335 7569647
Seleziona una pagina

Di Laura Porta.

Li chiamano clochard, senzatetto, homeless, per molti di noi sono di un altro pianeta, un’alterità ignota, rovinosa e inquietante.

barboni2Eppure ritrovarsi così è un attimo, basta essere senza una rete sociale, perdere il lavoro, non poter pagare l’affitto, non riuscire a trovare lavoro, aver dovuto affrontare una separazione, avere un grave disturbo psichico, ad esempio una depressione.

Una costellazione di eventi molto sfortunata ma non impossibile.

In un rapporto di luglio 2016 l’ISTAT dichiara che nel 2015 gli individui in povertà assoluta sono stati 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005. Di questi un milione sono giovani.

L’Italia spende molto meno degli altri paesi europei per le fasce deboli della popolazione, a cui non resta che l’appoggio e il sostegno di poche associazioni come la Caritas. Nel 2016 gli italiani che si sono rivolti alla Caritas avevano un’età media di 44 anni, una buona istruzione e spesso una famiglia disgregata da una separazione.

Non più gli anziani: i pensionati hanno saputo sopravvivere alla crisi, grazie soprattutto alla pensione maturata nel tempo e, in molti casi, alla sicurezza di una casa di proprietà. Giovani e giovanissimi sono i veri nuovi poveri italiani. Tra questi un buon numero (800 mila) sono i padri separati, si tratta spesso di persone con un lavoro stabile e una casa di proprietà, lasciata però alle ex mogli e ai figli.

Raramente si diventa clochard per scelta, all’inizio si viene gettati fuori, espulsi dal sistema. Poi si compie una mutazione silenziosa, ci si trasforma in cittadini invisibili, abitatori degli interstizi della città, che diviene dimora improbabile ma unica possibile. Nella città a volte ci si riduce ad errare in preda all’alcol e alle allucinazioni per poi, stremati, addormentarsi in balia del buio della notte, della vita metropolitana, della strada.

Gli abitatori poveri della città sono silenziosi, ma conoscono gli angoli che offrono rifugio per la notte, cercano di appropriarsene affrontando una lotta regolata da leggi a noi sconosciute.

barboni 1È forse per questo che molti di loro, nei giorni scorsi in cui il termometro è sceso sotto lo zero, si sono rifiutati di occupare i dormitori predisposti dalle amministrazioni delle città? Per la necessità di conservare il proprio “posto”? Alcuni, intervistati dai giornalisti televisivi, lamentavano la paura dei furti, che a quanto pare avverrebbero regolarmente in questi luoghi predisposti: impossibile perdere anche le proprie ultime, uniche, essenziali cose per la sopravvivenza.

Ancora una volta Papa Francesco ha dimostrato di avere una conoscenza precisa della realtà degli “ultimi”, dando disposizioni di fornire sacchi a pelo speciali ed auto-dormitorio a queste persone dimenticate e scomode, dando dignità e caricando di senso l’apparente assurdità della loro opposizione a rifugiarsi nei dormitori.

Se all’inizio l’erranza è per necessità, con il proposito di trovare presto una sistemazione, con il passare del tempo diventa un vero e proprio sganciamento dalla vita, una dimensione “altra” così estranea a noi che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case[1]” per parafrasare Primo Levi, da risultare minacciosa in quanto oscura. Oltre al danno dunque la beffa, l’emarginato espulso dalla società viene caricato di ostilità e pregiudizi, a causa dei suoi comportamenti incomprensibili, entrando in una spirale di progressivo ed inesorabile sganciamento dall’ordinarietà della vita.

L’ultima indagine sistematica sugli homeless in Italia è stata condotta nel 2014, grazie ad una collaborazione tra Istat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana; essa ha rilevato la presenza di 50.720 persone senza dimora nel nostro Paese, distribuite soprattutto nelle grandi città, in particolare Milano (23%) e Roma (15,2%). Questo significa che nella sola città di Milano sono presenti circa 11.700 persone senza fissa dimora. Un numero sbalorditivo e che ci dà la misura della loro invisibilità.

Si tratta in particolare di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%). Dal 2011 è aumentata la percentuale di quanti si trovano in questa condizione da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e da oltre 4 anni (dal 16% al 21,4%). Un dato che fa riflettere sul rischio sempre maggiore di cronicizzazione di questo stato.

Mettere a fuoco un quadro che ci mostra un profilo di questi invisibili è un primo passo per renderli più visibili e meno estranei, per agganciarli nuovamente, attraverso progetti e iniziative di sostegno, per permettere loro di riacquisire la dignità perduta.

[1] Primo Levi: “Se questo è un uomo”, ed. Einaudi, Milano, 2005.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti di Milano

Questo sito prevede l'utilizzo di cookie tecnici. Non sono presenti cookies di profilazione. Maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close