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Di Laura Porta

Testo presentato al Seminario di Psicoanalisi In-Tensione, Civitanova Marche, 9 novembre 2018, per l’associazione ALIpsi

 

 

 

 

 

 

 

 Il tema del transfert è stato oggetto di grande dibattito nella storia della psicoanalisi, sia per la sua definizione che per la possibilità o meno di tener conto, nel corso della cura, anche del fenomeno del controtransfert. Del resto si tratta dell’esperienza che sta al cuore della cura psicoanalitica, il cui scopo è ritrovare la possibilità di amare, desiderare e lavorare.

Il concetto di transfert è stato messo a punto da Freud, che nel corso dei suoi primi trattamenti ha scoperto la grande importanza dei sentimenti di amore, di simpatia, di affetto che nascevano nella relazione con i suoi pazienti. Inizialmente percepito come un ostacolo, verrà successivamente definito come “motore” della cura.

La domanda che si pone continuamente dalla nascita della psicoanalisi fino ai giorni nostri, è come sia possibile fondare una scienza su un sentimento? Come operare con un sentimento per farne una procedura scientifica?

 

Una delle traduzioni del termine tedesco Übertragung, è transfert, che in italiano viene solitamente reso con traslazione, non evoca solo spostamento, trasferimento, dislocazione, ma anche trasporto, nel senso di sentirsi coinvolti, rapiti, trascinati via come esperienza più prossima all’amore. Il transfert quindi non è solo spostamento, traslazione, dislocazione, ma anche trasporto, messa in moto del desiderio del soggetto.

Propongo una breve ricostruzione storica del concetto di transfert secondo Lacan, perché le declinazioni lacaniane della teoria del transfert sono tentativi di riconoscere e rettificare le numerose difficoltà che la psicoanalisi ha incontrato nell’elaborazione di un concetto che è anche un’esperienza singolare di relazione. Difficoltà a mio parere ancora attuali e inaggirabili con la semplice teoria, difficoltà che mettono in gioco l’analista su almeno tre piani: il sapere, il saperci fare con il reale e l’essere dell’analista stesso.

 

Il controtransfert secondo Lacan: tacere l’amore

Lacan ha criticato l’ideologia del controtransfert in quanto i sentimenti dell’analista non possono essere gli unici mezzi per orientarsi nell’interpretazione nel corso della cura. Tuttavia, per quanto riguarda il controtransfert, Lacan ha “postulato”, in un certo senso, l’amore dell’analista per l’analizzante. Un amore casto, un amore taciuto. Troviamo questo passaggio, raro nell’insegnamento di Lacan sui sentimenti dell’analista, nel discorso ai cattolici in “Dei-nomi-del-padre“, in cui parla del silenzio che costituisce la regola del suo ascolto, silenzio dovuto a una regola, quella di “tacere l’amore”.

Anche l’analista ha un controtransfert, dunque, un amore spirituale, non agito, taciuto ma coltivato con tenacia, con il silenzio necessario all’ascolto.

