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Di Laura Porta.

Che cosa sta accadendo in Spagna? Qual è la storia e il significato della richiesta di indipendenza da parte della Catalogna? Proverò a rispondere attraverso una breve ricostruzione storica e, avvalendomi della testimonianza di una collega, cercherò di sviluppare una riflessione “super partes”.

La risposta andrebbe cercata in almeno due diversi ordini di fattori.

  1. Lo Stato spagnolo unificato risale al XV secolo; per tre secoli la Catalogna gode di un proprio governo cui è riconosciuto un altissimo livello di autonomia. All’inizio del XVIII secolo in Spagna si diffondono le nuove teorie illuministiche di provenienza francese, con tutto l’annesso apparato teorico sul “governo illuminato”; la prima conseguenza operativa è un durissimo intervento del governo centrale contro le autonomie regionali. Si può dire che, con alti e bassi, la tensione fra governo centrale spagnolo e diversi governi regionali sia proseguita senza soluzione di continuità da allora fino ad oggi. Il periodo di repressione più dura è stato sicuramente quello della guerra civile e poi della dittatura del generale Francisco Franco. I Paesi Baschi sono stata la regione in cui lo scontro si è acuito maggiormente, con la costituzione di movimenti terroristici clandestini molto violenti.
  2. Poi c’è la questione economica. La Catalogna è la regione spagnola a industrializzazione più avanzata, dunque la più ricca. Ciò significa che molte delle tasse versate dai catalani vanno a finanziare regioni più povere e questa è avvertita come un eccesso nel sobbarcarsi le sorti della nazione. Da tale punto di vista il movimento indipendentista catalano si trova sulle medesime posizioni della Lega in Italia. A questo proposito è molto interessante osservare che fino a una decina di anni fa, con Bossi alla guida, la Lega rivendicava in continuazione “l’indipendenza del nord”, anche se la strada dalle dichiarazioni roboanti ai fatti era, agli occhi di tutti, impervia e forse improbabile. Con la venuta meno di Bossi, la Lega ha cessato di parlare di indipendenza (forse non a caso sono sparite anche le scritte “Padania indipendente” dai muri!). È evidente che un’eventuale indipendenza della Lombardia rappresenterebbe un grave danno economico per l’intera regione. Questo è anche il motivo per cui, quando in Scozia si è svolto il referendum sull’indipendenza dalla Gran Bretagna – promosso dallo Stato centrale e non dal governo regionale – il NO ha vinto nettamente, benché in Scozia esistesse un movimento indipendentista molto attivo. Del resto la notizia di aziende catalane che si preparano a trasferirsi all’estero in vista della possibile secessione è una conseguenza della medesima convinzione, cioè che una regione che si separa da uno Stato dotato di un significativo rilievo politico-economico internazionale va incontro ad un grave danno.

il-dialogo-impossibile2Sempre in questo senso è molto indicativo il quesito del referendum promosso unilateralmente dal governo leghista della Lombardia, che si effettuerà fra due settimane.

Per approfondire meglio chiedo un parere all’amica e collega psicoanalista Silvia Grases, di Barcellona, che mi dipinge “dal di dentro” lo scenario. La grave crisi economica mondiale scatenatasi nel 2008 ha colpito fortemente anche la Catalogna che, avendo sempre versato contributi economici sostanziosi allo Stato spagnolo, ha chiesto che venisse stipulato un nuovo patto fiscale agevolato, sul modello dei Paesi Baschi e di Navarra. Ma il governo centrale ha sempre rifiutato l’interlocuzione con la Catalogna, accusando sistematicamente i cittadini catalani di non essere solidali e di non promuovere la convivenza, ricorrendo anche a false accuse ai fini della propria propaganda politica.

Oggi i catalani sono sempre più stanchi di dover dare sostentamento economico a tutto il loro Paese, di essere “spremuti” senza alcun ritorno, venendo anzi trattati con disprezzo dal resto della Spagna. La risposta che viene data loro da Rajoy è sempre la stessa: “La Spagna è una nazione unita e i catalani non la romperanno”. Nessuna interlocuzione dunque, nessun tentativo di riconoscimento ad un popolo che esige differenziarsi, nessuna intermediazione per concedere ai catalani un’autonomia che sia compatibile con le esigenze di mantenere unita la nazione.

