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Questa relazione si riferisce ad un lavoro clinico individuale e di gruppo che sto conducendo in ospedale con pazienti che si sottopongono ad un intervento di trapianto d’organo.

Il trapianto è un’esperienza che si colloca ai limiti della possibilità di rappresentazione. Se infatti il corpo medicalizzato si presta ad essere non solo rappresentato, ma anche oggettivabile e misurabile, il corpo vissuto, il corpo inconscio, non è mai così precisamente esplorabile, esso sfugge allo sguardo dell’osservatore ma sfugge anche a chi vi risiede, chi vi abita. I soggetti che si sono sottoposti ad un intervento di trapianto percepiscono questo scarto in maniera netta: lo scarto incolmabile tra corpo vissuto e corpo medicalizzato, corpo percepito e corpo oggettivato. Un esempio clinico molto frequente è quello dei pazienti che dicono di percepire il proprio nuovo organo. Secondo la medicina questo è impossibile, perché esso non è innervato e la capsula connettivale che lo circonda è rimasta su quello vecchio. Eppure esistono diversi forum di pazienti trapiantati che affermano di avere questa percezione, contraria ad ogni logica medica. Come nota Derrida (2000, 183-208) non è possibile concepire nessuna esplorazione del corpo vissuto, neppure nel caso ‘puro’ delle mani di un individuo che si toccano fra loro.

Nel trapianto vediamo convivere e coabitare statuti diversi del corpo: una casa dalla planimetria limpida e dettagliata fin nei suoi meandri più microscopici secondo l’ideale scientista; un luogo oscuro di godimenti muti ed indecifrabili secondo l’inconscio. Perché luogo oscuro? Il corpo muto è un corpo che non racconta nulla, ‘si comporta’ come direbbe M’Uzan, ma questo comportamento non è un appello, non sta ad indicare un significato rimosso, non rappresenta un desiderio inconscio, non vuole essere scoperto né decifrato. Nel mezzo, tra questi due modi estremi di esprimere il corpo, si trova il corpo che parla, che si lascia decifrare attraverso il significato simbolico dei suoi sintomi.

Mai come nell’esperienza del trapianto il contrasto e la dialettica tra queste diverse modalità di espressione del corpo diviene fondamentale nel processo di elaborazione dell’intervento: corpo oscuro/corpo chiaro, corpo estraneo/corpo intimo, corpo parlante/corpo medicalizzato.

Da una parte c’è un non volerne sapere dei pazienti di ciò che avviene nell’avventuroso percorso del proprio corpo, meglio che il corpo torni a fare silenzio, nella misura in cui la salute è percepita come ‘ la vita nel silenzio degli organi’ (R. Leriche, 1937), meglio aderire alla proposta medico-tecnica di una semplice faccenda di naturale cambio di pezzi. Da un’altra, soprattutto quando essi si trovano in prossimità dell’intervento, c’è un proliferare di immagini e di significanti che si impongono alla loro mente producendo angoscia, essi offrono un corredo simbolico a un trattamento del corpo ai limiti del dicibile.

Perché ai limiti del dicibile? Quando la malattia grave imperversa sui soggetti a volte ne causa un vacillamento, una perdita dei punti di riferimento, li destabilizza. Queste esperienze di sofferenza sono eventi che si producono in una dimensione che si potrebbe definire ‘al di là dello specchio’.

La fase dello specchio, teorizzata da J. Lacan, è quel momento, nella prima infanzia di un soggetto, che struttura la sua immagine narcisistica grazie al fatto che qualcuno gli permette di riconoscersi, gli rimanda la dimensione di un’unità corporea, che definisce e valorizza quell’insieme confuso ed angoscioso di sensazioni che il neonato vive prima di possedere questa identità. Nello specchio sensazioni e pulsioni trovano un’unità rassicurante, ideale, grazie allo sguardo di chi fa sì che il bambino si riconosca.

Nell’esperienza della malattia grave, ed in particolar modo del trapianto, questa unità narcisistica e questa identificazione pacificante subiscono una scossa, un affronto.

