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La madre rappresenta nelle culture di tutti i tempi la forza generatrice, colei che con il suo corpo e con il suo linguaggio cresce il piccolo dell’uomo. Non solo infatti essa partecipa alla sua nascita ed al suo accudimento, ma interpreta fin dal suo primo urlo il neonato, i suoi bisogni, i suoi capricci, introducendo così un senso ed un significato all’esistenza del bambino. E’ infatti la madre che decide che un determinato pianto significa fame e che risponde di conseguenza: il bambino in questo senso fin dall’inizio è plasmato da questa interpretazione. Nello sviluppo libidico e pulsionale il ricordo delle cure materne resta impresso nell’inconscio del futuro adulto come nostalgia di un paradiso perduto. Tuttavia la madre è spesso ricoperta di critiche: troppo premurosa, soffocante, oppressiva o all’opposto troppo distratta, assente, fredda. Le mancanze della madre hanno sempre un loro posto al cuore dell’inconscio di ciascuno, fino ad arrivare, nei casi estremi, alla devastazione di certi rapporti madre-figlia. La storia della psicoanalisi ha evidenziato la sua funzione essenziale nello sviluppo del soggetto, a partire da Freud che ha evidenziato l’importanza che il bambino prenda atto della sua castrazione per poter rivolgere altrove il suo desiderio, per separarsi da quell’immagine mitica ed onnipotente che egli ha della madre, per  risolvere dunque il complesso edipico. Winnicott ha invece posto l’accento su una madre sufficientemente buona, che alterni sapientemente presenza ed assenza. La madre secondo Jacques Lacan, psicoanalista francese, è invece ‘non tutta’ madre, ma anche donna. E in quanto donna il suo desiderio non è soltanto rivolto al bambino, che non diventa per lei il sostituto immaginario di un fallo, perché c’è anche un uomo, il padre (o il compagno della madre, un amante della madre), a cui lei rivolge il suo desiderio. Dunque la madre lacaniana non è tutta presa dal compiacimento narcisistico del proprio bambino, Lacan utilizza una metafora molto suggestiva per rappresentare quanto il desiderio della madre verso il bambino portato all’eccesso possa essere divorante: un coccodrillo con le fauci spalancate nella cui bocca si trova il bambino. E se di colpo le richiudesse? C’è un paletto, messo in verticale, nella bocca di questo alligatore: questo è il padre, che con la sua funzione preserva il bambino da questo rischio. Dunque perché ci sia una buona madre occorre un padre. O meglio, occorre un’entità terza che orienti il desiderio materno anche altrove, affinchè esso non si richiuda, non si ripieghi tutto sul bambino: può trattarsi di una professione della madre, di un amante, di una sua passione, di un nonno, entità terze che abbiano una funzione paterna anche se non incarnate necessariamente dal padre. C’è però un altro aspetto. Abbiamo visto gli eccessi di amore e di desiderio sul bambino, che possono causare dei danni. Ma c’è anche il rischio opposto, che il bambino non venga valorizzato narcisisticamente dalla madre, la quale non opera nei suoi confronti nessun investimento affettivo. I motivi possono essere diversi: egli ostacola la sua carriera professionale, la costringe a fare i conti con l’età che avanza, la obbliga a dei doveri a cui non è pronta a far fronte. Un mancato investimento affettivo sul bambino ha delle conseguenze che noi possiamo osservare molto bene nella clinica: un esempio estremo sono le sindromi da ospedalizzazione infantile, in cui il bambino accudito solo sul piano delle cure fisiche e non su quello affettivo si lascia andare in una depressione ed un deperimento progressivi. È necessario dunque che una madre nutra per il proprio figlio un amore particolare, Lacan dice “amore per il nome”. Il nome è ciò che contraddistingue un figlio fra i fratelli come unico, speciale, singolare. Per concludere, da un lato una buona madre dovrebbe evitare di ripiegarsi interamente sul bambino, facendone l’oggetto unico del suo desiderio, delle sue aspettative, delle sue rivendicazioni. Dall’altro lato è fondamentale che l’amore di una madre per un figlio sia un amore unico e speciale, che riguarda ciò che di più intimo caratterizza la soggettività del proprio bambino. E’ un amore per il particolare soggetto che egli è.  Da questo sottile equilibrio riconosciamo una buona madre. Infine, il fatto che ci sia una madre sufficientemente buona non garantisce che da essa si sviluppino necessariamente soggetti riusciti: sta alla responsabilità di ognuno cogliere e sopportare gli atti, le mancanze e l’amore di una madre, per separarsene. Laura Porta

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