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Nel cuore della città dell’urgenza un luogo di ristoro con un personale tanto anomalo quanto straordinario, che permette un primo passo verso l’attività lavorativa a ragazzi con Sindrome di Down e un altro, più timido ed inconsapevole, a tutti gli altri verso la propria strutturale quanto ineliminabile disabilità.

di Laura Porta.

locanda1Natura esuberante, ossigeno senza rumore del traffico, vista del castello Sforzesco e inconsueta calma dei clienti, perlopiù tranquilli passeggiatori dell’oasi nel cuore della città dell’urgenza.
E’ la Locanda alla mano, un’iniziativa di ristorazione che nasconde un cuore sociale, permettendo l’avviamento al lavoro per ragazzi con sindrome di Down.
Ha preso vita dal 2013 grazie alla collaborazione tra l’assessore Pierfrancesco Majorino e l’imprenditore e ideatore del progetto Fabio Bocchiola. Il bar tavola fredda è opera dell’architetto Italo Rota e si situa all’interno del parco Sempione in uno scenario decisamente insolito.
locanda2Potremmo descriverla a partire da qualche ritratto delle persone che la animano, Martina, una giovane Down ‘che non si ferma mai’, operosissima e sempre intenta ad impegnare il suo tempo per rendersi utile alla Locanda, con un’intelligenza operativa che la rende autonoma, scattante e sempre sul pezzo; Martina (sì, anche lei), dalla voce squillante e con una spontaneità diretta che mette allegria, aperta al dialogo e con la battuta pronta, e Carlo Giuggioli, la figura perno intorno a cui ruota tutta l’operatività della Locanda, non down, anzi piuttosto up senza troppe cerimonie. Infatti è necessario fargli un’intervista più approfondita per scoprire che è un ricercatore sulle relazioni internazionali. Sa far dialogare gli stranieri tra loro. E stranieri non sono soltanto coloro che appartengono a diverse culture e nazionalità, ma anche, nella stessa cultura, coloro che partono da condizioni differenti in termini di vantaggi e potenzialità. Disabili e non disabili per esempio. O meglio, coloro che sanno di esserlo e coloro che non lo sanno, perché la disabilità è una condizione che può appartenere a chiunque si confronti con l’ignoto e l’impossibile. Basti pensare a che cosa comporterebbe per ognuno di noi doversi orientare nella foresta amazzonica con il linguaggio sconosciuto dei segni della natura: rispetto agli indigeni saremmo affetti da una forma di disabilità ad orientarci nel mondo circostante. È così che vive un disabile cognitivo, in un mondo troppo complesso per lui, che non ha pazienza di aspettarlo. Ma se solo qualcuno avesse l’ispirazione, la voglia e il tempo per creare le condizioni di farli emergere, ecco che vedremmo affiorare dei soggetti davvero sorprendenti nella loro particolarità. Questa è l’esperienza che si incontra vedendo all’opera i ragazzi della Locanda, questa la scintilla che anima il suo fuoco sacro.
Nessun pietismo, nessuno sconto, solo un po’ di pazienza (ed una buona dose di intelligenza intuitiva non improvvisata) di chi coordina. I ragazzi lo stimano, qualcuno, nello stile singolare dei Down, si lascia andare a profusioni affettive verbali verso il coordinatore che egli accoglie con bonaria condiscendenza, ma il lavoro è poi uguale per tutti. Con la fatica supplementare di avere un occhio vigile sui loro limiti per intervenire a vedere laddove essi non vedono, rimetterli in pista e renderli operativi quando vacillano. Con l’impegno di avere una sensibilità sulle dinamiche di gruppo per intervenire a sciogliere i nodi generati dall’aggressività, dalla competizione o dalla seduzione. Una fatica supplementare decisamente ricompensata da un clima di lavoro di frizzante entusiasmo percepibile anche da chi si trova lì di passaggio.
locanda5“I ragazzi percepiscono un regolare stipendio”, mi racconta Fabio Bocchiola “e a loro viene richiesto di adeguarsi alle regole come a un qualsiasi dipendente. La nostra più grande soddisfazione è quando, ormai adeguatamente formati, ricevono proposte di lavoro da altri esercizi commerciali”. La Locanda diventa così un passaporto per la vita, nel suo stile paterno e normativo, ma con uno sguardo attento di profonda intelligenza relazionale che vigila sui ragazzi, essa promuove il recupero della dignità in ragazzi abituati a dover ripiegare su centri per svolgere lavoretti non pagati, abituati a dover supplire alla loro diversità con delle pseudo occupazioni non riconosciute dalla collettività. Abituati a non avere un’autonomia sia per struttura mancante di partenza sia per strade sbarrate incontrate nel sociale.
Certo, le famiglie di origine hanno una funzione importante nel favorire la loro emancipazione, ma se la società non rende possibili percorsi di integrazione reali, il discorso famigliare non basta.
La Locanda è anche un luogo dove si organizzano eventi, concerti, presentazioni di libri. Un modo insolito per la città di Milano di vivere all’aria aperta staccando la spina dai cliché comportamentali ed estetici che intrappolano in modus vivendi standardizzati secondo le circostanze e le mode.
A partire dalla verità semplice e al contempo straordinaria di chi si industria per confrontarsi con i propri limiti e per superarli, ciascuno è chiamato, se vuole, a fare i conti con i propri. Ecco allora che l’informalità, nel nome stesso del locale, “alla mano”, appunto, apre a una possibilità di confronto con la propria, personale, verità, unica come la loro, come quella di chiunque.

Leggi articolo sul blog della Casa dei Diritti

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