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Intervento al convegno del 28 settembre 2019 a Scuola Philo, Milano

Di Laura Porta

Vorrei concentrare la mia riflessione sulla funzione del riconoscimento nella cura analitica, su come esso, per diversi gradi e a più livelli, sia la base fondamentale per un dispiegarsi espressivo dell’analizzante, espressione altrimenti ostacolata se non impossibile. In particolare vorrei focalizzarmi sulla clinica del trauma e sugli studi di Clara Mucci, che sono un tentativo di conciliare il sapere psicoanalitico con le recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze. Ho scelto di approfondire questa autrice perché a mio parere i suoi studi operano riconoscimento a più livelli, in particolare rappresentano una presa di posizione forte sull’importanza della cosiddetta sintonizzazione emotiva, che è una forma di riconoscimento, per il trattamento e la cura di soggetti traumatizzati a più livelli.Il riconoscimento è un’operazione tutt’altro che semplice, il rischio è confonderlo con le varianti semplificate ma decisamente fuorvianti dell’onnipotenza salvifica in cui può precipitare chi opera riconoscimento. Possiamo affermare che c’è stato riconoscimento solo a posteriori, perché il suo effetto è la “percezione” di una nuova nascita, della vita che riesce a rinnovarsi nonostante l’inesorabile spinta ripetitiva dei traumi (da qui la mia scelta del brano musicale “La Moldava”, che descrive la meraviglia di un corso d’acqua, il suo sgorgare nuovo e misterioso dalla sua fonte, la sacralità della sua nascita fino al suo gettarsi in mare). Un gruppo di ricercatori di Boston sul cambiamento in psicoterapia parla di “momenti presenti”, momenti particolarmente intensi, significativi, e di svolta per il processo analitico, avvertiti da entrambi gli interlocutori, momenti in cui qualcosa avviene.

Non esiste un atto che, di per sé, garantisca il riconoscimento, ma per poter riconoscere è fondamentale essere in una posizione etica, dunque orientata verso la verità e la responsabilità, meno schermata possibile da giudizi e pregiudizi. Nell’affermare questo sto già dichiarando l’enorme difficoltà che implica il riconoscimento, gli schemi culturali e di pensiero attraverso cui interagiamo con l’altro sono tanto più rigidi quanto più inconsapevoli. La messa a punto delle cinque regole per la comunicazione nei gruppi da parte di Romano Màdera che ispirano la comunità al lavoro di Philo e di Sabof, sono la prova che per non cedere alle chiusure difensive e belligeranti nei confronti dell’altro occorre un sistematico esercizio perché la tentazione è sempre dietro l’angolo. Gli “esercizi”, come li chiama Romano Màdera, rimandano più a una dimensione spirituale che intellettuale, perché l’etica si può esercitare, ma non si studia. La preparazione intellettuale di un analista, certo importante per orientare il suo lavoro, non è sufficiente a garantire la sua posizione etica. Come si narra nella parabola del buon samaritano, “voler vedere” l’altro in difficoltà è una scelta che non è garantita da alcun ruolo o professione. (Per ricordarla: un viandante viene malmenato, derubato e abbandonato sul bordo della strada. Passa un sacerdote, che lo vede e va oltre. Passa un levita, che va oltre. Passa un samaritano che lo soccorre, lo accompagna alla più vicina locanda, lascia all’oste dei soldi e gli chiede di occuparsi di lui. Salderà al suo ritorno l’eventuale debito sospeso).

Non esiste un ruolo, una professione che garantisca in sé il fatto di voler vedere la sofferenza dell’altro, anzi, la parabola del buon samaritano mostra come sia preferibile un eretico (come era un samaritano al tempo di Gesù) che anteponga l’amore e il riconoscimento della sofferenza dell’altro alle sapienti formalità dell’ortodossia. Inoltre il samaritano non attende di essere risarcito personalmente dal viandante, ma lo affida a un terzo, il locandiere: passerà al suo ritorno a saldarlo. Il debito del viandante diventa così simbolico, verso la società. Anche l’analista ha sempre un elemento terzo della relazione, che potremmo sintetizzare con la parola setting: il fatto che vi sia un pagamento, un tempo ben preciso della seduta, è un buon presupposto perché la relazione d’aiuto non diventi speculare e simbiotica.