La letteratura psicoanalitica dimostra che la possibilità per un soggetto di sopportare un vacillamento della propria identità narcisistica nel corso della sua vita è legata ad un buon attraversamento dello stadio dello specchio. Grazie alla tenuta di questa esperienza precoce di riconoscimento, per quanto illusoria, è possibile sopportare i vacillamenti a cui l’immagine narcisistica può andare incontro nel corso della vita.

L’esperienza della malattia grave e del trapianto minano la rassicurante illusione fallica di completezza del corpo, ne complicano l’immagine corporea, in questo senso essa è un’esperienza al di là dello specchio.

Al di là significa che essa eccede, in quanto non è del tutto rappresentabile, necessita di un lavoro in più per essere simbolizzata. Se dallo specchio e da tutte le esperienze di riconoscimento emerge un ‘Io’, da un’esperienza come il trapianto emerge un vacillamento dell’Io e del Soggetto, “quale io?”, si domanda Nancy (2000, p.13), nel suo celebre saggio “L’intruso”. Nella malattia grave l’esistenza si  manifesta come nuda vita, nelle storie cliniche di questi pazienti emerge un’interrogazione, a volte una scissione fra la vita e il senso: accanto ad un decorso medico eccellente e ad interventi perfettamente riusciti questi pazienti chiedono aiuto perché nonostante tutto la malattia irrompe nelle loro vite disorientandole, le loro esistenze non hanno più valore, la solitudine e la paura li isolano e li terrorizzano, la disperazione e l’angoscia sono insopportabili.

Dopo un primo tempo in cui la figura dello psicoanalista in ospedale si presta ad una sorta di pronto soccorso dell’anima, c’è un secondo tempo in cui l’angoscia e la depressione si placano, questo è il momento in cui affiorano le rappresentazioni immaginarie e simboliche del trapianto, con tutte le implicazioni che esse hanno nella propria storia, nei vissuti e nei ricordi.

Da questi racconti emerge come, quando le cose vanno bene, gli organi trapiantati divengono oggetti pulsionali, in quanto tali investiti libidicamente: come oggetti pulsionali essi possono essere integrati nell’immagine narcisistica del corpo a partire da una loro iniziale estraneità. L’immagine del corpo e i nuovi organi cercano una via, nell’inconscio, per riannodare insieme senso, vissuto e fantasmi. Questo è il lavoro in più, lo sforzo supplementare che occorre fare da parte di questi pazienti: un reinvestimento libidico e narcisistico sul proprio corpo che si presenta in frammenti, in pezzi staccati fra loro.

Così Mina, che non ha mai avuto figli, dice che il suo nuovo rene lo ‘porta in grembo come il suo bambino’, un maschio per la precisione, come il sesso dell’anonimo donatore, di cui è riuscita a carpire l’identità dai discorsi dei medici in corsia.

Luna porta al gruppo un romanzo che l’aveva sostenuta durante l’intervento di trapianto e ce ne legge un passaggio: “Il seme nuovo è fiducioso, si radica nel profondo. Occorre fargli posto”. Lei, nel periodo dell’intervento, pensava a far posto al nuovo organo che avrebbe ricevuto. Oggi rileggendo questo passaggio si rende conto che si trattava di una fantasia di fecondazione.

Anche Francesco dice che durante il primo periodo si sentiva ‘incinto’, percepiva l’organo ricevuto come una ‘piccola sfera’ che gli ricordava l’immagine del cuore di suo figlio che batteva ancora nel ventre di sua madre, era tinto di un dolore lieve, assolutamente presente.

Questi sono esempi e casi di trapianti ben riusciti, ben metabolizzati psichicamente. Quando le cose vanno male, invece, gli organi trapiantati prendono forme e vite proprie, assumono tratti inquietanti e persecutori, si perpetuano come corpi estranei.

La psicoanalisi ci insegna che l’Ideale narcisistico dell’Io è un’illusione, illusione fondamentale, senza la quale non ci sarebbe identità. Lacan arriva ad affermare che “La follia è credersi un io” (Sem. I, p. 241), “Io è un altro”, con le parole di Rimbaud. L’integrazione fra gli oggetti pulsionali e l’immagine narcisistica dell’Io avviene grazie al luogo dello sguardo dell’Altro, che rimanda al soggetto la sua immagine speculare. Questo Altro maiuscolo potrebbe essere la madre, il padre, lo psicoanalista, qualcosa che funzioni come specchio per un soggetto, che svolge una funzione di risposta. L’esperienza di un’analisi portata a termine è un’esperienza di oscillazione di questa identità, che non necessita più di essere così rigidamente sostenuta in quanto può accettare l’eterogeneità, l’apertura, la non identità fra campo pulsionale e campo narcisistico. Occorre però un percorso per giungere a questa verità, brutalmente incontrata da chi affronta un trapianto.

