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Evento formativo ECM presso l’Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate sul tema dell’adolescenza a rischio.

Quando incontro gli adolescenti allo sportello di ascolto Progetto Contatto, che tengo dal 2011 presso la Pediatria dell’Ospedale di Desio, in nove casi su dieci emerge una sofferenza psicologica.

Questo accade perché gli invianti, che consistono attualmente perlopiù nella figura ormai storica in questa istituzione della dott.ssa Muschiato e in minoranza da altri medici, sono già sensibilizzati e pronti a cogliere l’emergenza di malesseri psicologici. Solo in un caso su dieci, nonostante i ragazzi acconsentano a consultarmi, la verbalizzazione della sofferenza risulta impossibile.

Unitamente all’invio ricevo anche una breve descrizione del caso dall’inviante, comunicazione fondamentale perché ne evidenzia i punti critici e sancisce un passaggio di consegna, e non uno ‘scaricare il barile’ da parte del medico, che verrebbe immediatamente percepito dai pazienti.

Per questo la sensibilità psicologica degli invianti, soprattutto se si tratta di pazienti adolescenti, è fondamentale e parte integrante di un buon avvio della cura. Lo psicologo, questa figura misteriosa, è così investito dal medico inviante di un riconoscimento e di un valore di cui il ragazzo è ancora ignaro.

E’ così che i ragazzi arrivano, solitamente sull’urgenza, allo sportello. Ciò che incontro, nei tre colloqui gratuiti che mi sono concessi dal servizio che svolgo in ospedale, sono diversi gradi di disperazione muta. Perché quando il malessere si presenta nella sofferenza del corpo, esso è il segno che non riesce a dirsi a parole.

Ed è proprio il processo di nominazione con le parole di ciò che fa soffrire il percorso che tento, ogni volta, di aprire con i giovani che vengono a consultarmi.

Così scopro che Anna, che soffre di una sindrome ansiosa che le causa insonnia e attacchi di panico in diversi momenti della giornata, ha sviluppato questa sintomatologia da quando la madre, scoperto di avere un tumore, ha rinunciato a sottoporsi alle cure. Mentre le indico la coincidenza tra questo fatto e l’emergenza del sintomo Anna può finalmente dire qualcosa in più della sua angoscia, tracciare il percorso di insorgenza della sofferenza, aggiungere nuovi dettagli ad una vicenda terribile che non aveva mai raccontato, nemmeno a se stessa, perché il discorso rappresentava un tabù all’interno della sua famiglia.

Questo momento rappresenta l’inizio di una cura psicoterapica. Giunti a questo punto posso dare l’indicazione di proseguire con una psicoterapia, facendo un invio mirato sul territorio, presso Jonas o presso uno studio privato a loro scelta. Momento decisivo che permette di aprire un rapporto di fiducia e di parola con l’adolescente, altrimenti molto difficile. Momento cruciale, delicato e fondamentale per intraprendere una cura psicoterapica. Per non vanificare il lavoro fatto è importante che i tempi di attesa che intercorrono tra questo momento e l’inizio effettivo di una psicoterapia siano più brevi possibili. Perché, soprattutto in adolescenza, lo spazio della parola si apre nel momento cruciale in cui la sofferenza preme.

Sarà poi, in seguito, grazie alla psicoterapia, che l’adolescente prenderà dimestichezza con l’uso della parola per dire ciò che fa tanto soffrire, che imparerà a fare esercizio di questo per non soccombere entro una sofferenza muta. Essi apprendono, sulla loro pelle e a loro spese, che la parola non è solo vuota e futile, come quella trita e ritrita condivisa sui social network e solo raramente scritta in prima persona. Imparano a farne buon uso.

A loro favore, per il buon esito della psicoterapia, essi hanno un forte senso della coerenza e della lealtà di cui sono spesso portatori sani, valori che applicano alle loro richieste nei legami con gli altri, soprattutto in senso recriminatorio verso gli adulti, ma che sono pronti a mettere in gioco in prima persona. In questo, gli adolescenti, se fanno l’incontro con un adulto che ispira la loro fiducia e che li accompagna verso un riconoscimento delle proprie responsabilità nel malessere che lamentano, sono mediamente più disponibili degli adulti a mettersi in gioco, a mettersi in discussione, ad operare un cambiamento su se stessi laddove riconoscono una propria responsabilità etica o una mancanza.

Questo è l’aspetto veramente sorprendente del lavoro con gli adolescenti, la loro intrinseca disponibilità trasformativa, non dovuta a suggestione ma ad un buon lavoro di autoanalisi ben accompagnato, disponibilità unica e straordinaria, che sarà più lento con gli anni a venire, all’interno di un percorso di vita.

Perché il percorso di una cura sia possibile è necessario il consenso, non solo formale ma anche in termini di disponibilità interiore, da parte dei genitori. Perché questo avvenga è importante che i genitori si sentano partecipi, attraverso degli incontri più o meno diretti, dell’evoluzione della cura.

La loro partecipazione è fondamentale, può essere alimentata incrementando la loro curiosità alle evoluzioni del figlio, soprattutto nei casi in cui le figure genitoriali risultino assenti o troppo distratte. Questa curiosità, che non deve confondersi con l’intrusione morbosa nelle vite dei figli, può affinare le sensibilità genitoriali e renderli più consapevoli verso soggetti che stanno formandosi con una personalità propria, ormai distanti dall’accondiscendenza infantile.

Questo coinvolgimento dei genitori diviene spesso strumento utile per aiutarli ad accogliere i soggetti nuovi che stanno divenendo i loro figli, in continua trasformazione sotto ai loro occhi, con effetti perturbanti sull’equilibrio famigliare. È necessario, in questo coinvolgimento genitoriale, mantenere preservato e garantito lo spazio di anonimato del ragazzo, che deve poter fare affidamento sul segreto professionale e sullo spazio intimo che decide di condividere in seduta. Questo lavoro, frutto di un difficile equilibrio, si rivela molto utile nell’avanzamento della cura quando è ben condotto dal terapeuta.

Ciò che è fondamentale, in un tempo così breve di soli tre colloqui preliminari, è garantire una grande qualità dell’ascolto offerto. Un ascolto spoglio dal giudizio e dalla richiesta di essere prestanti o performanti. Un ascolto che trasmetta la capacità di accogliere la sofferenza senza l’urgenza di correggerla o cancellarla. Un ascolto che apra alla comprensione più ampia delle cause che originano il sintomo.

Ciò che incontro sempre più spesso nei ragazzi, come situazioni generali che accomunano le singole traversie del caso per caso, sono sentimenti di solitudine dovuti ad adulti troppo occupati da se stessi. Oppure, all’opposto, l’ingerenza troppo forte di pressioni da parte del mondo esterno che ha già deciso i percorsi a cui devono uniformarsi, possibilmente eccellendo. In questa cornice generale si dipanano poi i drammi delle relazioni personali con i famigliari e con il gruppo dei pari.

Una volta fatta esperienza della parola che libera, che aiuta ad organizzare i pensieri ed a deciderne le conseguenti azioni, il ragazzo è pronto per iniziare una psicoterapia. È qui che si conclude il mio percorso in ospedale, lasciando il ragazzo e i genitori liberi di scegliere se e dove proseguire.

In altri casi, i tre colloqui sono sufficienti a mettere a fuoco il problema, a fissare dei punti, a decidere di affrontarlo autonomamente con i propri mezzi.

 

 

 

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