Per questo, come afferma Silvia Grases, “il referendum di domenica è stato un atto etico”. Un atto che non vuole rinnegare l’appartenenza alla Spagna, ma vuole essere una protesta contro Rajoy, alla sua intolleranza nei confronti della particolarità catalana, alla sua negazione radicale ed ostinata del dialogo.

Infine, descrive Silvia: “Domenica scorsa l’intervento della polizia è stato terribile, di una violenza brutale e senza senso, esercitata contro persone indifese, tra le quali donne e anziani, che stavano votando pacificamente. La TV nazionale ha censurato molti particolari dell’esibizione di forza compiuta da parte della polizia spagnola nei confronti dei cittadini, con un intento più volto alla repressione umiliante che al ristabilimento di un ordine. Non ce n’era alcun bisogno perché non si trattava di una rivoluzione, alcuni giornalisti, a cui è stato intimato di non raccontare molti particolari di quanto stava accadendo, in segno di protesta hanno manifestato con dei cartelli in cui si leggeva ‘vergogna’. Il governo ha negato di aver usato violenza, anche di fronte alle immagini. Il presidente spagnolo Rajoy e la vicepresidente Soraya Saenz de Santamaria, hanno dichiarato che la polizia ha fatto un intervento ‘proporzionale e proporzionato’, escludendo indagini su quanto è accaduto”.

Anche il re di Spagna Filippo VI ha commentato i fatti facendo una critica di irresponsabilità ai catalani, che vogliono frammentare la Spagna, mantenendo la linea di non volerne sapere di dialogare con loro e di non tener conto dei loro bisogni.

Tutti i commenti “super partes” di questi giorni sostengono che da una parte la Catalogna abbia commesso un grave errore nel muoversi verso l’indipendenza e dall’altra che il governo spagnolo sia il primo responsabile dello stato di tensione emotiva, che oggi rischia di portare la Catalogna ad un vero e proprio harakiri. L’errore del governo consiste nell’essersi contrapposto in modo eccessivamente rigido alle richieste di autonomia che la Catalogna avanza dalla fine della dittatura di Franco.

Oggi le rivendicazioni indipendentistiche catalane risentono molto del ricordo traumatico ancora vivo delle stragi della guerra civile, in cui Madrid e Barcellona si sono trovate su fronti opposti, e del pugno di ferro di una dittatura che ha sempre individuato in Barcellona il proprio nemico storico. Se questa ferita ancora aperta è più che comprensibile nel popolo catalano, il risentimento per ingiustizie del passato non può mai essere un buon consigliere per un’azione politica nel presente.

La richiesta radicale della Catalogna di separazione dalla Spagna è stata una reazione alla rigida posizione del governo centrale che si rifiuta di prendere in considerazione ogni possibilità, anche intermedia, di autonomia.

Sarebbe auspicabile per entrambe le parti uscire da una rovinosa contrapposizione “muro contro muro”. Alla Catalogna converrebbe rinunciare ad ogni rivendicazione indipendentista e mirare piuttosto ad un’autonomia sostanziale; il governo centrale dovrebbe rendersi conto che la difesa tout court dell’unità nazionale, senza aprire una seria trattativa per concedere un maggiore grado di autonomia, è antistorica e porterebbe solo a disastri.

L’unica soluzione potrebbe essere la comunicazione fra le parti, attraverso un dialogo che comporti una seria negoziazione. Ciò esige che entrambi i governi facciano un passo indietro, operazione difficile dopo i toni incandescenti di questi giorni.

Attendiamo dunque con trepidazione gli sviluppi, augurandoci che questa vicenda possa concludersi con un dialogo caratterizzato da dignità e intelligenza nel gestire il conflitto.

 

Leggi l’articolo sul Blog Gli Intrusi

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