 Per questo i soggetti che sono in prossimità di un trapianto devono appoggiarsi a rappresentazioni, a simboli, al sostegno narcisistico dello psicoanalista e del dispositivo terapeutico, come in questo caso il gruppo. Tutto ciò non esaurisce mai l’indicibile e il rimosso del corpo, ma ne aggira la dimensione più angosciante, delimitandola, riannodando i fili di un percorso terribilmente complesso. Si tratta, sicuramente, di un preliminare ad un percorso analitico, ma anche di un’opportunità per un soggetto di imparare qualcosa. Le immagini ed i significanti che vengono prodotte sono appigli, ma anche evoluzioni simboliche, come nel caso di Sara, che non ha mai pensato al trapianto, né prima né durante né dopo. Ha preferito pensarlo come un intervento qualunque, senza soffermarsi sui dettagli. Una riparazione chirurgica, come si ripara una macchina. Tuttavia dopo il trapianto ha iniziato, apparentemente senza motivo, ad occuparsi di volontariato. Oggi, dopo 15 anni, ha un ruolo di responsabilità in un’importante associazione che opera nel sociale. L’organo trapiantato si presta ad essere letto metaforicamente: è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro: feto, seme, dono. In quanto dono non risponde però alla logica dello scambio: non c’è possibilità di ricambiare il favore. Le regole internazionali che vietano a ricevente e donatore di conoscere le reciproche identità sono rigidissime. Dunque un debito resta sospeso, solo il chirurgo fa da terzo a questo scambio impossibile, è l’unico che conosce l’identità dei due termini dello scambio, è a lui che a volte vanno i commossi ringraziamenti dei pazienti, ma non sempre egli è consapevole di essere un tramite, un terzo elemento della relazione. Così il dono diventa offerta, se nel dono c’è un’aspettativa di reciprocità, come avviene negli scambi sociali più comunemente intesi, nell’offerta c’è l’anonimato del donatore che decide di dare per una giusta causa, per un ideale, che non prevede un ritorno immediato di un riconoscimento. Un bene offerto può solo essere accettato dal ricevente, anche se a qualcuno questo non basta, resta sospeso un debito simbolico, un ringraziamento che spesso si compie attraverso un impegno nel sociale, nella collettività, nella comunità, che diviene luogo di restituzione del debito, di ringraziamento simbolico per il bene ricevuto. Non sono pochi i pazienti trapiantati che decidono di impegnarsi in opere di volontariato. Nel versante più melanconico si sviluppa invece un senso di colpa per essere sopravvissuto al donatore

Vediamo così che un intervento che la medicina propone come ‘standard’, attraverso dei protocolli che ne scandiscono precisamente le tappe e le evoluzioni tecno-biologiche, che si avvale di una presunta naturalità nel passaggio da organo a organo, è tutt’altro che ‘naturale’. Prima sul piano biologico, l’organo ricevuto è riconosciuto dall’organismo come corpo estraneo, così che i pazienti devono sottoporsi ad una rigorosa terapia immunosoppressiva per poter tollerare l’intruso. L’organo ricevuto, ben lungi dall’essere naturale diviene farmaco, che salva la vita ma anche la mortifica. Poi sul piano inconscio: ciascuno, più o meno consapevolmente, elabora e metabolizza questo organo ricevuto secondo le sue risorse, la sua tenuta narcisistica, le sue capacità di simbolizzazione. Questo ha delle implicazioni su un piano soggettivo che vanno al di là del mero intervento tecnico sul corpo. La psicoanalisi, grazie al suo ascolto dei soggetti uno per uno, apporta una possibilità inedita di elaborare l’indicibile, riannodare quei fili simbolici e fantasmatici che di fronte ad un eccesso di reale tendono a sommergersi ed a scomparire, lasciando il soggetto smarrito in una sofferenza muta ed indicibile.

Laura Porta

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