Aver fatto un’analisi personale, essere “un paziente guarito” come affermava Ferenczi, è un buon presupposto anche se non sufficiente per essere un buon analista, capace di operare riconoscimento a più livelli. Aver attraversato personalmente la sofferenza e averla superata rende tendenzialmente più sensibili, più pronti, più in ascolto della sofferenza altrui. Per questo è impensabile poter praticare la professione di analista senza aver mai fatto un’analisi personale.

Introdurrò ora il lavoro di Clara Mucci sulla clinica del trauma, per formulare poi il concetto di riconoscimento come terapia.

La parola trauma è sufficiente, da sola, a suscitare infiniti dibattiti sulla sua definizione.

Il trauma è reale o fantasmatico? Si può parlare di trauma nei primi mesi di vita, quando il bambino non ha la possibilità di memorizzare ciò che gli accade? Esiste un trauma della nascita? Come facciamo a stabilire se vi è stato un trauma nell’infanzia, se la caratteristica del trauma è, per eccellenza, quella di soggiacere alla difesa della rimozione, quindi di essere dimenticato e forse perduto per sempre al recupero della memoria? Nel linguaggio comune si usa la parola trauma anche in riferimento ad eventi stressanti di qualunque ordine, ma che cosa intendiamo, precisamente, quando parliamo di trauma nella clinica?

Il trauma è un’esperienza che sovrasta il soggetto, che lo rende inerme, senza difese e senza la possibilità di rappresentare in qualunque modo ciò che gli sta accadendo. Non solo il soggetto non riesce a rappresentare il trauma a parole ma nemmeno con le immagini, nel momento in cui accade è un vero e proprio passaggio attraverso la morte, simbolica e psichica. Pertanto il trauma è legato a un concetto di sopravvivenza.

Per poter affermare di aver vissuto un trauma bisogna aver fatto esperienza del limite tra la vita e la morte. Trauma vuol dire che c’è stato un evento in cui il sopravvissuto è passato attraverso l’esperienza della morte simbolica, libidica, affettiva, ed è rimasto vivo, senza poter codificare questa esperienza limite dell’Io. Manca la possibilità di esprimere, rappresentare, dire ciò che è accaduto, se ciò che è accaduto è estremo, indipendentemente dall’età in cui è accaduto.

Clara Mucci ha individuato due livelli di traumatizzazione, il primo riguarda il trauma relazionale infantile ed è conseguenza di una mancata sintonizzazione tra madre e bambino nei primi due anni di vita, il secondo livello, costituito da attivo maltrattamento, abuso e grave deprivazione può cumularsi al primo.

Primo livello di traumatizzazione

La Mucci parte dal presupposto che una madre “sufficientemente buona” (come direbbe Winnicott), ha delle risorse spontanee per sintonizzarsi emotivamente con il bambino, per rispondere sia alle sue esigenze fisiologiche che a quelle emotive. In assenza di parole e di linguaggio c’è una particolare funzione dell’emisfero destro, come dimostrano le ricerche più recenti, che permettono di entrare in una sintonia profonda con l’emisfero destro del bambino, per proteggerlo e accudirlo amorevolmente. L’esperienza della sintonizzazione affettiva permette una regolazione emotiva fondamentale per lo sviluppo neurologico e psicologico del bambino.

