità e calore», spiega. Tanto che, da quando ha fondato la Life Circle viaggia anche all’estero, incontra le persone che le chiedono l’estrema assistenza, parla con loro per giorni, a volte mesi. «Sono cattolica e credo che Dio non voglia per noi una vita così terribile. Per questo cerco di opporre in ogni modo l’istinto di vivere alla loro decisione. Poi, una volta che mi rendo conto che hanno davvero scelto e che il mio aiuto evita che altre persone facciano la fine di mio padre, allora li porto qui, in questa stanza».

Gli svizzeri non sono atei, né indifferenti al fatto di essere subordinati ad un Essere Supremo, che anzi pongono a fondamento della loro società (l’incipit della Costituzione della Confederazione Elvetica è un’invocazione a Dio Onnipotente). Riconoscono alla loro vita civile – della quale la costituzione è il principale riferimento – un carattere sacro. Con queste premesse, la Svizzera ha leggi chiare non soltanto sul testamento biologico, ma anche sul suicidio assistito.

Le ragioni che portano un soggetto a decidere di voler porre fine alla propria vita sono così soggettive, così legate ad una propria percezione intollerabile della vita come dolore senza tregua, da rendere superflui, se non addirittura inopportuni, i giudizi che generalizzano una condanna o un riconoscimento sociale della decisione del suicidio assistito. Come psicoanalista mi appassiona molto la possibilità di riconciliare i soggetti con la vita attraverso un percorso di cura analitica. Ripercorrendo la trama dei loro discorsi e delle loro vite è sorprendente veder affiorare risorse sconosciute, potenzialità e desideri fino a quel momento sepolti. E, ancor più straordinario, essere testimoni e compagni di un viaggio verso il riallacciamento alla vita.

fine-vita2Sono tuttavia consapevole dell’esistenza di un “troppo” di realtà traumatica che rende impossibile l’elaborazione, non si tratta di una misura universale, ma differisce per ciascuno. Per chi lo sperimenta, è molto difficile, se non impossibile, risollevarsi e ritrovare un senso. Resta solo un fondo oscuro, quello che Primo Levi ha testimoniato bene attraverso la descrizione dei musulmani (Muselmann) nei campi di concentramento. Che dire, per esempio, della vita trattenuta artificialmente dalla medicina? Vite amplificate dalla tecnica, prolungate di un pezzetto, nell’immobilità, nel dolore, nel progressivo e lento venir meno delle proprie facoltà o nella mancanza di autonomia. Come introdurre senso quando il soggetto sperimenta un vuoto irrimediabile, dove il senso della vita può coincidere unicamente con il sollievo della morte? Con che coraggio e con che violenza ci si può accanire a trattenere in vita persone i cui volti si sono gradualmente trasformati in maschere di dolore? Non è forse un atto d’amore saper riconoscere quest’ultima volontà, come fece Erika Preisig, e assecondarla?

In Italia si è dibattuto a lungo sul diritto a rifiutare le cure, nei casi in cui queste siano del tutto inutili, salvo a prolungare di un breve periodo non tanto la vita, quanto il supplizio. Non è un paradosso che il movimento d’opinione italiano più fortemente limitativo dei diritti individuali sul “fine vita” si ispiri a principi religiosi? Come se aver fede impedisse di considerare con rispetto il diritto a non esser più curati. Se scoprissimo che il principio che limita gli italiani non è – e non può essere – religioso, rimane solo l’ipocrisia a fare sì che in Italia il vuoto legislativo si sia protratto così a lungo di fronte ad un problema così serio e drammatico.

[1] Cantico delle Creature, S. Francesco d’Assisi

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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