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L’8 novembre la Consulta ha accolto la legittimità costituzionale sull’attribuzione del cognome della madre, oltre a quello del padre, al figlio. Una svolta importante verso l’emancipazione dalla cultura patriarcale, che lascia sperare una rivalutazione della eredità affettiva materna.

Di Laura Porta.

“In nome della madre s’inaugura la vita.”

Erri de Luca, “In nome della madre”

Martedì 8 novembre 2016 un silenzioso inizio di svolta epocale è avvenuto in Italia: la Consulta ha infatti accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte di appello di Genova sul cognome del figlio e ha dichiarato l’illegittimità della norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori. Da adesso in poi, se d’accordo, i genitori potranno dare il doppio cognome. In caso di mancato accordo tra padre e madre il bambino terrà il cognome paterno.

Ora tocca al Parlamento intervenire, per promulgare una legge affinché finalmente l’Italia porti avanti il suo cammino di emancipazione dalla cultura patriarcale.

il cognome della madreAncora una volta è stata la magistratura, la Corte Costituzionale ad aprire un varco, a dare un orientamento, ad anticipare la politica legislativa su problemi che toccano la vita quotidiana dei cittadini. Dalla fecondazione assistita, a quella eterologa, dal riconoscimento dei figli di coppie gay, sono sempre stati i tribunali e infine la Consulta a delineare il cambiamento riconoscendo le richieste che venivano dalla società.

Sino ad oggi l’unico modo per ottenere il doppio cognome è stato quello di fare richiesta al Prefetto, come si fa, ad esempio, quando il proprio cognome è ridicolo o offensivo. Ma la concessione è sempre stata a discrezione del Prefetto.

La storica sentenza nasce dal ricorso di una coppia italo-brasiliana residente a Genova che aveva chiesto di poter registrare il proprio bambino con il doppio cognome. Per senso di parità ma anche per armonizzare la condizione anagrafica del piccolo, che ha la doppia cittadinanza, tra il Brasile dove è identificato con il nome materno e paterno e l’Italia dove ha soltanto il cognome del padre. Ma la richiesta della coppia era stata respinta per quella “norma implicita” secondo la quale ai figli nati nel matrimonio va attribuito soltanto il cognome paterno.

La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per l’automatica attribuzione del cognome paterno, ritenendola “discriminatoria verso le donne”, un automatismo in contrasto con una serie di precetti costituzionali, a partire dal diritto all’identità personale e dal principio di uguaglianza e di pari dignità dei genitori.

La svolta epocale è aver riconosciuto la presenza di un automatismo che è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna. Essa ha segnato una vittoria di riconoscimento per le donne, per le madri. Ora i figli potranno finalmente portare il cognome materno accanto a quello del padre dal giorno della loro nascita, senza pratiche burocratiche e senza attese. Dopo secoli in cui le origini materne in nome del pater familias sono state ignorate, cancellate, perse, inesistenti nei registri delle parrocchie, delle anagrafi, adesso cambia tutto. Sempre che tutti e due i genitori lo vogliano.

Pochi giorni dopo questa storica svolta le elezioni di Trump hanno traumatizzato l’opinione pubblica mondiale, aprendo scenari di regressione alle ‘viscere’ della storia, risvegliando fantasmi di ritorno al razzismo, alla xenofobia, alla misoginia, all’ignoranza e ad antichi pregiudizi. È forse per questo che la storica svolta è passata in sordina? Non se ne è parlato molto, l’evento italiano non ha avuto una grande risonanza mediatica.

Il cognome della madre (2)Massimo Recalcati, noto psicoanalista lacaniano, ha dedicato molto spazio alla riflessione sul tramonto della figura paterna, denunciando lo sganciamento che l’evaporazione del padre produce nel rapporto tra legge e desiderio, tra limite e pulsione, tra le opere della sublimazione e il vortice aspirante del cosiddetto “godimento”. Egli introduce la figura del “padre testimonianza” come nuova figura orientativa del padre: non è più il tempo del padre padrone, del pater familias che si limita a dare divieti, ma il padre oggi può essere “incarnazione singolare del desiderio nella sua alleanza con la legge”[1], un padre che sappia incarnare, oltre al limite, una passione. Un padre depotenziato, umanizzato, ma che conserva la sua funzione orientativa grazie alla sua testimonianza di un desiderio.

Accanto a questa nuova figura paterna sorge una figura materna il cui valore viene riconosciuto nella sua decisiva importanza per umanizzare la vita, per fornire le fondamentali cure non anonime senza le quali nessun bambino può sopravvivere: “Le mani non sono forse il primo volto della madre? Non sono state forse le mani di mia madre che hanno accarezzato il mio corpo seminandolo di lettere, di memorie, di segni, arandolo come fosse terra?”[2].

Come afferma F. Berardi Bifo[3]: “Grazie all’emancipazione della donna, e alla sussunzione del lavoro femminile da parte del ciclo economico, l’affettività è ridotta al lavoro salariato. Milioni di donne lasciano ogni giorno il loro bambino per andare in ufficio o chissà dove a lavorare. E milioni di donne abbandonano a Nairobi o a Manila i loro figli per andare nelle metropoli occidentali a occuparsi di bambini altrui (e vecchi altrui naturalmente). È questo gigantesco spostamento di presenza affettiva e corporea della madre che produce l’abisso psichico più profondo, destrutturante, nello psichismo globale contemporaneo. (…) Altro che il papà, la legge e l’ordine. La mamma, l’accesso affettivo e corporeo alla parola, la sensibilità, la percezione dell’altro come tuo simile. Questo è in gioco nella condizione post-edipica contemporanea, qui si costituisce la condizione di un’apertura desiderante senza filtro affettivo. È l’affettività corporea – non il dominio simbolico – che rende possibile un accesso desiderante al linguaggio che non si manifesti come panico”.

Rendiamo omaggio, dunque, a un riconoscimento civile e sociale delle madri, come inizio di un processo per onorare la loro eredità affettiva, in quanto, come afferma Recalcati: “Bisognerebbe ripensare la madre a partire dalla sua memoria, a partire dalla sua eredità”[4].

[1] M. Recalcati,  Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, Milano, 2011

[2] M. Recalcati, Le mani della madre, ed. Feltrinelli, Milano, 2015

[3]   F. Berardi Bifo, Senza madri, Un commento al volume Senza padri (Paolo Godani, DeriveApprodi 2014), in http://www.commonware.org/index.php/neetwork/511-senza-madri

[4] M. Recalcati, Le mani della madre, ed. Feltrinelli, Milano, 2015

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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