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La morte e la caducità della vita sono i grandi tabù del nostro tempo. Eppure la morte può essere un’occasione per risignificare la propria vita. Una riflessione sulla morte può indurci, con le parole di Pierre Hadot, a ricordarci di vivere.

di Laura Porta.

A sentire noi, eravamo naturalmente pronti a sostenere

che la morte è l’esito necessario di ogni forma di vita (…).

In realtà, però, eravamo abituati a comportarci in tutt’altro modo.

C’era in noi l’inequivocabile tendenza a scartare la morte, a eliminarla dalla vita.

S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, OSF, vol. 8, p. 137

La morte, s’impara? Si può, certo, facilmente, passar sopra alla propria vita senza addentrarvisi. Ma molti insegnamenti di tutti i tempi, per citarne uno molto popolare pensiamo al discorso di Steve Jobs, hanno colto il valore e la ricchezza della vita grazie all’approssimarsi di una malattia. Dalla luce della morte si può esprimere la necessità di non lasciarsi vivere, di coltivare l’etica delle relazioni, di curarsi di sè e degli altri. Bisognerebbe avere il coraggio di ascoltare chi si prepara al viaggio, osservare chi se ne occupa, come lo fa, che cosa dice. Perché la cosa più difficile da compiere con una persona che sta morendo è questa, dire. Che cosa dice, chi sta morendo? Che cosa dice, chi gli sta vicino?

Al Dio ignoto2Il nostro tempo ci offre solo due possibilità: tacere, ovvero cambiare argomento, parlare d’altro, fare come se niente fosse (ma qualcosa è, se non altro è la fine di qualcosa!) o spettacolarizzare, e allora la morte è accettabile a patto che sia accompagnata da effetti speciali, clamore, fama. Andarsene così, alla Michael Jackson non è però faccenda facile, alla portata di tutti.

E allora si muore soli, magari come la madre di John, il selvaggio, nel romanzo di A. Huxley “Brave New World”, proiettato in un mondo del futuro depersonalizzante, spaesante, dove la morte sarà confinata in una cella d’ospedale, corredata da avanzatissimi comfort tecnologici e sanitari, tesi ad abolire il pensiero. Una culla ipermoderna per inebetire, meglio così, meglio non pensarci.

Ma qualcuno la pensa diversamente. Rodolfo Bisatti, per esempio, regista del film in prossima uscita (c’è in corso una raccolta di fondi, pochi i finanziamenti pubblici; questo tipo di cinema, che coniuga impegno sociale e sperimentazione linguistica, è culturalmente sovversivo) Al Dio ignoto. Lui, per girare il suo film, ha passato molto tempo negli hospice, a contatto con chi è in partenza. E ne è uscito tutt’altro che contagiato, anzi, pieno di meraviglia per il mistero della vita.

Proviamo a ricostruire i passaggi storici che precedono l’ideazione e la creazione dei luoghi per accogliere chi ci sta lasciando. Le cure palliative, pensate e studiate “perché il corpo non soffra né l’anima si spaventi” (Epicuro), derivano dal latino pallium, che significa mantello e ricorda il mantello offerto da San Martino a un povero infreddolito: rappresentano un supporto e un calore in un momento di estrema difficoltà, anche se non possono risolvere un problema irrisolvibile. Sono la cura e l’accompagnamento che interviene quando la medicina non ha più nessuna possibilità di redimere la malattia, sono in Italia una recente acquisizione, che risale ai primi anni Duemila. Prima di allora il fallimento della cura, intesa come guarigione, comportava il fallimento del medico e della medicina classica, con conseguente abbandono delle persone a se stesse, espulse dalle strutture ospedaliere senza un adeguato supporto.

L’Italia è arrivata molto tardi rispetto al lavoro pionieristico dell’infermiera inglese Cicely Saunders, che già dalla fine degli anni Cinquanta ha messo a punto una metodologia per assistere i malati terminali fino alla fine della loro vita, con la consapevolezza che il dolore può avere diverse dimensioni: fisiche, psicologiche, sociali.

Al Dio ignotoÈ solo del 2010 la legge 38, che garantisce l’accesso a cure palliative adeguate anche quando non c’è più possibilità di guarigione, con un’assistenza anche domiciliare. Sono così proliferate istituzioni di ricovero, con delle équipe multidisciplinari che prevedono non solo assistenza medica e infermieristica, ma anche supporto psicologico e spirituale, con un’attenzione alla biografia del morente e all’elaborazione successiva del lutto per le famiglie. Attualmente in Italia i centri che si occupano di questo tipo di assistenza, convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale, sono circa 500.

Siamo di fronte a una rivoluzione etica, che riguarda una medicina ‘evoluta’, che non concentra più l’attenzione sulla malattia, ma sulla persona, sulla sua rete famigliare, amicale. “Ma il vero problema”, aggiunge Rodolfo Bisatti nell’intervista che mi rilascia, “è che mentre a livello clinico si è fatto molto, a livello culturale non si è fatto niente. Non solo, ma ci si concentra esclusivamente su temi che creano dei conflitti, come l’essere pro o contro l’eutanasia, dimenticando che siamo tutti terminali”.

al Dio ignoto (2)Ciò che ha spinto Bisatti a scrivere una sceneggiatura di un film sulla morte e l’accompagnamento al morire è la considerazione che siamo di fronte a un tema tabù, scabroso. Un problema che va ben oltre le cure palliative, un problema culturale. La caducità della vita non fa notizia o addirittura, come scriveva Geoffrey Gorer, è ‘pornografica’.

Il film esplora l’area obliata del pre-morte, dà la parola a chi l’attraversa. Ne emerge un’umanità straordinariamente impegnata in uno sforzo di autenticità, nella dismissione delle sue sovrastrutture difensive, in una disponibilità al cambiamento rara nel corso della vita. La morte può risignificare la vita. Il tempo per elaborare la fine può essere tanto prezioso quanto necessario per fare ordine, fare luce.

Per Heidegger poter vedere, saper anticipare la possibilità della morte conduce l’uomo a vivere il sentimento dell’angoscia grazie al quale, però, l’uomo stesso si affaccia alla vita autentica. Come scriveva Derrida: “Dalla morte come luogo della mia insostituibilità, ovvero della mia singolarità, mi sento chiamato alla mia responsabilità. In questo senso solo un mortale è responsabile”1.

Il film Al Dio ignoto ci mostra l’abisso della vita per donarci un nuovo sguardo su di essa, per richiamarci alla responsabilità del nostro desiderio.

1 J. Derrida Donare la morte, ed. Jaca Book, Milano, 2008, p. 78.

Leggi l’articolo sul Blog della Casa dei Diritti

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