Nel nostro tempo dominato dallo scientismo e dalla furia della valutazione, il lavoro dello psicoanalista introduce un’altra versione possibile della pratica della cura. Una pratica dove l’analista non è un padrone, non avanza alcuna pretesa nei confronti dell’analizzante, non avanza definizioni di che cosa è bene o male, giusto o ingiusto per un soggetto. “Tacendo l’amore”, e dunque non agendolo, egli si rifiuta di incarnare ogni ideale di felicità umana. L’ascolto dell’analista non è paragonabile nemmeno all’ascolto confessionale, a cui erroneamente Foucault avrebbe voluto ricondurlo, in quanto quest’ultimo è sempre associato a un giudizio e a un’eventuale pena per l’espiazione dei peccati. L’analista, con il suo ascolto disinteressato, senza misura, ascolta le vite confidarsi nella loro più intima scabrosità senza avere la pretesa di giudicarle. In questo senso il silenzio dell’analista non è un rifiuto alla parola, ma una sottrazione al tranello della risposta che anziché mantenere aperta l’indagine sull’alterità enigmatica e sovversiva dell’inconscio, richiuderebbe il mistero e la ricerca in una forzata risposta conclusiva. Il silenzio, in questo senso, è la capacità di onorare simbolicamente la parola di chi parla. In questo senso, il silenzio dell’analista, non significa necessariamente che l’analista deve fare il “morto”. Questa è un’interpretazione immaginaria e semplicistica del silenzio. L’analista che tace è un analista che disattiva ogni attesa nei confronti del cammino singolare dei suoi pazienti. E questa è la definizione più precisa che si possa dare della funzione del desiderio dell’analista, un desiderio senza domanda. Perché l’analista è posseduto da un desiderio più forte, ribadisce Lacan, che è quello che il soggetto, nel corso dell’analisi, produca se stesso come una “differenza assoluta”.

Con Lacan siamo ben lungi dalla letteratura post-freudiana che vedeva il termine ultimo dell’analisi come un’identificazione del paziente al suo analista come Ideale, come modello. Il desiderio dell’analista non è prescrittivo, non codifica, non dirige il paziente. L’analista ha una posizione etica nella cura ed utilizza la tecnica psicoanalitica, ma accanto a questi capisaldi della sua pratica deve saper custodire un vuoto singolare, che lo rende bucato, permeabile al discorso dell’analizzante, non normativo. Egli è uno “specchio opaco”, come diceva Freud, ovvero permette un rispecchiamento pur conservando un’opacità necessaria a non definire troppo frettolosamente l’Io dell’analizzante, ospitando nel proprio rispecchiamento la sua alterità, il suo inconscio. Si tratta dello stesso concetto che condusse Bion a definire la posizione dell’analista nella cura come “senza memoria e senza desiderio”.

Questa posizione dell’analista è inedita, anche nella contemporaneità. L’assenza di padronanza è un tipo di ascolto sempre più raro, nell’epoca dello scientismo e della misurazione.

Oserei dire, che la straordinarietà di questo tipo di ascolto ha effetti terapeutici già di per sè. In un tempo di malesseri esistenziali, dove il problema esistenziale della solitudine, della morte e della prestazione lascia i soggetti smarriti nel confronto con realtà che tendono a sopraffarli. Nel tempo del tramonto dei padri, del “terzo”, l’ascolto temperato e non prescrittivo dell’analista mira a trovare le soluzioni insite in ciascun soggetto; un approccio, ai giorni nostri, originale e sovversivo.

Il concetto lacaniano della funzione del “desiderio dell’analista” riabilita la rappresentazione sterile dall’analista che emerge dalla teoria post-freudiana, con una presunta neutralità ai limiti dell’apatia.

Rischi dell’identificazione alla posizione “ascetica” dell’analista

L’analista è portatore di un desiderio ben preciso. Egli può “fare il morto”, cadaverizzare la propria persona, sottoporsi a una vera e propria ascesi, annullare il proprio Io, disattivare il proprio fantasma, intervenire nella cura come funzione simbolica (grande Altro) distinta dall’Io della persona dell’analista solo se è attraversato dal “desiderio dell’analista” come desiderio più forte di tutti gli altri desideri. Esso si situa al di là della relazione speculare transfert-controtransfert, perché è innanzitutto desiderio di offrire il proprio ascolto e la propria presenza alla parola del soggetto.

Trovo che in questa concettualizzazione teorica ci sia il rischio di un’idealizzazione della capacità ascetica dell’analista a favore del più puro e incontaminato “desiderio dell’analista”. Sarebbe bello creare dei seminari per mettere continuamente al lavoro il desiderio dell’analista, sempre a rischio di scivolare nel dogmatismo dottrinale o nella realizzazione dei propri fantasmi personali. Il fatto che un analista abbia portato a termine un’analisi non è, a mio parere, una garanzia per il mantenimento della posizione etica del desiderio dell’analista. La supervisione continua dei casi e le analisi personali, anche a più riprese nel corso della propria vita, possono essere strumenti utili per evitare derive sempre possibili.