Una madre depressa, con gravi disturbi personali o esistenziali, non riesce a compiere questa sintonizzazione, ciò comporta una difficile regolazione affettiva per il bambino, che va incontro a stati di arousal o di incuria. L’arousal è un’iperstimolazione con senso di allarme accompagnati da pianto e angoscia inconsolabili e prolungati, che non permettono al bambino di calmarsi ma lo espongono a livelli estremi di stimolazione; dal lato opposto, negli stati di grave trascuratezza e abbandono il bambino viene lasciato troppo a lungo in uno stato di mancanza di stimolazione e di scambio. In assenza di questa funzione regolatoria della madre i parametri vitali del piccolo vanno incontro a rotture di equilibri che si ripercuotono sul suo sviluppo neurobiologico. In termini di teoria dell’attaccamento, la mancata sintonizzazione non permette l’instaurarsi di un attaccamento sicuro, favorisce un attaccamento disorganizzato. Spesso questi genitori, anziché favorire una regolazione psicobiologica, inducono nel neonato stati di allarme o di abbandono che favoriscono il meccanismo della dissociazione o frammentazione psichica.

In termini lacaniani, lo psicoanalista J. Lacan con la teorizzazione dello stadio dello specchio, aveva individuato la funzione fondamentale del riconoscimento in età precoce come determinante per uno sviluppo psichico sufficientemente sano del bambino.

Tra i sei e i diciotto mesi il bambino, in braccio alla madre, davanti allo specchio reagisce dapprima non riconoscendosi, ma, nel momento in cui incrocia lo sguardo della madre nello specchio, l’immagine gli si rivela come sua. Riconoscere la propria immagine nello specchio è per il bambino una grande conquista, un primo passo verso l’identificazione in un’immagine corporea, cioè il primo passo che il bambino fa verso l’acquisizione della consapevolezza di sè. Di solito questo momento è accompagnato da un giubilio, da un gridolino di gioia del bambino che sente di aver fatto una grande conquista.

Sottolineare questo momento ha un’enorme importanza, perché un bambino neonato non ha la consapevolezza di avere un corpo né tantomeno un’identità. Vive un impasto di sensazioni piacevoli o spiacevoli, di fame, di sonno, di mal di pancia. Egli reagisce a tutte queste sensazioni spiacevoli con il pianto. Bisogna che ci sia un adulto vicino a lui che interpreti il suo pianto e che capisca a cosa esso si riferisce, in altri termini che si sintonizzi affettivamente con il bambino: soddisfatta la fame, passato il mal di pancia il bambino si calma. Lo stadio dello specchio è un primo passo verso il riconoscimento di avere un corpo e non di “esserlo”, il riconoscimento di un’identità. La sua importanza la vediamo anche dal fatto che nelle psicopatologie gravi, come le psicosi, le schizofrenie, l’immagine di sé è alterata, c’è stato qualcosa in origine che non ha funzionato. Se il soggetto non riceve un accudimento affettivo adeguato, non riuscirà a rafforzare le sue potenzialità individuali verso la costituzione soggettiva.

Dunque la prima identificazione del bambino, immaginaria, dipende dallo sguardo della madre: se questo sguardo nello specchio non lo vedesse, egli non si riconoscerebbe.

Nel melanconico il mancato superamento della fase dello specchio durante i primi due anni di vita è, in sostanza, il mancato riconoscimento delle esigenze del bambino come individuo separato che rende impossibile la definizione della sua individualità.

Marie-Claude Lambotte rielabora la teorizzazione dello stadio dello specchio di Lacan individuando un difetto nello sguardo della madre del melanconico – per meglio dire nella sua “tonalità affettiva”. Nel suo testo “Il discorso melanconico” (Borla, ’99) afferma che nella depressione melanconica c’è sempre la certezza di non essere niente, di non avere alcuna identità. Si domanda: “Che cos’ha visto il soggetto melanconico?” Giunge alla conclusione che è come se il soggetto melanconico avesse incrociato uno sguardo materno che non si posava sul soggetto, ma altrove, uno sguardo nostalgico, che lo attraversava, lo sguardo di un genitore a sua volta depresso.

Non entreremo qui nella complessità delle articolazioni della teoria dello stadio dello specchio lacaniana, ciò che mi sembra significativo è che anche Lacan, come molti altri autori nella storia della psicoanalisi, partiva dal presupposto di fondo che l’identità dell’Io si realizza necessariamente attraverso la mediazione dell’altro, fin dalla primissima infanzia. In assenza di questa precoce sintonizzazione madre-bambino siamo di fronte al rischio per il bambino di precipitare nella psicosi.

