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Una linea di demarcazione segna la possibilità di un reale incontro analitico: voler vedere o non voler vedere la verità in gioco nel sapere che emerge. La vicenda di don Abbondio nel romanzo manzoniano si presta bene all’evidenza di un passaggio, al solcare un limite di un dentro o di un fuori, alla scelta etica a cui ogni soggetto deve sottoporsi nel momento di decidere.

Lo vediamo nella scena inaugurale, alle prese con le minacce dei bravi di don Rodrigo, nella posizione del «vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro» (p. 32). Il suo quieto vivere, la sua «neutralità disarmata» che gli permette di schermarsi di fronte a qualsiasi conflitto, sono minacciati. Davanti al divieto che gli viene imposto, egli riesce a rispondere soltanto: «Disposto… disposto sempre all’ubbidienza» (p. 27). Tenterà, con ogni sotterfugio, di mettere in salvo la propria pelle.   Il secondo incontro è quello con il cardinal Federigo, che gli chiede conto del suo comportamento verso i promessi sposi. Don Abbondio si rifugia in un borbottio autodifensivo, che si contrappone al nobile sermone del suo superiore. Egli mormora spiegazioni in sua difesa, chiamando in causa i «comandamenti terribili» ricevuti, il suo trovarsi solo davanti alle minacce di un «gran signore», mentre il cardinale «quelle facce» non le ha viste. Sono giustificazioni che, come lettori, conosciamo già, perché ci sono state anticipate nelle sue rimuginazioni solitarie, ma questa volta esse sono contrassegnate da una tranquillità di fondo, quasi una sicurezza, che lo porta ad una riflessione ai limiti del filosofico: «Torno a dire, monsignore, che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare» (p. 503; corsivo mio).   Qui la pavidità del curato trova una spiegazione finale, definitiva, che gli consente di percepire come estranei i discorsi del cardinale.  Don Abbondio non è abbastanza credente per ospitare il richiamo all’etica del cardinale nel suo comportamento, egli le avverte come parole di un eroico «sant’uomo», lontanissime dalla sua esperienza  e dal suo personale modo di sentire: egli non ha coraggio, e questa è posta come un’evidenza irrimediabile.  Il colpo di scena a cui ci sottopone Manzoni è che don Abbondio risulta, in un certo senso, alla fine vittorioso. Al termine del romanzo lo vediamo ricomparire tale e quale, liberato dai suoi timori nei confronti di don Rodrigo, perché ne ha appreso la morte per peste. «Ah è morto dunque! e proprio se n’è andato! Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente […] È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa» (p. 746). Anche il «gran flagello» della peste si riduce a un’evenienza personale, a un accidente che lo libera dagli impedimenti che lo avevano ostacolato. Il fatto che don Abbondio resti sostanzialmente invariato rispetto all’inizio della storia gli conferisce una staticità mortifera, che lo rende apparentemente incolume, ma che si oppone al cambiamento ed al rinnovamento soggettivo insito in un’assunzione etica del coraggio.   Egli non è in grado di compiere una scelta etica, di prendere una decisione soggettiva, di giocarsi qualcosa all’interno delle diverse componenti della sua personalità. Per lui tutto questo non esiste. Esiste soltanto l’accettazione dogmatica di una presunta carenza naturale del suo essere, che il cardinale non riesce a scalfire. Quest’assenza di coraggio, che sembra una pacifica constatazione di partenza, è in effetti la conclusione di un processo, in cui la cancellazione del coraggio serve a eliminare ogni alternativa di condotta, a rendere il più possibile tranquillo e senza dubbi il corso della vita – ma all’ombra della violenza dei potenti, che in questo modo diventa padrona del campo, senza più rivali. È così che don Abbondio non ha più il problema di che cosa fare della sua paura – più che legittima, e normale in ogni uomo –: ha soltanto da obbedirle in ogni circostanza («Disposto… disposto sempre all’obbedienza»)…  Non è difficile ritrovare Abbondio incurante, indolente, invariabile, insieme ai bravi, gli azzeccagarbugli e diverse specie di conti. Basta alzare lo sguardo e possiamo ritrovarli intorno a noi, ogni giorno.   Manzoni non poteva in modo migliore esprimere una tendenza umana alla dissipazione, al dissolvimento, all’autodistruzione, mascherata da pulsione di autosconservazione.

Laura Porta

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