Ridefinire l’analista come incarnato, fallibile e umano nonostante l’aver condotto a termine la propria analisi personale può essere un buon inizio perché ciascun analista sia avvertito delle numerose impasses in cui egli può continuamente cadere nella relazione di transfert.

L’analista dovrebbe sentirsi perennemente a rischio di perdere la sua posizione garantita e mettere continuamente alla prova la propria presunta ascesi.

L’intuizione geniale di Lacan sull’analista che si fa “assenza-presente” rischia una serie di possibili fraintendimenti, le cui caricature possono manifestarsi nell’analista imbalsamato e muto o nell’analista “maestro zen”, che fa di ogni seduta il proprio teatro del maestro saggio, la cui parola risuona come un gong che risveglia l’inconscio dell’analizzante al suo destino. È bene essere avvertiti del fatto che anche le più raffinate teorizzazioni si prestano a dogmatismi stereotipati.

Il concetto di transfert secondo Lacan

Ripercorriamo ora brevemente l’evoluzione del concetto di transfert lacaniano, come sappiamo le “riprese” dei concetti da parte di Lacan sono rinnovamenti che non rinnegano necessariamente le riflessioni precedenti, ma eventualmente le integrano o le problematizzano.

Lacan ha sviluppato la sua teoria del transfert in 4 tempi:

1) Il transfert come agente di rettifica soggettiva

La sua prima teoria risale all’articolo del 1951 intitolato “Intervento sul transfert” e viene ripresa nel corso del I Seminario tra il 1952 e il 1953, e sistematizzata in “Funzione e campo”. Si tratta di una teoria dialettica del transfert, sul modello della dialettica servo-padrone hegeliana.

In questi testi specifica la funzione del transfert per rettificare i rapporti del soggetto con il reale, che significa intaccare l’innocenza compatta dell’anima bella, condurre il soggetto a riconoscere la sua implicazione singolare nel sintomo che lamenta, cogliendo la divisione soggettiva come apertura inedita all’inconscio. Si tratta di cogliere il transfert come un’opportunità inedita per svelare la trascendenza dell’Io verso un’alterità interna al soggetto, l’inconscio.

Sorge allora una domanda: oggi il transfert riesce ad essere un’occasione di rettifica soggettiva?

In che modo i soggetti contemporanei, nell’epoca del “tutto e subito”, nell’epoca cosiddetta di carenza del registro simbolico, riescono ad utilizzare il transfert come un’occasione per operare una rettifica soggettiva del proprio rapporto con il reale? Se il transfert non è un’occasione di rettifica soggettiva, che transfert è? La relazione terapeutica a volte si limita ad essere ascolto del lamento, riconoscimento necessario per soggetti smarriti, terribilmente angosciati o gravemente depressi. Questo, lo sappiamo, accade sempre più spesso nella contemporaneità. Occorre a volte sostare, anche a lungo, in un transfert dove l’unica posizione che può essere incarnata è quella del soccorritore paziente ed amorevole. Si tratta di un primo tempo, sempre più necessario nell’epoca del disagio esistenziale dilagante, del malessere senza possibilità di appello a un Altro che abbia funzione orientativa.

Spesso i soggetti necessitano di un processo iniziale di accompagnamento, di alfabetizzazione delle loro emozioni, di ricostruzione logica e cronologica della propria storia di vita e della propria organizzazione psichica. Solo successivamente si può passare dall’immissione di senso all’indagine del non senso, dell’alterità che abita il soggetto in quanto diviso, all’indagine del suo inconscio.