Il merito della Mucci è aver convalidato queste teorie attraverso le più recenti ricerche delle neuroscienze. Il concetto di trauma è inteso come evento attribuibile a una prolungata mancata sintonizzazione tra il bambino e il suo caregiver nei primi mesi di vita, come già Masud Khan aveva anticipato.

Il concetto di trauma di primo livello era già implicito nelle teorie psicoanalitiche, Lacan per esempio parlava di una condizione originaria del cucciolo d’uomo di “corpo in frammenti” (corps morcelé), incapace di coordinazione motoria, privo del potere della parola, dipendente nei suoi bisogni primari dall’altro, totalmente immerso nel registro del reale e totalmente in balia dal caregiver per poter ricevere sollievo. Delineava addirittura una linea di confine tra nevrosi e psicosi in base alla possibilità o meno del bambino di sentirsi rispecchiato dall’altro. La Mucci ha introdotto il concetto di trauma in questa fase della vita, in cui in effetti l’esperienza della trascuratezza da parte dell’altro può esitare nella sperimentazione del vissuto della morte. Ma se per molti autori gioca un ruolo fondamentale anche il temperamento del bambino, per cui è la reazione del bambino a essere patologica, non l’evento a essere eccessivo o distruttivo e questo implica che il temperamento sia in qualche modo innato, la Mucci, basandosi sulle ricerche di Allan Schore fondate sull’epigenetica, dimostra che il temperamento stesso è formato dalla relazione madre-bambino perfino nell’utero.

Secondo le recenti scoperte dell’epigenetica l’ambiente opera in continua interazione con la costituzione genetica del soggetto, per cui parti del patrimonio genetico (tratti dell’RNA) verranno silenziate o espresse a seconda dell’influenza dell’ambiente (per cui è difficile parlare di temperamento innato, ma viene rafforzata l’influenza dell’ambiente sul soggetto).

Dunque la Mucci attribuisce all’ambiente, quindi alla qualità delle prime cure genitoriali e al riconoscimento precoce, una responsabilità fondamentale per il successivo sviluppo psichico del bambino.

Secondo livello di traumatizzazione

Si tratta di un trauma per mano umana, dovuto a maltrattamento, abuso, incesto e grave trascuratezza oppure a livello di trauma come evento unico violento (stupro, tortura, tentato omicidio, strage ecc.). Costituito da attivo maltrattamento, abuso e grave deprivazione, può cumularsi al primo.

Entrambi questi livelli costituiscono una base per l’attaccamento disorganizzato nel bambino e per la conseguente vulnerabilità alla dissociazione (sia come dissociazione di contenuti che come struttura di funzionamento mentale e di relazione tra mente e corpo) che costituiscono il reale impatto del trauma sullo sviluppo.

Categoria borderline

La Mucci ha individuato una categoria diagnostica e clinica specifica, denominata “borderline” che secondo la classificazione di Kernberg (1975) comprende una vasta gamma di persone riconoscibili nella maggior parte dei soggetti che oggi chiedono una cura e che per sintetizzare ho definito “identità perdute”. Un concetto che comporta tre principali sintomi che sono: diffusione identitaria (non nel senso della consapevolezza che l’Io non è padrone in casa propria, ma nel senso che non esiste proprio una concezione di Io, che oscilla tra percezioni estreme e opposte, sia per quanto riguarda se stessi che gli altri significativi per la propria vita), difese primarie massicce (proiezione, dissociazione, negazione) ed esame di realtà conservato. Una categoria che comprende vari tipi di personalità, dal grave isterico-istrionico, al narcisistico, allo schizoide, al disturbo paranoide di personalità. La difesa principale delle personalità borderline è la dissociazione non la rimozione.

