I tragici fatti di Parigi segneranno un solco nella storia? Una riflessione sui giovani del nostro tempo, su come aiutarli a smarcarsi dal cinismo generalizzato, su come infondere loro nuova speranza.
di Laura Porta.
I fatti di Parigi hanno segnato un nuovo solco nella storia? Pare di sì, pare di no. Cercherò di spiegarmi. Rispetto all’11 settembre ciò che si riscontra nel discorso comune è un maggiore disincanto. Allora ci si sentiva sopraffatti dalla minaccia di un nemico oscuro, istintivo e imprevedibile, appartenente a un’altra razza e a un’altra cultura, pronto a sorprenderci nel cuore della notte, spinto da un fervore irrazionale, animato da un’adesione cieca a principi religiosi folli; ora si percepisce l’idea di una concorrenza di responsabilità, per cui, è vero, sì, che c’è un nemico, ma forse alle nazioni occidentali fa comodo avere un nemico. Una storia vecchia come la storia: si potrebbe costruire una vignetta analoga a quella che appare accanto a questo articolo per tutti i grandi fenomeni di trasformazione storica, dal tempo dell’antica Grecia in avanti.
In questi giorni ho osservato con attenzione le reazioni degli adolescenti, che Winnicott ebbe l’acume di definire ‘il barometro della società”1. Alcuni li ho in cura da mesi e per la prima volta sono venuti in seduta parlandomi di un fatto di attualità da cui si sentivano chiamati in causa, esprimendomi il loro parere. Al di fuori dell’ambito del mio osservatorio clinico, moltissimi ragazzi si sono interessati ai fatti tragici di Parigi, probabilmente attratti dall’immediatezza dell’identificazione alle vittime; ma ciò che ho trovato più curioso è stata la loro reticenza ad esprimere i propri sentimenti e piuttosto la loro preoccupazione di capire come stessero andando le cose. Preoccupazione più che legittima. Tuttavia ciò che mi lascia sgomenta è la rapidità e la rassegnazione con cui molti di loro sono giunti alla conclusione che esista un ‘male’ generalizzato della società, un concorso di colpe planetario che nega spazio ad ogni responsabilità. La preoccupazione di alcuni era di sconfinare nel razzismo o nell’ideologia. La reazione di molti è stata di adattamento al cinismo generalizzato con l’assunzione di un atteggiamento adolescenziale tipico del nostro tempo: nessuna protesta, nessuna manifestazione pubblica, un silenzio sommesso, forse, infine, indifferenza.
I giovani sono più permeabili al richiamo dei pari diritti, sentono più fortemente la responsabilità di non scadere in giudizi affrettati, conservano un senso dell’etica e della verità che vanno incoraggiate e preservate. Sono mediamente più disponibili a confrontare e discutere le loro convinzioni; se, però, la risposta alle loro domande è una rassegnazione cinica verso una colpa ormai generalizzata dell’umanità, ormai malata di una follia appropriativa e antropocentrica, di una bramosia di conquista e di sfruttamento senza limiti, come possono provare sgomento, rammarico, dolore, rabbia e compassione?
Occorre ribadire che esistono diritti che non possono e non devono essere violati. Il diritto a preservare luoghi dove la libertà di espressione e la cultura circolino senza terrore, per esempio. Se dopo la Shoah l’umanità ha dovuto compiere un ripensamento sulle possibilità del logos, del pensiero razionale, di sovrastare le forze oscure del male, oggi il discorso del capitalista preme verso l’assunzione vacua di un non senso della giustizia e della verità.
Provare commozione di fronte ai fatti di Parigi significa ristabilire i limiti della legge e del pensiero e rilanciare la possibilità del desiderio e dell’amore come fili sottili che sostengono il mondo2. Dietro a quest’operazione si cela quello che Benedetta Silj, nel suo saggio, definisce un ‘sogno evolutivo della coscienza umana’.
È bene, dunque, trasmettere ai giovani, anche il messaggio di una sincera compassione per la tragedia, perché da essa può scaturire un’intelligenza nuova, un più profondo desiderio di pace. Perché, come afferma Maria Zambrano, “Si è parlato molto dell’inibizione, e altrettanto la si è studiata a partire da Freud e dalla sua scuola psicoanalitica, ma sfortunatamente si è considerata l’inibizione solo nella sfera degli istinti. Nessuno ha parlato di inibizione della speranza3”
Note:
Il titolo si ispira al saggio di recente pubblicazione di B. Silj, La pace non è un argomento. Gesti contemplativi per abbracciare la storia, IPOC Edizioni, Milano, 2015
3 M. Zambrano Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano, 2000, p. 73.
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