È importante che l’analista abbia sempre in mente la prospettiva della possibilità di aiutare il soggetto ad operare una rettifica soggettiva. In alcuni casi potrebbe non essere mai possibile, lo sappiamo, come nei casi dei soggetti con una struttura più fragile, che in ambito lacaniano definiamo psicotica. Nonostante la diffusa fragilità contemporanea, è necessario avere sempre la rettifica soggettiva come orizzonte per un lavoro analitico. Grazie alla rettifica soggettiva si apre un lavoro sull’inconscio, sulle proprie risorse più intime e nascoste, sulla possibilità di un recupero del proprio desiderio più intimo.

2) Il transfert simbolico come salvaguardia dal transfert immaginario

La seconda teoria lacaniana si concentra nello scritto intitolato “La direzione della cura e i principi del suo potere” (1858). In esso si delinea una teoria simbolica del transfert che, oltre a riprendere la critica sistematica e radicale dell’ideologia del controtransfert, sottolinea l’importanza degli aspetti simbolici del transfert.

  1. Un esempio di deviazione dagli aspetti simbolici del transfert è il rapporto analitico dove l’analista è inteso come un educatore, in una teoria genetista conformista che ha avuto la sua rappresentante più autorevole in Anna Freud. Questa idea del transfert poggia su una concezione stadiale della vita psichica. Genetismo significa che il soggetto viene concepito come una potenzialità destinata a manifestarsi progressivamente seguendo determinati stadi evolutivi. L’insorgere di una eventuale malattia mentale segnala l’interruzione, la fissazione, il blocco nello sviluppo di questa potenzialità, mentre l’analista agisce come un educatore che aiuta il suo dispiegamento. Per Lacan la teoria genetista del transfert è una teoria conformista perché contiene un’immagine adattata del soggetto che funziona come una sorta di ideale normativo che il percorso terapeutico dell’analisi deve poter raggiungere. Il presupposto di questa concezione del transfert e della cura è che l’analista sappia incarnare un ideale di concordia che indichi al soggetto la via giusta per integrare, senza conflitti, il programma della pulsione con quello della civiltà. Questa teoria vorrebbe poter ridurre il transfert a un apprendistato nel quale il soggetto, ponendo il proprio ideale nell’Io ideale dell’analista, troverebbe il suo adattamento disciplinare al principio di realtà.

Nell’attualità si prestano a questo rischio le terapie cognitivo-comportamentali, ma anche gli analisti devono continuamente confrontarsi a un discorso sociale che richiede prestazioni sempre eccellenti, una sovraesposizione della propria immagine e della propria persona, con ricadute depressive conseguenti. L’analista è confrontato alla domanda prestazionale dei soggetti e della società, che chiedono di poter tornare funzionanti e funzionali entro breve termine. In questo senso l’analista ha il compito etico di incarnare una differenza rispetto all’ideologia della popolarità e del successo a tutti i costi imposta dalla contemporaneità, pena il mancare l’incontro con l’inconscio. L’analista può solo preservare uno spazio di ascolto che sollevi il soggetto dalla pressione sociale normativizzante e superegoica. La sfida, nel far emergere il desiderio singolare di ciascun soggetto, è sempre attuale.

  1. Un altro grande rischio del transfert è quello regressivo, ipnotico, suggestivo. Se l’analista non occupa il posto vuoto di A grande, ma quello speculare narcisistico di piccolo a, innescando nel paziente un’oscillazione tra l’idealizzazione erotizzata e l’aggressività più distruttiva, il transfert può precipitare in una deriva pericolosissima. Per Freud questa dimensione del transfert è a fondamento della psicologia fascista delle masse, perché organizza l’identificazione verticale al leader di cui la massa si nutre. Nella situazione analitica questa declinazione immaginaria del transfert genera l’incollamento (nel transfert positivo) o lo scollamento (nel transfert negativo) dell’analizzante rispetto all’immagine dell’analista, entrambi ostacoli al processo simbolico della cura.