I soggetti descritti dalla Mucci come “borderline” sono quelli che in ambito psicoanalitico definiamo più genericamente “contemporanei”: con una difficoltà di simbolizzazione, alessitimia, super-Io sadico, panico e somatizzazioni.

A fronte di esperienze troppo intense, violente e impossibili da metabolizzare, il soggetto è costretto ad adottare dei meccanismi di difesa arcaici e rigidi: fra di essi ricopre un ruolo centrale la dissociazione. In presenza di vissuti devastanti, intollerabili o comunque troppo impattanti per una psiche immatura, emozioni, pensieri e ricordi vengono scissi. La difesa dissociativa ha uno scopo: impedire che l’esperienza traumatica possa venire alla coscienza in maniera integrata.

Tuttavia esiste una memoria implicita del trauma, una memoria “corporea” si potrebbe dire, non ben codificata a livello ideativo, rappresentativo e simbolico. L’affettività, le emozioni sono incapsulate e scisse, la mente chiusa in rigidi schemi acquisiti, priva di dialogo con il corpo.

Il trauma rimane inscritto nella memoria implicita della persona, là dove non può essere raggiunto dalla memoria dichiarativa, dagli strumenti del linguaggio e dell’autoriflessione. Si incrina, così, quello che Donald Winnicott ha chiamato “spazio potenziale”, il luogo dell’anima, dell’immaginazione creativa che unisce sensazioni, emozioni, immagini e ricordi. Il soggetto traumatizzato è ansioso, impaurito, rigido sul piano comportamentale, ma soprattutto incapace di tenere insieme corpo e mente, ne escono impoverite la progettualità e la creatività.

La terapia “efficace”

La differenza tra una terapia basata sulla rimozione e una terapia basata sulla dissociazione crea un grande divario nel tipo di trattamento. Patologie che hanno la rimozione alla loro base sono tipiche della struttura nevrotica (e quindi possono essere affrontate bene anche sul famoso lettino) mentre patologie, basate sulla dissociazione sono ovviamente di natura più grave e di traumatizzazione più precoce. Il primo passo nel trattamento di un disturbo borderline di personalità è il rispecchiamento affettivo degli stati disorganizzati non riconosciuti che vengono espressi attraverso il corpo e devono arrivare alla consapevolezza. È raccomandata la posizione vis à vis.

Secondo la Mucci tutti coloro che rientrano nell’enorme contenitore borderline hanno subito traumi di primo, secondo livello o cumulativi: i soggetti cosiddetti contemporanei sono tali in quanto traumatizzati. La Mucci suffraga le sue affermazioni con i risultati di numerose ricerche neuroscientifiche.

Viene messo a fuoco il meccanismo della dissociazione o frammentazione come modalità di funzionamento principale di questi soggetti. In quanto dissociata, la memoria traumatica non può essere ricostruita attraverso l’analisi dell’inconscio secondo il metodo classico dell’analisi simbolica dei sogni, dei lapsus, degli atti mancati, ecc. Per permettere l’espressione di una psiche dissociata è necessario un profondo lavoro di riconoscimento e sintonizzazione affettiva.

Clara Mucci riconosce in Ferenczi un precursore della clinica del trauma, le sue descrizioni delle reazioni traumatiche dissociative che arrivano allo svenimento, al congelamento o alla scissione di personalità erano di straordinaria accuratezza e sono state confermate dalle ricerche neurofisiologiche. Più che una difesa, la neurofisiologia del trauma descrive un collasso di risorse mentali e fisiche come risposta a un’esperienza esterna che origina in un conflitto e che sovrasta la difesa intrapsichica. Ferenczi descriveva il trauma come un’esperienza estrema che lascia una traccia permanente in termini di una scissione di personalità.

Come conseguenza del trauma (che qui implica maltrattamento, abuso, incesto, cioè quello che la Mucci chiama secondo livello traumatico), il bambino adatta il proprio comportamento all’ambiente e in questo modo ha luogo una distorsione cognitiva permanente nella personalità in cui

ben presto comincia anche a dubitare dell’attendibilità dei propri sensi oppure – cosa più frequente, si sottrae all’intera situazione conflittuale rifugiandosi in sogni a occhi aperti e assolvendo d’ora in poi come un automa i compiti della vita di veglia… Il bambino precocemente sedotto si adatta al suo difficile compito ricorrendo alla completa identificazione con l’aggressore” (Ferenczi, 1988, p. 290).

