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Il mondo dei migranti è il mondo degli intrusi per eccellenza. Che cosa succede loro? Che esperienze attraversano? Come vengono accolti o respinti dalle istituzioni? Come sopravvivono, come se la cavano in un continente nuovo? Vorrei mettere a fuoco non tanto chi sono loro, perché non ne sarei capace, non sono una di loro ed il mio punto di vista sarebbe completamente falsato. Ma chi siamo noi in rapporto a loro. Per poter fare questo è necessario uno sguardo spogliato da pregiudizi, senza sedimentazioni precostituite.

di Laura Porta con Chandra Livia Candiani.

Joy, nove anni

I miei familiari sognano ad occhi aperti

ma pagano a occhi chiusi.

A noi manca

solo

un tocco di pazienza,

un tocco di pazienza per favore.

Il mondo dei migranti è il mondo degli intrusi per eccellenza. Che cosa succede loro? Che esperienze attraversano? Come vengono accolti o respinti dalle istituzioni? Come sopravvivono, come se la cavano in un continente nuovo? Vorrei mettere a fuoco non tanto chi sono loro, perché non ne sarei capace, non sono una di loro ed il mio punto di vista sarebbe completamente falsato. Ma chi siamo noi in rapporto a loro. Per poter fare questo è necessario uno sguardo spogliato da pregiudizi, senza sedimentazioni precostituite.

ma dove sono le parolePer questo ho scelto di mostrare alcuni frammenti delle loro vicende esistenziali tramite il lavoro di una poetessa a Milano, Chandra Livia Candiani, che si è coraggiosamente messa in ascolto delle loro storie, della loro ‘anima nelle vene’ di bambini, “spogli di diritto all’infanzia, spogli dei diritti elementari ad un luogo, una terra sotto ai piedi, una lingua comune, una casa accogliente, un prossimo1”, grazie ad un laboratorio che tiene nelle scuole elementari di periferia.

Queste poesie, pubblicate nell’opera da lei curata insieme ad Andrea Cirolla “Ma dove sono le parole?”, sono state scritte dai bambini stranieri con un vissuto più o meno diretto di immigrazione. Sono primi piani in presa diretta delle loro vite, dei loro drammi, delle loro gioie. Ci raccontano frammenti di paesi, ci fanno sentire le loro voci: timide, aggressive, spaventate, tormentate. Ciascuno di loro ha una storia, un èpos. Perché i migranti sono tra le poche persone ormai rimaste ad avere qualcosa di grandioso da raccontare: l’epopea del viaggio. Un viaggio che viene affrontato nel segno della speranza, a partire da uno strappo dal proprio “paese radice” in una condizione di miseria, di guerra civile, di disperazione.

Kiro, dieci anni

Quello che resta nel mio paese è bello

quello che resta ancora c’è

quello che resta profumo

quello che resta graffia la morte

quello che resta profuma tutto

Questo ascolto controcorrente, “senza memoria e senza desiderio” come insegnava Freud, ha la freschezza dell’incontro con l’ignoto. Attraverso queste parole possiamo incontrare i bambini stranieri, ascoltare il loro grido d’aiuto e di speranza, la loro infinita solitudine.

Marius, nove anni

Il silensio

Paura volio giocare ma o paura,

volio dire qualcosa ma o paura,

volio cantare ma ho paura,

tuti mi prendono in giro e o paura,

o paura di tuto e sono da solo.

Silensio.

Il silensio mi pasava tra le vene

sembra infinito il silensio.

Noi siamo per loro una diversità assoluta. Queste poesie raccontano ciò che di solito non raccontano le immagini che vediamo al telegiornale quando sbarcano, insieme alle loro famiglie, miserabili distrutti, qualcuno di loro addirittura morto. Li vediamo arrivare e li inquadriamo immediatamente come un problema per noi, ma non sappiamo che cos’hanno sopportato durante il viaggio. Non lo sapremo mai. Attraverso questi spiragli possiamo forse cogliere alcuni frammenti, attingere qualcosa dal loro modo avventuroso, essenziale e coraggioso di vivere l’esperienza. Come il bisogno vitale ed umanizzante di amicizia e solidarietà di chi si ritrova totalmente sprovvisto di una rete sociale.

Maryna, nove anni

L’amicizia

la senti

quando dai

la mano

E possiamo – volendo – anche incontrarli, nella loro estraneità, nel loro essere intrusi. Imparare dalle loro vicende umane. Li possiamo incontrare “in questa periferia dell’essere, dove si sbaglia sempre, si è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete. Ma si è acrobati quasi nati, si impara veramente da subito. Come respirare con soggezione, come occupare poco spazio, come irradiare gioia dagli occhi, come scoppiare di felicità se ti danno campo aperto”2.

Jack, undici anni

Il silenzio che noia

Oggi è inverno

sono uscito

ho visto uccello

non canta

ho visto campana

non suona

piove

nessuno gioca con me

sono andato a casa

domani finalmente sarà primavera

uccelli canteranno.

La loro presenza necessaria, quella dei loro genitori, impiegata per fare i lavori che oggi nessuno vuole più fare:

Ramayana, nove anni

Le mani che scrivono le poesie

sono le stesse mani che fanno le pulizie.

Infine essi ci insegnano come saper andare via. “Gli immigrati sanno andare via. Sanno dire addio. Non è poco. È una grande, disperata risorsa”3.

Miriam, nove anni

L’addio è un pane quotidiano

che si sta spezzando.

L’addio è una bellezza

da abbandonare

per saperla capire.

L’addio è una casa

per ripararsi dai lupi.

L’addio è profondità

da scalare, ma

bisogna aspettare

per arrivarci.

L’addio è un fuoco

che ti riscalda il cuore.

Saper attraversare la morte, la finitezza dell’essere, la separazione per incontrare il nuovo può essere un’esperienza non solo desolante, ma anche confortante, può riscaldare il cuore con una luce nuova.

1 C. L. Candiani con A. Cirolla (a cura di), Ma dove sono le parole? Le poesie scritte dai bambini nelle periferie multietniche di Milano nei seminari di una maestra speciale. Effigie, Milano, 2015. P. 188.

2 Ibidem, p.188.

3 Ibidem, p. 188.

Leggi l’articolo completo su il Blog della Casa dei Diritti

 

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