Suggestionabilità contemporanea. Nel tempo della venuta meno delle parole d’ordine delle grandi ideologie e dei padri, i soggetti sono più fragili, forse più traumatizzabili e forse più bisognosi di ideologie che rispondano a ciò che Fachinelli, con Reich, aveva evidenziato come “pulsione securitaria”. La necessità di un leader forte, carismatico, che eriga fortezze contro l’estraneo, che combatta lo straniero come pericolo esterno, è un fenomeno tristemente noto nell’attualità. Una deriva possibile anche per la psicoanalisi, occupare il posto dell’Altro pieno, della garanzia, sfruttando l’onda della paranoia generalizzata, generando adorazione fanatica o odio invidioso, sono fenomeni insidiosi che possono fare del transfert un’arma di frammentazione o di incollamento fanatico.

3) L’analista oggetto a

La terza teoria si evolve dal primo modello fondato sull’intersoggettività del desiderio di riconoscimento per imperniare l’esperienza analitica del transfert sulla nozione di oggetto piccolo a come oggetto agalma, oggetto del desiderio irriducibile alla dimensione dell’analista come altro soggetto. Essa si può reperire nel Seminario VIII, 1960-1961, sul transfert.

In questo seminario Lacan separa il transfert dalla dimensione dialettica dell’intersoggettività e del riconoscimento. In analisi non è in gioco una parola che vuole essere ascoltata, bensì l’impatto con un’alterità che la scompagina.

Nel transfert il desiderio del soggetto non esige di essere riconosciuto dal desiderio dell’Altro, ma ricerca nel luogo dell’Altro l’oggetto causa del suo desiderio. Ed è proprio questo oggetto, che costituisce il supporto ultimo del transfert, che l’analista è chiamato a incarnare, a venire definito da Lacan un oggetto agalma.

Per il solo fatto che c’è transfert, afferma Lacan, noi siamo implicati nella posizione di colui che contiene l’agalma, l’oggetto fondamentale di cui si tratta nell’analisi del soggetto.

L’analista, come Socrate nel Simposio di Platone, si rifiuta di trattare il sapere come una proprietà del maestro e di travasarlo nella testa dell’allievo. Egli si rifiuta di occupare la posizione di ciò che è degno di essere amato, ribadendo di non essere affatto il detentore del sapere che Agatone gli attribuisce, perché è Agatone, casomai, a detenerlo.

Dal Simposio di Platone:

Agatone: “Qui, Socrate, stenditi accanto a me, in modo che, toccandoti, possa godere anch’io della sapienza che ti si è accostata”.

(…)

Socrate: “Sarebbe bello, Agatone, se la sapienza fosse tale da scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, quando ci tocchiamo l’un l’altro, come fa l’acqua nelle coppe, che dalla più piena scorre nella più vuota attraverso un filo di lana. Se infatti le cose stanno così anche per la sapienza, è un grande onore per me lo stare sdraiato accanto a te: credo infatti che potrò essere riempito, da te, di molta e bella sapienza. La mia Infatti è probabilmente qualcosa di poco valore, o è controversa e dubbia come se fosse un sogno, mentre la tua è scintillante e possiede un grande futuro.”

È questa quella che Lacan definisce la dimensione atopica del desiderio di Socrate, la sua essenza è quella del vuoto, dell’incavo. Questo significa che il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza, ma che sa preservarla. Detenere l’oggetto agalma del desiderio non vuol dire essere il proprietario del sapere. Se Socrate rispondesse ad Agatone dandogli quello che egli gli chiede non genererebbe il movimento del transfert ma lo ostruirebbe. È solo il suo gesto di svuotamento del proprio sapere che rende possibile il desiderio di sapere da parte del suo interlocutore. Se l’illusione di Agatone era quella di porre l’altro come un contenitore pieno di sapere, il gesto di Socrate, svuotando se stesso di ogni sapere, mette in evidenza la mancanza dell’Altro, l’inesistenza di un sapere universale sulla verità singolare del desiderio. Non si tratta di attribuire il sapere all’Altro, ma di animare un proprio desiderio di sapere. Solo il desiderio di sapere resta per la psicoanalisi la condizione basica, imprescindibile, di ogni assimilazione del sapere.