Per Ferenczi, il trauma reca anche le tracce di un’esperienza interpersonale sopraffacente che è stata internalizzata, resa intrapsichica, mentre funziona all’esterno indirizzando il comportamento. Ciò che Ferenczi sottolinea nella sua teoria del trauma e nelle sue indicazioni per il trattamento è che il bambino abusato molto probabilmente internalizzerà l’aggressività e il senso di colpa dissociato del persecutore, elementi che inscriveranno nel soggetto un modello vittima–persecutore a livello di memoria implicita, quindi come comportamento e affetti inconsci.

La Mucci legge la diade vittima-persecutore descritta da Ferenczi come le diadi internalizzate degli affetti negativi del persecutore, vittima e aggressività, che costituiscono le parti scisse nei disturbi borderline di personalità. In opposizione a qualsiasi visione fantasmatica, queste diadi internalizzate sono derivati traumatici e sono ripetute nel paziente borderline (se non è intervenuta alcuna riparazione affettivo-relazionale).

Nel privilegiare la teoria del trauma fantasmatico rispetto a una reale traumatizzazione e nell’aver privilegiato la teoria della repressione sulla dissociazione, Freud andava contro il suo originale desiderio di dar voce alla verità del corpo e delle sue sofferenze, da cui la psicoanalisi aveva preso origine.

Data la “repressione” a cui Ferenczi è stato soggetto fino a pochi anni fa, nella teoria psicoanalitica del trauma abbiamo dovuto aspettare gli sviluppi di altre aree di ricerca interdisciplinari, come l’Infant research, gli studi dell’attaccamento, la psicologia dello sviluppo e la psicopatologia, la neurobiologia interpersonale e la teoria della regolazione affettiva per validare le loro teorie sulla dissociazione post traumatica.

Oggi più che mai, in un tempo in cui i soggetti che si rivolgono a un analista lamentano uno smarrimento della propria identità, alessitimia, panico e somatizzazioni, il riconoscimento, che è poi un incontro, è la posta in gioco per il buon esito di una cura.

A volte per sintonizzarsi è sufficiente il silenzio. L’ ascolto silenzioso e accogliente implica da parte di chi lo pratica la capacità di sostare di fronte all’ignoto, di fronte all’incomprensibilità di chi tenta faticosamente di esprimere la sua sofferenza. Esiste una “qualità” dell’ascolto? Per chi lo ha ricevuto non ci sono dubbi, certo l’ascolto non è un bene misurabile, ma sentirsi “veramente” ascoltati, non interrotti, non giudicati, è un presupposto fondamentale per un primo abbozzo di espressione per un soggetto smarrito nella sofferenza psichica.

Per poter operare riconoscimento occorre anzitutto essere stati riconosciuti. Un analista sufficientemente buono è un “paziente guarito”, come diceva Ferenczi. La testimonianza attiva del traumatizzato e del sopravvissuto, il suo ricordare, il suo raccontare, il suo voler essere ascoltato è il primo passo di un recupero psichico. Un terapeuta che testimoni la realtà degli eventi insieme al paziente e sia capace di giusta distanza, favorisce la sua espressione e il suo processo di guarigione. Il sentimento di essere stati ascoltati e visti può sorgere solo grazie alla partecipazione affettiva dell’analista.

