335 7569647
Seleziona una pagina

La malattia e la caducità della vita sono argomenti tabù del nostro tempo, complice una medicina interventista e poco protesa verso un ascolto globale del paziente. Tuttavia ammalarsi può essere un’opportunità di confronto con se stessi e di cambiamento.

Di Laura Porta.

Il desiderio di guarire è sempre stato metà della salute. (Lucio Anneo Seneca)

Malattia trasformativa 2La malattia può essere un modo per ricollegarsi alla vita, a patto che si trovi uno spazio per elaborarla. Il lavoro di uno psicologo in ospedale con pazienti affetti da gravi patologie organiche ci insegna come il focalizzarsi soltanto sul corpo renda, in certi casi, la guarigione più lenta e difficile.

Nella medicalizzazione moderna il paziente è in primis un oggetto da esplorare scientificamente, non qualcuno con cui il medico debba perdersi in inutili chiacchiere. L’anamnesi del paziente si raccoglie in rapidi scambi che servono a definire, catalogare, classificare e, se questo non bastasse, a rimandare ad ulteriori approfondimenti scientifici.

Lo psicoanalista J. Lacan avvertiva il medico di essere più accorto nell’attenzione alla singolarità del paziente ed alla sua domanda di cura, che a volte può essere paradossale:

Quando un malato è inviato presso un medico o quando ci va direttamente, non dite che egli si aspetta puramente e semplicemente la guarigione. Egli mette il medico alla prova per farlo uscire dalla sua condizione di malato, cosa che è molto differente, perché questo può implicare che egli possa essere completamente attaccato all’idea di conservarla. Talvolta, viene proprio per domandarci di legittimarlo come malato. In altri casi viene, nel modo più evidente, a domandarci di preservarlo nella malattia, di curarlo nel modo a lui più conveniente, quello che gli permetterà di essere ben collocato nella sua malattia[1].

Tuttavia la scienza medica moderna sembra voler scotomizzare la questione ‘umana’ del paziente, che lo rende complicato e contraddittorio e, in ultima analisi, non del tutto assoggettabile ai protocolli della cura. Assorbita da logiche di produttività e di organizzazione pubblica, la medicina perde sempre più gradualmente la sua capacità di essere ‘in ascolto’ del paziente. Il corpo del soggetto viene così ridotto a oggetto inanimato sottoposto al potere delle procedure tecnico scientifiche: “il corpo ridotto a oggetto è fotografato, radiografato, calibrato, diagrammatizzato e condizionabile”[2].

malattia trasformativaL’ideale dell’uomo sano, efficiente e produttivo fa sì che la malattia venga percepita sempre più come errore da riparare rapidamente, così l’insorgere della malattia espone all’angoscia dell’ignoto: affidarsi a un ‘tecnico della salute’ lascia i pazienti in balia di un corpo sconosciuto e di una vita che non è mai la propria.

La mia esperienza di lavoro in Ospedale con persone in attesa di trapianto e trapiantate mi ha insegnato come la possibilità di usufruire di un ascolto psicologico sia per molti pazienti un grande catalizzatore per la guarigione, perché alla malattia fisica si intrecciano spesso contingenze esistenziali e personali che necessitano di un percorso di elaborazione[3].

L’offerta di accompagnamento psicologico a persone affette da gravi patologie fisiche si inserisce proprio qui: per qualcuno è necessario ricevere un ascolto mirato per riuscire a rimettere in gioco la propria vita nonostante la malattia. Essere gravemente malati è in qualche modo perdere se stessi, perché nella nostra cultura la malattia è morte, e la vita è intesa come salute assoluta.

Eppure la malattia è anche una paradossale risorsa, a volte, per soggetti troppo intorpiditi da una vita alienata (al lavoro, agli imperativi sociali o famigliari) è un’occasione per collegarsi alla propria verità più profonda, per iniziare a vivere una “vita viva”. Molte persone, grazie all’insorgenza traumatica di una grave malattia, testimoniano di aver operato cambiamenti radicali della propria vita, ma anche di aver apprezzato sfumature e particolari trascurati.

Per dirlo con le parole di alcuni pazienti affetti da patologie croniche, che ho seguito in terapia di gruppo: P.: “La guarigione è un viaggio, e nella sofferenza mettiamo alla prova ciò che siamo. Mentre ero presa nel vortice della malattia ho intravvisto la morte, la fine. Da lì, piano piano, avevo cominciato a ristabilirmi”.

R.: “I medici non guariscono le persone. Danno solo un aiuto perché le persone guariscano. Chi guarisce… è la persona stessa!”.

Come dimenticare, a questo proposito, il discorso di Steve Jobs agli studenti di Stanford, con le sue parole che rimarranno nella storia?

È necessario riprendersi le opportunità soggettive che la medicalizzazione della vita può ostacolare, perché la malattia può essere un importante spazio di rinnovamento interiore. Essere pazienti disinformati, passivi ed apatici velocizza l’espletamento dei protocolli sanitari, ma non sempre attiva il processo di guarigione. A volte la malattia può essere un’occasione per sostare e ripensare alla propria vita, in solitudine o con un accompagnamento attento e sensibile. Occorre introdurre uno spazio critico, riflessivo e consapevole nel proprio percorso esistenziale per poter scorgere il potenziale trasformativo della malattia.

La cura del corpo è una relazione: prima di tutto con se stessi e poi con il medico. Essa diventa molto difficile da vivere quando non è prevista la guarigione del malato. Il medico a volte, di fronte all’angoscia di morte del paziente, mette in atto dei comportamenti difensivi, che vanno dall’iper-razionalizzazione alla difesa dalle emozioni scaturite dalla malattia grave.

Nella società contemporanea c’è una grande attenzione per l’estetica dei corpi più che per la cura e salute degli stessi, un fenomeno che ha influenzato lo stesso rapporto medico-paziente, che si è evoluto nel corso del tempo. La tendenza della medicina è quella di oltrepassare i limiti del corpo che deve essere sempre efficiente; i percorsi di cura inseguono traguardi sempre più ambiziosi che osservano la logica del rifiuto della sconfitta, della malattia e della morte.

La questione della cura del corpo va posta, oggi, all’interno del circuito “potenza – volontà di potenza” che caratterizza il procedere della modernità e che alimenta tanto la nostra vita personale quanto i nostri sistemi sociali. Anche il rapporto medico paziente risente del culto della prestazione, che impone l’efficienza fisica finalizzata alla performance a tutti i costi, sia da parte del medico che “deve” guarire, che da parte del paziente, che “esige” la guarigione.

Se è vero che la sanità va verso una medicina mirata, cioè verso una ricerca sempre più precisa, che punta ad identificare fattori specifici che rendano le cure sempre più personalizzate ed efficaci, la migliore cura non sempre, e non soltanto, significa prescrivere il farmaco più innovativo o la tecnica chirurgica più all’avanguardia. Una cura psicologicamente sostenibile implica un ascolto del paziente come persona. Un ascolto che può permettere, dopo la diagnosi e dopo le prime cure chirurgiche d’emergenza, un follow up personalizzato e più efficace. Solo così la malattia può divenire un evento trasformativo della vita.

[1] J. Lacan Psicoanalisi e medicina, “La Psicoanalisi”, n. 32, 2002, p. 13.

[2] Ibidam, p. 14.

[3] Per approfondimenti: L. Porta, Il corpo estraneo, in “Corpi ipermoderni, la cura del corpo in psicoanalisi”. Ed. Franco Angeli, Milano, 2012.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close