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Separazioni coniugali difficili, rapporti tesi tra i genitori che si ripercuotono sull’equilibrio psicologico dei figli: un articolo sulla cosiddetta sindrome da alienazione parentale (PAS)

Di Laura Porta.

In casi in cui la separazione tra i genitori avviene in modo conflittuale accade che venga esercitata una forte pressione psicologica per ottenere lo schieramento del figlio dalla propria parte. Il risultato è che il bambino di una coppia qualsiasi, che secondo i dati Istat nel 56% delle separazioni ha meno di 11 anni (dati e info: www.psicologiagiuridicamilano.it ), inizia a muoversi tra i genitori con estrema cautela, da un territorio all’altro sentendo minata la possibilità di vedersi garantito un legame forte, naturale e “gratuito”. Lo schieramento nei casi peggiori viene perfino espressamente richiesto: “devi dire da che parte stai!” coinvolgendo il figlio in prima persona nella battaglia tra madre e padre e ignorando i danni psicologici che provoca una tale pretesa in termini di conflitto di lealtà. Ogni parola, ogni gesto diviene segno del posizionamento del figlio nella contesa.

Periti di parte paterna e materna una scure sul “supremo diritto del minore”Anche il cinema sta producendo opere di sensibilizzazione a riguardo, come il film cortometraggio  (Mamma non vuole.

Mentre l’intervento degli psicologi in sede di valutazione (CTU) dovrebbe ridurre questo tipo di comportamenti e atteggiamenti infelici e iatrogeni, talora accade il contrario.

Si scopre anzi che esistono curiosi schieramenti altrettanto pregiudiziali e mascherati da verità scientifiche anche tra i periti.

Uno dei temi più distintivi di una posizione pregiudiziale è il rapporto con uno strano oggetto scientifico: la diagnosi di PAS. La sindrome da alienazione genitoriale (o PAS, acronimo di Parental Alienation Syndrome) è oggetto di dibattito ― sia in ambito scientifico che giuridico ― fin dal momento della sua proposizione nel 1984 da parte dello psichiatra R. Gardner.

La PAS tenta di definire una sofferenza psicologica specifica, che si attiva su figli minorenni coinvolti in contesti di separazioni altamente conflittuali dei genitori. Stiamo parlando di circostanze in cui l’affidamento e il collocamento del figlio minore, cui talora sono connessi aspetti economici, scatenano una feroce battaglia giuridica, senza esclusione di colpi, per il dominio dell’oggetto del desiderio: il figlio. Il bambino della coppia perde la posizione di soggetto di bisogni e desideri propri e diventa prigioniero di guerra quando sia affidato o collocato presso il rispettivo genitore ovvero, se la decisione non sia ancora stata presa dal magistrato, posto strategico da conquistare per combattere in modo migliore il nemico.

La diagnosi di PAS, se di diagnosi si tratta, rischia quindi di essere fuorviante o strumentale, specie se evocata durante una perizia, e anzitutto perché non prevede che i sintomi vengano riferiti dal minore che ne è affetto senza esserne consapevole. Un’etichetta pericolosa se applicata sommariamente o ascoltando una sola parte.

Le diagnosi non hanno del resto legami chiari con le cause e i processi coinvolti ma in ambito di consulenza possono diventare un elemento di certezza che può minare, da solo, l’intero percorso valutativo, andando a prevalere anche sull’approfondimento della relazione tra genitore e bambino.

Periti di parte paterna e maternaL’effetto paradossale dell’utilizzo di una diagnosi che non sempre tiene conto delle parole del bambino, ma solo della versione di un genitore e di un perito tecnico, è che il bambino rischia di essere ancora più alienato dalla diagnosi stessa. Come nei casi in cui, a causa di una diagnosi di PAS evocata da parte della difesa paterna scatti l’immediato provvedimento di allontanare il bambino dalla madre, senza avere il tempo per elaborare la decisione e fare tutti i possibili accertamenti. Che effetti può avere sul minore?

Per uno psicologo, assumersi la responsabilità di rispondere al quesito di un Giudice sulle condizioni di affido di un minore implica essere consapevole di far parte di un processo che segnerà delle esistenze.