Socrate, togliendosi dalla posizione di colui che incarna un ideale di sapere e svuotandosi dalle aspettative di sapere dell’allievo, mette al lavoro l’allievo sulla propria ricerca del sapere attiva, sovvertendo la sua iniziale posizione passiva di poter ricevere un sapere già precostituito, pre-digerito dal maestro.

Se Socrate avesse travasato il liquido del sapere nella testa vuota di Agatone, avrebbe immobilizzato la sua ricerca della verità. Questa ricerca diventa invece possibile proprio grazie a un gesto di sottrazione del sapere che, in psicoanalisi, prende spesso, ma non solo, la forma del silenzio, della non risposta dell’analista.

Tuttavia, il silenzio dell’analista può essere usato in molte forme. Può essere usato in forma difensiva, non sempre nella sua forma di ascolto. Per questo, soprattutto in presenza di soggetti contemporanei messi alla prova sia da problemi esistenziali che da sintomi, è necessario operare un accompagnamento alla costruzione simbolica della propria storia, affinché sia successivamente possibile un’indagine del soggetto diviso, dell’aspetto trascendente dell’Io, dell’inconscio. Inoltre la caricatura dell’analista oggetto del desiderio è di nuovo una deriva che rende l’analista muto e passivo, nella sua certezza inerte di rappresentare l’oggetto agalmatico del paziente.

Lacan ci mette in guardia sul fatto che nel transfert c’è un alto rischio di idealizzazione dell’analista. Il gesto di Socrate si impegna a mantenere aperto il campo erotico del transfert senza chiuderlo sull’identificazione ipnotica a se stesso. Già Freud aveva individuato la doppia anima del transfert, da una parte un’apertura del desiderio, trasporto, messa in movimento della libido, ma dall’altra lo riconosceva come una possibile resistenza, un punto di saldatura dell’inconscio, di stagnazione, di chiusura. Lacan, nella sua modalità sovversiva e provocatoria, interroga gli analisti sulla loro parte di responsabilità nell’alimentare gli aspetti più insidiosi e pericolosi del transfert.

Nell’epoca del tramonto dei maestri, dove i saperi e gli insegnamenti disponibili sono numerosi, contraddittori e prêt-à-porter, il rischio di idealizzazione è sempre presente, anche a causa della scarsità degli strumenti critici maturati dai singoli.

Nell’epoca teorizzata da Franco Lolli dell’inconshow, caratterizzata dalla fragilità del simbolico, affermazione dell’immaginario e prepotenza del reale, la cui estremizzazione favorisce una fragilità esistenziale che in psichiatria si definirebbe di soggetti borderline, assistiamo a una perversione generalizzata.

Secondo la lettura di Lolli, lo stile relazionale proposto dai media è quello della perversione quando questi pur di catturare lo sguardo e l’audience alzano continuamente la posta in gioco per trasmettere l’orrore, scene raccapriccianti o nauseanti, perché come avviene quando siamo alle prese con un soggetto perverso più veniamo angosciati più restiamo catturati, restiamo immobili nell’impossibilità di agire e di difenderci, siamo messi nella condizione impotente di oggetti, rimbambiti di fronte alle atrocità a cui siamo esposti. Si tratta di una possibile lettura di come mai i programmi come i reality show vengano così epidemicamente seguiti. Secondo questa lettura lo stile perverso è una maschera di una psicosi generalizzata, che permette a soggetti molto fragili di avere una tenuta illusoria in quanto fragile, ma persistente. La produzione politico-mediatica di angoscia si configura, in questo senso, come una sorta di strumento di controllo sociale esercitato attraverso il progressivo indebolimento della capacità di critica del singolo.

