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A mio fratello Stefano.
Il suo sorriso resti impresso nelle menti
di tutti coloro che gli hanno rubato
i sogni e il futuro.
Perché diventi simbolo di dignità
e non di morte.
Ilaria[1]

Antigone, nome evocativo ma non casuale, è l’associazione che, insieme ad altre, ha affiancato Ilaria Cucchi in questi sette lunghi anni di battaglie per veder riconosciuti i diritti del fratello, Stefano, morto in carcere in circostanze “misteriose” dopo una settimana di custodia cautelare.

Stefano Cucchi, incensurato con un passato di tossicodipendenza, è morto mentre era custodito nell’istituzione carceraria; era uscito di casa in buone condizioni di salute e, una settimana dopo l’arresto, il suo cadavere è stato consegnato alla famiglia con evidenti segni di percosse, ossa spezzate, lesioni interne, tumefazioni al volto. Purtroppo queste “cadute accidentali” le conosciamo bene, sono quelle che confessano alcuni arrestati, o alcuni malmenati e pestati, quando la verità non può essere rivelata perché avrebbe conseguenze ancor più tragiche delle lesioni stesse.

Ma Stefano Cucchi il tempo di confessare non lo ha avuto, è morto tra le mura del reparto penitenziario dell’Ospedale Pertini di Roma senza avere la possibilità di incontrare i parenti.
Come Antigone, Ilaria si è battuta fin dal primo istante, appena appresa la notizia della morte del fratello a causa di quello che si sarebbe poi rivelato un delitto di Stato. I delitti di Stato sono difficili da risolvere, di solito restano avvolti nel mistero, tra dubbi non chiariti e domande senza risposte. Tutto si confonde in una nebulosa dove ogni protagonista chiamato in causa può invocare giustificazioni approssimative, che lasciano nell’incertezza ciò che davvero è accaduto: “Ci sono le carte a disposizione, potete controllare, noi siamo tranquilli”, queste le parole dell’agente penitenziario al padre il giorno della morte di Stefano[2].

È arduo riuscire a diradare le nebbie e a distinguere i fatti quando lo Stato è chiamato ad inquisire ed a giudicare se stesso. È alto il rischio di inciampare in ostacoli frapposti dalle istituzioni, dalla burocrazia o dalla mancanza di testimoni. Ma Ilaria e la sua famiglia non si sono lasciati scoraggiare, hanno rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, hanno interloquito con i rappresentanti dello Stato e della Giustizia.
Nel solo anno 2009 Stefano era il centoquarantottesimo caso di morte in carcere in circostanze poco chiare in Italia, destinato a rimanere chiuso in un cassetto dei segreti di Stato, uno dei tanti delitti impuniti e sconosciuti.

Sarebbe caduto nell’oblio e nella dimenticanza, come tanti, complice il senso di colpa di chi, in carcere, non denuncia i soprusi subiti. Gli studi psicoanalitici hanno evidenziato come molti reati vengano commessi con la precisa intenzione inconscia di essere puniti, per espiare un senso di colpa inconscio. Siamo nel versante nevrotico della popolazione criminale, non certo nel versante psicotico o perverso. Nell’ottica nevrotica, la detenzione in carcere per scontare la pena costituirebbe un sollievo per un incontenibile senso di colpa, altrimenti non espiabile simbolicamente. Scrive Freud: “Questo oscuro senso di colpa proviene dal complesso edipico (…). I crimini commessi per fissare il senso di colpa costituiscono certamente un sollievo per l’individuo tormentato”.[3] Senso di colpa, bisogno di espiazione attraverso la detenzione carceraria, fattori che contribuiscono alla docilità ed alla sottomissione di una parte della popolazione carceraria.

Una docilità, una tendenza ripetuta a mentire e un senso di colpa che emerge nel profilo psicologico narrato, con ricchezza di particolari, nel libro di Ilaria dedicato al fratello “Vorrei dirti che non eri solo”[4].
Sono complici dell’oblio anche il senso di colpa e la vergogna dei famigliari di un ‘drogato’, esasperati dalle ricadute tossicomaniche e delinquenziali del congiunto.
Ilaria Cucchi, pur lucida nel riconoscere le responsabilità e la gravità delle ricadute del fratello, non ha potuto tollerare la mancanza di dignità, la solitudine e lo squallore delle circostanze in cui la sua morte è avvenuta.

A differenza di Antigone però, un particolare rende significativa la battaglia di Ilaria e di quel che resta della sua famiglia: una grande fiducia nelle istituzioni, nei suoi rappresentanti ed esecutori. Fiducia che è perdurata anche quando la controparte che ha inghiottito Stefano, la Cosa Pubblica, è divenuta ostile e chiusa in se stessa. La battaglia è stata portata avanti senza strepitii, con una fiducia nella Legge dello Stato, senza gesti estremi, ma anche senza sconti e senza resa. Una determinazione del desiderio di difendere la dignità del fratello dunque, come Antigone, senza sconfinare nella disperazione, nella follia o nel suicidio, reale o sociale.

Questo desiderio deciso ha portato a un riconoscimento.

Il 17 gennaio 2017 apprendiamo la notizia della grande svolta, ce la comunica, tra gli altri, Susanna Marietti sul Fatto Quotidiano, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone: “Finalmente si chiamano le cose con il loro nome: omicidio preterintenzionale. È questa l’imputazione chiesta dalla procura di Roma per tre carabinieri nelle nuove indagini sulla morte di Stefano Cucchi”.

Un esempio ed una testimonianza toccante di come legge e desiderio, con dedizione e tenacia, possano coesistere anziché contrapporsi; una manifestazione esemplare dell’indissolubilità di un desiderio che può scendere a patti con la legge.

[1] Ilaria Cucchi, “Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano, mio fratello”. Ed. Rizzoli, Milano, 2010.
[2] Ibidem.
[3] S. Freud “I delinquenti per senso di colpa” in OSF, vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 651.
[4] Ilaria Cucchi, “Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano, mio fratello”. Ed. Rizzoli, Milano, 2010

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

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