Se un figlio è il risultato di due desideri, di due storie, la richiesta di negare il padre o la madre equivale a negare la metà di sé stesso.

Come per una bambina di 8 anni, figlia di genitori separati in modo traumatico[1], che quando arrivava a casa del padre doveva togliersi immediatamente i vestiti che portava nella casa materna e indossare gli indumenti che le aveva preparato il padre. Altrettanto e per ripicca, succedeva in casa della madre. Si trattava di una manovra paranoica reciproca nata dalla passione dell’odio. Il messaggio era molto chiaro: l’altro territorio dal quale la bambina proveniva era contaminato, pericoloso e doveva essere subito messa al sicuro. La bambina si presentava come triste ed apatica, giocava poco ed aveva grandi difficoltà a parlare di sé, non aveva amici. In sede di consultazione peritale disegnò una nave che a prua e a poppa portava due bandiere diverse. Impossibile decidersi per una delle due. Nata e cresciuta nell’odio, nella diffidenza e nella negazione dell’altro, rimaneva chiusa in sé stessa senza capire come rapportarsi fiduciosamente agli altri. Nella grande conflittualità di molti genitori che si separano si colgono gli effetti devastanti della logica “occhio per occhio, dente per dente”: all’azione dell’uno corrisponde una reazione simmetrica da parte dell’altro.

I figli di persone che si separano in modo traumatico, stando con un genitore devono convivere con la metà oscurata dell’altro, evitando accuratamente di nominarla. Figli che crescono divisi, nell’odio e nella rivendicazione, poiché ogni genitore è convinto di avere sempre e solo ragione. Figli che crescono nel timore della perdita dell’amore dell’uno o dell’altro, che non possono parlare dei momenti di gioia vissuti con l’altro genitore. Essi diventano proprietà esclusiva di uno dei due, che realizza un’opera di demolizione della figura dell’altro. Se l’operazione riesce, il figlio diventa un alleato della parte alienante e nello stesso momento amputa dentro di sé il genitore incolpato, mutilando una parte di se stesso e della propria evoluzione.

La diagnosi di PAS rischia di essere, anziché uno strumento per riconoscere una sofferenza infantile specifica, un ulteriore strumento di alienazione. La sofferenza esiste, ma la PAS rischia di confondere le acque. Fino a giungere, in ambito giudiziario, alla situazione paradossale in cui c’è chi nega l’esistenza della PAS (di solito la difesa delle ‘madri’), annoverando questo tipo di sofferenza infantile come pura invenzione o come ennesimo attacco al femminile da parte del maschile, e chi sostiene la sua esistenza e la applica a ogni situazione o quasi, come se essa spiegasse ogni cosa (di solito la difesa dei ‘padri’), magari spiegando attraverso una PAS denunce di comportamenti violenti e abusanti verso i figli.

I consulenti che si occupano di separazioni focalizzandosi specificamente sulla parte maschile o femminile rischiano uno schieramento ideologico, rinunciando all’analisi approfondita del caso, delle storie individuali.

PAS si, PAS no, chi sta con le donne, chi sta con gli uomini, chi crede alle denunce di violenza, chi le nega. Non c’è differenza nel mare magnum della pseudoscienza costruita sui pregiudizi pericolosamente mascherati da verità scientifiche.

Il compito etico principale della psicologia e della psicoanalisi insieme alla legge consiste invece nell’osservare liberi da pregiudizi l’irripetibile storia di quel particolare bambino, nato e vissuto in quella particolare coppia ora disgregata, interrogandone le specificità e lasciandosi guidare dall’incontro con quella umanità, dove vi sia violenza e dove vi sia abbandono, dove c’è alienazione e dove invece no, garantendo il diritto supremo del minore a vivere liberamente e senza pressioni il suo rapporto con entrambi i genitori.

[1]Vignetta clinica tratta dal libro di prossima pubblicazione di Aldo Raul Becce: “Scene della vita forense. Psicoanalisi lacaniana applicata al discorso giuridico”, ed. Mimesis, Milano, 2017.

 

Leggi l’articolo sul Blog della casa dei Diritti

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