C’è una fase che potremmo definire simbolica del riconoscimento che avviene sul piano dell’interpretazione e opera sul registro della rappresentazione, attraverso il linguaggio, l’immaginazione, la creatività. L’accesso al piano simbolico è possibile solo quando si è già strutturata una triangolazione interna tra l’Io, l’altro e la sua rappresentazione. Le parole parlano della possibilità che il bambino ha avuto di separarsi dall’altro, la rappresentazione dell’oggetto è possibile quando non c’è fusione tra sé e altro. La capacità di simbolizzazione può venir meno, anche in un soggetto adulto, di fronte al ritorno di vissuti traumatici. L’accesso a qualche forma di rappresentazione, che può dispiegarsi inizialmente attraverso immagini e affetti e solo successivamente attraverso la verbalizzazione, è possibile solo grazie alla presenza interiorizzata di un terzo, un altro, il terapeuta, la cui funzione di testimone permette anzitutto la riconnessione con le parti perdute, emotivamente scisse, dissociate o non riconosciute e negate. Il terapeuta diviene così un intermediario verso la simbolizzazione e la verbalizzazione delle memorie traumatiche attraverso il linguaggio, l’analisi dei sogni e dell’inconscio secondo la tradizione psicoanalitica.

Il concetto di “guarigione”

La traccia traumatica deve essere recuperata, espressa, rielaborata, trasformata e al suo posto deve essere introdotta o inscritta una nuova, buona esperienza relazionale. È un’attiva riparazione e reiscrizione di un’esperienza riparatoria sulla traccia di Ferenczi, che sosteneva che “l’abreazione non è tutto”, ma richiede la presenza attiva del terapeuta. Attraverso la sua testimonianza incarnata ed impegnata eticamente, il terapeuta deve poter permettere espressione e riconoscimento. Non si tratta di uno sforzo intellettuale, ma di una capacità maturata nella sua analisi personale e consolidata nella prassi terapeutica ed etica. La Mucci parla di “ripetizione con differenza”: è necessario ritornare dentro a quella situazione drammatica e per la prima volta incontrarla in modo nuovo e sicuro. Si tratta di una regressione accettabile per l’analizzante solo grazie a una fiducia che egli stesso concede al nuovo rapporto che si sta creando con l’analista.

Contrariamente alla visione di Freud (che risale a Studi sull’isteria) che più il paziente può abreagire (rilasciare le emozioni represse grazie alla “talking cure”), più può ricordare il passato traumatico, permettendo quindi via via la remissione dei sintomi, Ferenczi sottolineava come l’abreazione non sia tutto, ma deve esserci stata una vera esperienza relazionale riparatrice.

Così come il trauma è “un processo di dissoluzione che va verso la frammentazione e la morte di parti della personalità” (Ferenczi, p. 214), Ferenczi ritiene che nessuna analisi possa riuscire pienamente se non riusciamo ad amare il paziente, di un amore casto che, come ben specificava Lacan, va saputo “tacere”, ma amore necessario per ricostruire in lui la fiducia in un oggetto interno buono.

Per concludere vorrei rendervi partecipi delle difficoltà che ho incontrato nell’affrontare lo studio della Mucci, perché ritengo che siano comuni e condivisibili. Il mio background filosofico-psicoanalitico mi ha reso ostico l’avvicinamento al linguaggio scientifico e classificatorio più affine alla psicologia sperimentale di matrice statunitense. In particolare ho faticato a sensibilizzarmi all’ipotesi di un ambiente che possa intervenire nelle possibilità di sviluppo di un bambino in modo determinante, secondo le evidenze dell’epigenetica. Che ne è del mistero e della particolarità di ciascun soggetto, quando tutto è già determinato dalle prime interazioni con chi si prende cura di lui? Del resto le teorie della Mucci sottolineano come fondamentale l’ambiente e quindi il riconoscimento fin dall’età più precoce, in termini lacaniani si potrebbe dire l’importanza del “desiderio dell’Altro”.

In fondo questa teoria, lungi dall’essere deterministica in termini di stabilire quale sia il destino di un essere umano a partire dalle sue origini, scommette sull’enorme plasticità della psiche (e del cervello), in grado di riscriversi grazie ai buoni incontri che è possibile fare nel corso della vita. Una personalità cosiddetta “borderline” può acquisire, dopo un adeguato raggiungimento di una fiducia di base nel rapporto con l’analista, una buona capacità di simbolizzazione e dunque trasformarsi in un soggetto “nevrotico” come classicamente lo intendiamo.