Un’altra sfida contemporanea per gli analisti: introdurre un ascolto attento, accogliente e temperato, che sollevi il soggetto dalla presa di un sistema sociale e relazionale perverso.

4) Il transfert come dimensione contingente dell’incontro

Infine una quarta teoria lacaniana del transfert viene formulata nel contesto del Seminario XI del 1964, intitolato I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, e si prolunga nella Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della scuola. Al suo centro si trova la disgiunzione fra transfert e ripetizione che fa perno sull’idea che nel transfert sia in gioco la dimensione contingente dell’incontro (tyche) più che quella automatica della riproduzione del passato, come sosteneva invece l’ortodossia post-freudiana.

Secondo questa concettualizzazione l’incontro con l’analista non è semplice ripetizione degli incontri che il soggetto ha fatto nel corso della sua vita, ma è un nuovo possibile incontro. In questo senso il transfert si rivela non solo come ostacolo, resistenza, regressione, idealizzazione, ipnosi, ma anche come espressione della potenza trasformativa dell’incontro. Come dosare, dunque, questo rapporto d’amore a doppio taglio? I rischi di deriva sono sempre dietro l’angolo, tuttavia non possiamo esimerci dal correrli.

Il compito dell’analista, è quello di trasformare l’eromenos, l’amato, in erastes, amante. In un primo tempo della cura il soggetto entra nel dispositivo analitico non tanto come amante, ma come amato. Nella misura in cui l’analista risponde alla domanda di aiuto che viene dal soggetto, egli soccorre un “amato”. Ma il transfert dovrebbe consentire anche il movimento affinchè il soggetto amato divenga a sua volta amante, non ovviamente della persona dell’analista, ma della ricerca su di sé, della decifrazione del mistero del proprio inconscio. Produrre la metafora dell’amore in analisi significa perciò mettere in movimento il soggetto verso la verità del suo desiderio che gli sfugge.

Il soggetto entra nel dispositivo come amato, noi ci occupiamo di lui, siamo lì per lui, afferma Lacan, accogliamo il suo dolore, ma nella misura in cui a lui sfugge qual è l’oggetto del suo desiderio inconscio, questo oggetto viene trasferito nel luogo dell’Altro con l’effetto di costituire il soggetto non più come amato, ma come amante. Dal momento in cui il soggetto si rende conto che qualcosa gli sfugge, che un mistero lo abita, egli tenderà a trasferire l’oggetto del suo desiderio, l’oggetto agalmatico appunto, sull’analista. La ricerca avverrà grazie alla relazione con l’analista e alle formazioni dell’inconscio che si produrranno sotto transfert. In questo senso l’analizzante diverrà “amante”, del sapere misterioso che gli sfugge e che riporrà nell’analista come custode del suo segreto. Solo tacendo l’amore l’analista può permettere al soggetto di amare, solo tacendo l’amore l’analista permette al soggetto di mettere in atto il transfert.

Nella relazione di transfert non solo si presentifica l’oggetto del desiderio dell’analizzante, che tenderà a ripetere nella relazione analitica le dinamiche intersoggettive sperimentate nelle relazioni primarie. Nella relazione di transfert, grazie al desiderio dell’analista, fatto di ascolto disinteressato, amore taciuto e non agito, può compiersi un nuovo incontro d’amore per il soggetto. Un incontro liberatorio dagli schemi del passato, che lo hanno portato a generare i suoi sintomi. Questo principio è valido oggi, come lo è sempre stato. L’analista nel transfert ha il compito di segnare una discontinuità rispetto alla ripetizione, ha il compito di generare un nuovo incontro, un nuovo amore. Nel transfert non si tratta solo di decifrare ciò che è già stato scritto dall’inconscio, ma anche di scrivere ciò che non è ancora stato scritto.

 

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