335 7569647
Seleziona una pagina

La voce di Marcella, personaggio di un romanzo del Seicento, ha qualcosa di dirci e da insegnarci, purtroppo ancora oggi, su pregiudizi e prevaricazioni nei confronti del femminile.

di Laura Porta

Da secoli il femminile, con la sua bellezza, suscita sentimenti di appropriazione e possesso maschile. Benedetta Silj, in un capitolo del suo libro[1], sviluppa una riflessione che trae spunto da un riferimento letterario al Don Chisciotte della Mancia di De Cervantes, XIV capitolo, dove si sta svolgendo il funerale del pastore Crisostomo. Si tratta di un giovane che si è suicidato per amore, per non essere stato corrisposto da Marcella, ragazza di straordinaria bellezza.

Il pastore Ambrogio sta commemorando le virtù del povero amico Crisostomo, “unico per l’ingegno, ineguagliabile per la gentilezza, rara fenice nell’amicizia, generoso senza misura, profondo senza albagia, gaio senza volgarità, e infine, primo in tutto ciò in cui consiste l’esser buono”. Di Marcella, invece, la pastorella che non ha ricambiato il suo amore e lo ha gettato, così, in una disperazione suicida, egli dice trattarsi di una creatura fiera e ingrata, “nemica mortale del genere umano[2].

Marcella, secondo Ambrogio e secondo l’immaginario collettivo maschile, ha due colpe gravissime: essere bellissima e avere respinto un adoratore. Ma perché mai la bellezza femminile deve corrispondere a un obbligo a lasciarsi amare e a ricambiare?

Marcella, che è presente alla cerimonia funebre, solleva la questione:

Vengo a difendermi, e a far comprendere quanto siano assurdi tutti coloro che m’incolpano delle loro pene e della morte di Crisostomo; e perciò vi prego, tutti quanti qui siete, di ascoltarmi attentamente: che non ci vorrà molto tempo, né molte parole da spendere per spiegare una verità a persone intelligenti. Il cielo, stando a quel che voi dite, mi fece bella, e in tal modo marcellache, senza poter fare altrimenti, la mia bellezza vi spinge ad amarmi, e per l’amore che mi mostrate, dite, e arrivate persino a pretendere, che io sia obbligata ad amarvi[3].

Questa la voce poco nota di un personaggio femminile evocato da un poeta del Seicento, tempo in cui le donne avevano ben pochi diritti e libertà di espressione, ma non è forse lo stesso il nucleo che sottende a molti femminicidi odierni? Persino i giornali titolano: “Non accettava la separazione: uccide la moglie”. Quale separazione, però, non accettava, che produce un atto di separazione brutale?

“All’ equivalenza ‘bellezza femminile = obbligo a lasciarsi amare e a ricambiare’ corrisponde un gemito ancestrale, uno dei “marchingegni” più insidiosi che le donne si sono trovate a dover riconoscere per disinnescare identificazioni illusorie (con la bellezza come proprietà personale) e legature relazionali asfissianti (con il maschile come governatore di tale bellezza)”[4].

Prosegue Marcella:

Io riconosco, per la naturale intelligenza che Dio mi ha dato, che tutto ciò che è bello è amabile; ma non arrivo a comprendere come ciò che viene amato in quanto bello, per il solo fatto di essere amato, sia obbligato ad amare chi lo ama” (…) E secondo quel che io ho sentito dire, il vero amore non si divide, e dev’essere spontaneo e non forzato. Essendo così, come io credo che sia, perché volete che io pieghi per forza la mia volontà, da niente altro obbligata che dal fatto che voi dite di amarmi? E se no, ditemi: se così come il cielo mi fece bella mi avesse fatto brutta, sarebbe giusto che io mi lamentassi di voi perché non mi amereste? Dovete inoltre considerare che non sono stata io a scegliermi la bellezza che ho: così com’è, me l’ha data il cielo come un dono, senza che io la chiedessi o la scegliessi.

Se, come dice Pavese, il suicidio è un omicidio timido, qui abbiamo la destinataria di una violenza di appropriazione che parla e ci interroga, in quanto ancora vivente, perché colui che voleva ad ogni costo appropriarsi di lei si è tolto la vita, facendo ricadere su di lei la colpa.

Se le cause dei femminicidi sono sempre singolari, si può cogliere che ancora oggi, in una società fondata sul rigetto delle differenze, sono innanzitutto coloro che incarnano la differenza, vale a dire le donne, che rischiano di essere ridotti a oggetti muti di godimento.

Le istanze politiche, sociali e giuridiche rispondono all’emergere delle violenze contro le donne mettendo in atto delle protezioni per le vittime o rinforzando le sanzioni agli autori di violenze. È molto giusto che la legge intervenga con aggravanti contro gli autori di reati, ma che dire del fallimento, talvolta, dei centri anti-violenza “quando le donne traumatizzate, pur essendo state dotate di protezioni logistiche, psicologiche, ambientali e legali, tornano indietro, nel luogo del delitto, ovvero nell’unico spazio che hanno mai sperimentato e conoscono, ovvero la circostanza reiterata della cattura e della minaccia. Uno spazio irrespirabile, caratterizzato dall’assenza di tempo interiore, uno spazio che l’esperienza traumatica ha privato di storia, di memoria e di diritto ad una presenza soggettiva (…)  Spingere queste donne a movimenti di emancipazione nello spazio esterno, senza avere prima integrato l’ordine dell’azione al sentimento del tempo (biografico), è come condannarle ad una ennesima e desolante esperienza di cattività infinita o di cattiva infinità”[5].

Nella violenza contro le donne, oltre alla posizione di chi colpisce, c’è quella di chi subisce i colpi. La voce di Marcella è un appello alla dignità femminile, alla possibilità per ciascuna donna di abitare il proprio corpo e la sua bellezza, senza esserne schiava o ridursi a oggetto inanimato del partner. Purtroppo non sempre è la realtà della violenza subita a fare da limite per alcune donne, ad essere motivo scatenante per decidersi a una separazione. Quello che uno psicoanalista può fare è accompagnare la donna a trovare qualcosa – nella propria storia, nella propria soggettività, nei propri legami a partire da quello con l’analista stesso – per dire “basta”, aiutandola a decifrare che cosa l’ha incollata lì, per un tempo più o meno lungo.

[1] B. Silj, La pace non è un argomento. Gesti contemplativi per abbracciare la storia, ed. IPOC, Milano, 2015, pp. 196-202.

[2] M. De Cervantes, Don Chisciotte della Mancia (1605-1615), tr. It. Einaudi, Torino, pp. 130-131.

[3] M. De Cervantes, p. 130-131.

[4] B. Silj, p. 198.

[5] B. Silj, p. 76-77.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close