Un’altra difficoltà l’ho incontrata nel dovermi confrontare con la classificazione nosologica “borderline”, piuttosto estranea al linguaggio della psicoanalisi, ma che effettivamente ho dovuto riconoscere rispondente a un modo per definire e descrivere la vasta gamma dei soggetti che comunemente chiamiamo “contemporanei”. Dopo un’iniziale reticenza ho potuto apprezzare l’utilizzo di questa descrizione diagnostica che avevo inizialmente associato alle classificazioni del DSM, con tutte le implicazioni conseguenti, si tratta in realtà di una descrizione psicodinamica messa a punto da Kernberg.

Infine mi sono accorta di una resistenza nel concepire il rapporto analitico come “terapia”. La Mucci parla di concetti come “riparazione” del trauma attraverso una buona relazione analitica, di guarigione, prendendo le distanze dall’analisi come processo interminabile. Anche un’analisi deve confrontarsi con i suoi effetti terapeutici di cui non sempre si tiene conto. Parlare di effetti terapeutici mi sembra corretto e doveroso, ha senso all’interno di un percorso che non nega le ricadute, necessarie per rielaborare il trauma, ma introducono la speranza nella possibilità di raggiungere la capacità di “lavorare e di amare” grazie a un buon incontro analitico, tra queste “speranze”, è contemplato anche il fatto che un soggetto “borderline” possa nevrotizzarsi grazie a un buon percorso analitico.

Mi è stato d’aiuto, nell’apertura alla parziale estraneità di questo approccio teorico, l’insegnamento di Romano Màdera, le sue cinque regole per la comunicazione nei gruppi mi sono state d’ispirazione per imparare a leggere, a fermarmi, a meditare con calma senza cadere preda di istintive confutazioni interiori e conseguenti chiusure verso il nuovo. L’apertura all’ascolto dell’altro non è scontata, necessita di esercizio continuo e “lungo, intenso lavoro analitico su di sé e con risultati di eccellenza che, nella maggior parte dei casi, rimangono fuori portata (La carta del senso, “quinta regola”, p. 230). In ultima analisi, il riconoscimento dell’altro, nella sua estraneità e nella sua non scontata simpatia, è l’operazione più difficile che esista.

Un’ultima questione enorme, che mi è rimasta aperta nonostante l’ineccepibile precisione degli studi che ho affrontato, è la seguente: che cos’è, esattamente la sintonizzazione emotiva, che cos’è il riconoscimento? Certo, abbiamo già dato delle definizioni, ma sintonizzarsi implica dei “momenti presenti” come li descriverebbe un gruppo di ricerca di Boston, di difficile previsione e di impossibile anticipazione.

L’approccio della Mucci può apparire come uno schematico ottimismo, in realtà ha il suo cuore il mistero, il valore e la potenza del riconoscimento come fattore terapeutico indispensabile pur nella sua grande complessità.

Per operare riconoscimento è necessaria una presenza presente, aver riconosciuto e attraversato la propria sofferenza, almeno un po’, fare un esercizio di apertura all’altro costante, con la consapevolezza che l’altro è un mistero che ci sfugge e dal quale fuggiamo appena possiamo.

E quando ci approssimiamo alla sintonizzazione profonda con l’altro, in una compartecipazione emotiva del suo dolore, dobbiamo saper sopportare il dolore per poter risalire in superficie, avere strumenti simbolici che introducano un elemento terzo, di parola, di linguaggio, per poter accompagnare il paziente all’elaborazione. Senza la funzione separatrice di un elemento terzo il rischio è quello di travolgere o venire travolti.

Resta aperto il mistero di come, dove e quando avvenga il riconoscimento. Si tratta del miracolo di un incontro, le variabili sono potenzialmente infinite: età, esperienze di vita simili, livello di evoluzione personale e spirituale, in una sintesi estrema Lacan affermava: “L’analista è una formazione dell’inconscio”.

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